Outside the museums (§3)

14 febbraio 2009

carver

Vuoi star zitta, per favore?

“Riattraversò l’appartamento in penombra e tornò in camera da letto. Lui se ne stava tutto aggrovigliato al centro del letto, con le coperte ammucchiate sulle spalle, la testa mezza sepolta sotto un cuscino. Aveva un’aria disperata, immerso com’era in quel sonno profondo, le braccia gettate sopra la parte del letto dove avrebbe dovuto essere lei, le mascelle serrate. Mentre lo guardava, la stanza si fece sempre più chiara e le lenzuola pallide sbiancarono in modo quasi osceno sotto i suoi occhi.

Si inumidì le labbra con uno schiocco e cadde in ginocchio. Appoggiò le mani sopra il letto.

“O Dio”, disse. “Dio mio, per favore, aiutaci tu!”.”

I pensieri inquieti di una cameriera che serve al tavolo un obeso; l’attrazione inspiegabile di un irreprensibile dottore per una spostata che comincia a telefonargli; la solitudine di un ragazzino che avverte sottopelle il disfacimento del legame tra i propri genitori; una serata disperante di alcool e patatine di alcune coppie di amici, tra fotogrammi di tradimenti e tacite immani recriminazioni; la notte insonne di una donna in preda a foschi timori mentre il marito dorme; l’abbandono di un cane come un auspicio di nuova vita o un alibi per i propri fallimenti; la visita di una casa diroccata scelta per una nuova vita assieme e la paura di non farcela; i compromessi umilianti rinfacciati con violenza di una coppia sommersa dai debiti.

E’ un campionario di bassezze, infelicità e disperazioni messe a tacere in un angolo, coi sorrisi sfoggiati per ingannare se stessi. Ammissioni a metà dei propri fallimenti si accompagnano al rimuginare sordo della non vita presente e futura, blande speranze per il domani messe a tacere dalla vigliaccheria. Losers su losers sfilano negli anni ’80 dei racconti brevi di Carver, senza soluzione di continuità,  e nessuno di essi pare esser stato semplicemente sfortunato. Mediocri, nevrotici, impotenti, dimessi, implosi, i personaggi di Carver danno vita a brevi quadri di quotidiana alienazione, sottomissione, un suicidio reiterato senza sussulti di dignità. Nessun coraggio, nessuna svolta li attende dietro l’angolo.

Lo stile preciso e immediato di Carver restituisce una inaudita potenza ai suoi personaggi, capace di fotografarne l’anima senza spendersi in inutili contorsioni letterarie. Lo scrittore agisce per continua sottrazione, dando un senso, un colore, una plasticità alle singole parole, che finiscono per pesare dannatamente nella mente di chi legge, stampando a fuoco nella memoria una galleria di esistenze tristi e condannate.

Se tutto questo lo si vuole chiamare minimalismo, si faccia pure. Io credo si tratti semplicemente di una delle pagine più riuscite dell’intera letteratura del ‘900.


Tempismo perfetto

10 gennaio 2009

Mi alzo presto, un caffè veloce, i denti e meno 7 gradi all’aperto. Vado a tagliarmi i capelli. Esco dal barbiere, vado in Feltrinelli e le compro un libro in regalo, dal titolo emblematico e romantico. Passo dal mercato del sabato dei coltivatori: le compro un cestello di ricotta fresca e uno yogurt bianco. Torno a casa, si è appena svegliata, le faccio un caffè, le do il libro in regalo, le faccio vedere la ricotta. Lei beve il caffè, è seduta sulla poltrona. Io accendo lo stereo, metto su Bardamù

e la invito a ballare, cominciando a mimare un passo lento come se fossimo in una sala da ballo in piena epopea asburgica. Lei mi guarda sorridente, poi meno sorridente, poi il viso si storce in una smorfia, due smorfie, per un attimo mi vedo incenerire con lo sguardo. Io noto il cambiamento, smetto di ballare da solo e la guardo  di sbiego, ebete.

“Mi sono venute le mestruazioni”, sbotta lei, alzandosi di scatto e correndo in bagno passandomi davanti.

E il bello è che, a giudicare dal tono, è come se le fossero venute per colpa mia. O forse della ricotta. O del libro. O del mio taglio di capelli. O di Bardamù.

Non capisco.