Il web 2.0 mi ha rotto le palle (Parte II: l’assordante caciara dei social network)

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Comunicare è da insetti: esprimerci ci riguarda” (Manlio Sgalambro)
Perchè mi sono rotto le palle del web 2.0?
Perchè odio le chiacchiere inutili. La gente che tiene voglia di parlare e non sta mai zitta. Le loro voci ciarlanti che si sovrappongono e producono solo rumore. E poi la gente che si sbraccia, che gesticola, che ti tira per la giacchetta. E le parole che nessuno sente perchè tutti sono impegnati a pensare cosa dire poi.
Ho sempre odiato trovarmi in un bar a sorseggiare il cappuccino col giornale, e sorbirmi ogni fallito avventore quotidiano che ti dice la sua sul mondo, sul calcio, sulla figa.
Ho sempre detestato i viaggiatori di treno che ti attaccano bottone perchè non sanno stare zitti per due ore consecutive, e ti ammorbano con discorsi inutili sui massimi sistemi salvo poi andarsene senza manco salutarti.
Ho sempre deriso i battibecchi tra militanti politici, tra tifosi di calcio, tra maniaci di cinema, perchè ho sempre detestato la caciara, la presunzione, la mancanza di pazienza che la gente manifesta nel non saper ascoltare, la fretta con cui giudica e condanna, e la facilità con cui si contraddice.
Ho dunque sempre cercato di fuggire quei luoghi sociali in cui è più facile incontrare questi professionisti della parola, del finto confronto, del rumore di pensieri gettati lì alla cazzo.
E diciamo che ci sono anche riuscito, per lo meno in buona parte.
E poi cosa succede? Che te li ritrovi tutti sul web.
I fanatici del bar dello sport, i maniaci del cineforum del venerdì, gli scassacazzo che strologano in treno, i militanti politici che te la menano a cena. Hanno tutti traslocato. Sono tutti connessi, col loro smartfon o aipad o sailcazzo che cosa, e passano la giornata a postare, tuittare, retuittare, taggare, commentare, linkare, farsi bannare. Sono tutti in rete, e da quando tutti parlano in rete c’è un casino, una sovrabbondanza di parole che nessuno poi legge, una totale mancanza di confronto, una mica tanto sottile violenza vigliacca, che francamente la metà mi basta per tagliare la corda.
I social network, in tutto questo, sono solo il punto di arrivo di come si sia riusciti a mandare in vacca anche una cosa bella come internet.
Facebook? A parte il fatto che lo detesto di principio, visto che ha di fatto ucciso l’unico punto di equilibrio accettabile tra l’incomunicabilità del 1.0 e la caciara del 2.0, ovvero i blog, e quei blog che non ha ucciso li ha trasformati in qualcos’altro.
A parte questo non ho un account di facebook perchè:
a) non sono curioso delle vite degli altri, e per altri intendo anche le persone care, nel senso che non mi interessa sapere tutto quello che fanno, quotidianamente.
b) oltre a non avere la costante esigenza che qualcosa mi venga comunicato, men che meno ho la parallela costante esigenza di comunicare qualcosa, oltre al fatto che non mi piace farmi ficcanasare nelle cose mie, e credo ancora fermamente all’obsoleto valore dei cazzi miei.
c) proverei un sincero imbarazzo a cliccare il tasto “mi piace”.
d) facebook spaccia valori importanti come la condivisione e l’amicizia in un contenitore nel quale la condivisione è finta e gli amici pure. Il mio concetto di condivisione continua ad essere molto concreto, tattile, quasi cutaneo. Analogico.
e) Non posto foto delle cose che mangio, non sbatto mia figlia in prima pagina come se fosse un animale dello zoo o un distintivo da sfoggiare, non linko video su gattini che recitano shakespeare, non mi piace far sapere dove vado cosa faccio e con chi. Insomma la mia pagina facebook sarebbe inquietantemente vuota, anche se ne aprissi una.
f) Le vite degli altri mi interessano nella misura in cui ho ancora la forza di alzare il culo e fare loro quantomeno una telefonata. Altrimenti “amici” un cazzo.
Mi direte, però hai twitter, allora i social network li usi!
Beh manco per niente, non uso più twitter dalla fine dell’estate, se mai l’ho veramente usato, perchè:
a) se ne fa un uso imbecille, presuntuoso, autoreferenziale. Twitter è pieno di creatori di frasi ad effetto, che sperano di essere notati da migliaia di sfigati come loro ed uscire dalla un’insoddisfacente vita reale imponendosi come star a suon di garrule freddure e geniali aforismi. Gente che si venderebbe un rene per 1000 followers.
b) perchè non ho nè voglio uno smartphone. Twitter è un flusso irrefrenabile di messaggi, 24 ore su 24, e se ha un senso lo trovi monitorandolo costantemente. Non ha senso aprire twitter qualche volta a settimana. Twitter è il degno figlio dell’internet mobile, di una dimensione extra domestica che rifiuterò finchè sarà possibile.
c) perchè gli utenti compulsivi di twitter fanno anche più spavento di quelli di facebook. Vivono per twittare. Twittano per vivere. E paiono talmente scollegati dalla realtà tangibile del mondo, che scorrere la loro pagina è un’esperienza inquietante.
d) perchè ho avuto un’illuminazione improvvisa, una mattina che leggiucchiavo qualche tweeet sbevacchiando un caffè bruciacchiato: sollevo gli occhi dal video, apro la bocca e la mia espressione si fa sorpresa e tragica mentre la verità mi si apre in tutta la sua potenza: twitter è l’emblema del nulla assoluto, mi dico. Twittter non serve a un cazzo, cmi ripeto Twitter è un’esperienza irrilevante, mi ridico. E pensare che il nulla assoluto sarà pure quotato in borsa per 20$ ad azione, mi fa capire quanto io sia inadeguato a comprendere i meccanismi di questo questo buffo mondo.

Ma sopratutto odio i social network non per quello che sono, ma per quello che ospitano: un sottobosco di milioni di persone che ti vomitano letteralmente in faccia un miscuglio mefitico di ignoranza, razzismo, sicumera, invidia sociale, sotto forma di stronzate di ogni risma e fattura. La gente sul web non fa altro che urlare, aggredire, pontificare, insultare, e parlare, parlare, parlare.
E non dimentico certo  l’odioso rovescio della medaglia dei fanatici populisto-razzisti non meno odioso: I benpensanti. I beneintenzionati. Le brave persone.
Sulla rete montano a neve dal nulla indignazioni da quattro soldi, o cordogli di plastica quando muore un carneade, si scatenano cani da caccia contro i mali del mondo, si improvvisano movimenti di opinione da ombrellone di spiaggia a fingersi cittadini modello animati da buone intenzioni.
Si raccolgono firme su qualsiasi cazzata, giornaloni seri che reclutano ogni volta le stesse teste d’uovo che firmano per cause nobili e milioni di persone che si scaricano la coscienza in un click e poi tornano ad essere persone orribili a cui non gliene cale un cazzo di nessuno.
In Internet qualsiasi gesto non ha alcun peso, conseguenza, importanza. Dall’insultare qualcuno al sottoscrivere appelli per il ritorno di Bim Bum Bam, dal maledire la Kasta al linkare video in cui si mena un paraplegico. Una eterna giostra di miliardi di dati per i quali la nostra reazione è in sostanza mera indifferenza.
Lo sfogo continua…..
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3 Responses to Il web 2.0 mi ha rotto le palle (Parte II: l’assordante caciara dei social network)

  1. Bia ha detto:

    Io ho seguito l’onda. Nel senso che sono impazzita per facebook, l’ho adorato, ero connessa anche mentre dormivo… poi piano piano, l’onda è scesa e ho riacquistato la mia vita reale.
    Questo per dirti: concordo su quanto scrivi. Ogni cosa nuova è positiva, finchè non se ne abusa… mi auguro che lentamente, si sgonfi l’onda per tutti quanti.

  2. sim ha detto:

    Non so chi tu sia.
    Nero o bianco, religioso, ateo, spirituale, stupido o geniale, terrestre o alieno che tu sia, semplicemente ti voglio tanto bene 🙂
    In questo periodo sono arrabbiato; arrabbiato per un mondo che ho rifiutato, un mondo di cui ho iniziato ad avere paura non appena ne ho intravisto la coda. Leggere questa cosa mi ha fatto quindi ricordare che forse da qualche parte è rimasto qualche essere pensante.

    • Paperoga ha detto:

      Ti voglio bene anche io, ma non disperare, continua in una sofferta ma imprescindibile selezione delle teste pensanti. Perchè la cosa peggiore degli stupidi è che ci fanno perdere un sacco di tempo

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