Bob Dylan e la teoria della ricettività

3 dicembre 2009
Festeggio il 100esimo post di questo blog con un pezzo lunghissimo e assolutamente imbevuto di LSD, tra l’altro tarocco. Era solo per avvertirvi che siete ancora in tempo per astenervene.

Fino a ieri ritenevo che Bob Dylan non sarebbe mai venuto nel grassoccio paesello salentino dove sono cresciuto. Che diamine, era una probabilità così assurda che manco un pirla. Poi però il sogno di stanotte mi ha illuminato. Era un sogno così nitido da poter essere ritenuto addirittura premonitore. Probabilmente è così che andrà, e me lo dice anche il bollito misto che ho mangiato ieri sera e che ha accompagnato la mia digestione notturna.

Dunque succede che, come spesso accade, il sogno inizia ad un certo punto della storia, e tu non sai com’è che si è arrivati già lì. Il punto è che un fans italiano di Bob Dylan, di quelli duri e puri che lo seguono anche in tour al cesso, ha scritto l’ennesimo libro sul menestrello di Duluth. Vuole presentarlo in giro per l’Italia e fatto sta che il programma prevede che venga presentato in una sera di fine agosto proprio nel comune salentino in cui ho passato la giovinezza. E, colpo di scena, sarà presente Bob Dylan in persona. Ora dunque immaginatevi l’emozione mia e di qualche altro salentino.

Viene coinvolto il sindaco, gli si dice che è un evento importante, che è quasi madornale che si verifichi in un postaccio come questo, e quindi bisogna pubblicizzarlo per bene. Il sindaco, un baffuto ometto bello in carne di stampo boteriano, si vede che non è proprio un appassionato di rock anni ’60 e che preferisce ascoltare ancora gli Homo Sapiens, però è uno furbo che sa sfruttare le occasioni. Quindi dice che organizza tutto lui.

La sera si apre con una cena in un ristorante del luogo, una sorta di anticipo della presentazione che avverrà dopo in pubblico. Alla cena ci sono l’autore del libro, Bob Dylan, il sindaco con la fascia, il segretario comunale e tutta la giunta, qualche fan imbucato, ed io. Una quindicina di persone in tutto. Una cena un po’ triste, nessuno parla, Bob Dylan è senza la sua band, e mangia con buona lena il suo piatto di pezzetti di cavallo al sugo piccante, dice che gli ricordano il cibo messicano, parla con la bocca piena e tutta sporca di sugo, si bacia la punta delle dita unite e poi apre la mano in un gesto come dire “uonderful!“. Poi trinca un bicchiere intero di salice salentino, decantandone la struttura e il retrosapore zuccherino. Il sindaco guarda di sottecchi sto ubriacone messo anche male fisicamente, e fa una smorfia dubbiosa verso la giunta.

A fine cena ci si trasferisce tutti vicino alla ferrovia, in uno spiazzo di cemento alla periferia del paese inframmezzato da buche quadrangolari di terriccio che accolgono alberi segaligni e senza foglie tenuti su da mazze di scopa come sostegni. Per terra è tutto un mulinare di carte sporche e merde di cane, e domina sullo slargo una roulotte di ristoratori da strada, che con luci stroboscopiche segnalano la presenza di panini con la servola, con la salsiccia, hamburger e patatine fritte. Il ristoratore, su richiesta del sindaco, ha predisposto le sedie di plastica bianca nello spiazzo, con un tavolo al centro, proprio davanti alla roulotte, con sopra una tovaglietta di carta tenuta ferma da due birre canadesi ai lati. Il posto è male illuminato da lampioni troppo alti e di una fioca luce bianca, per fortuna ci pensa la roulotte coi suoi colori accesi e spumeggianti a fare da occhio di bue.

All’incontro, però, c’è ben poca gente. Insomma, le sedie si riempiono a stento, c’è qualche coppia di ragazzi, marito e moglie con bambino in carrozzina, quattro vecchi, cinque o sei fans tra cui io, la giunta e il segretario comunale. Oltre al sindaco, sempre più imbarazzato, seduto accanto a Bob Dylan al tavolo assieme all’autore del libro.

Inizia l’incontro. E devo ammettere pure io, che sono un appassionato, che c’è da stracciarsi le palle dalla noia. Si parla di metatesto, di influenze  freudiane, di citazionismo biblico. Lo stesso Dylan pare poco interessato, e infatti si beve la sua canadese direttamente a canna trangugiando un po’ di olive ascolane messe a disposizione dal chiosco. Il sindaco tradisce l’insofferenza e sbuffa, si guarda attorno, c’è pochissima gente, un flop totale, una figura di merda colossale. Si agita, incastrato nella sedia, guarda severamente il segretario comunale e poi la giunta, come se la colpa fosse di tutti tranne che la sua.

Poi l’autore del libro imbraccia una chitarra, e riesce a far cantare Dylan sulle note di “4Th Time Around”, almeno per un paio di strofe. L’atmosfera non si scalda. Il sindaco anzi, si gira verso uno di noi e fa: “Ma sta canzune non è delli Bitols?”, e uno dei più secchioni gli spiega che no, non è Norvegian Wood, anzi, è Lennon che ha copiato questa canzone. Il sindaco risponde con una smorfia annoiata a metà tra “addirittura” e “e sti gran cazzi”.

Nulla, qualcuno si alza dalla sedia e se ne va, alcuni si distraggono guardando la televisione appesa alla roulotte che programma una partita di Coppa Italia. Il più grande happening culturale della storia di questo paesone si sta trasformando in una tragedia. Poi la parola passa a Bob Dylan. Leggi il seguito di questo post »

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Le sole, lu mare, lu ientu

19 agosto 2009

Il Salento, si sa, d’estate vive di giorno delle sue spiagge e dei suoi due mari. Di sera e di notte, il tacco d’Italia offre un proteiforme calendario di decine e decine di sagre paesane, feste contadine, fiere e spettacoli organizzati praticamente da ognuno del centinaio di comuni sparsi a caso nel territorio.

Ora, il turista che arriva in Salento e vede tutte queste feste di paese ogni sacrosanta sera, sparse nella vastità della piana salentina, pensa: “Minchia che posto pieno di tradizioni, che gente ancorata alla propria cultura, che popò di radici che affondano nella storia, che immensità di scelte culinarie  legate alla tradizione, che posto magico e isolato nel tempo…

E qui arriva Paperoga il rinnegato e polemista, a sfatare in parte anche questo mito salentino.

Perchè trattasi di cazzate. In larga parte, sono tutte cazzate. Il 95% delle sagre in cartellone sono nate magicamente come funghi qualche manciata di anni fa. Dieci anni fa ce n’erano si e no una trentina, anzichè a milioni come oggi. Le sagre più antiche, chiamiamole c0sì,  hanno una trentina d’anni, e comunque ne vedrete ben poche, perchè quelle più genuine si tengono tutte in settembre-ottobre.

Quelle che propinano d’estate sono delle improvvisate reti da pesca per accalappiare turisti meridionali orgoglioni delle proprie ormai sconosciute radici umili e contadine, e turisti settentrionali stregati dal mito del buon selvaggio. Ogni comune ne sforna mediamente tra le due e le tre, ed è chiaro che ormai si è creato un ingorgo di iniziative tra le quali occorre districarsi.

Qual’è la ricetta della perfetta sola, ehm, della perfetta sagra tipica a denominazione di origine controllata? Eccovela qua.

1) Trovare un piatto più o meno tipico su cui impostare la serata. La gente vuole mangiare a scassapanza, anzitutto, quindi bisogna prenderla per la gola. Cultura e intrattenimento vengono dopo. Possiamo distinguere in tal senso tre categorie:

a) Le sagre che ti prendono per curiosità e che puntano alla specializzazione. Cosa sarà mai la sceblasti? O la piscialetta? O la scapece? Niente di che, potrei rispondervi io, ma io sono il dissacratore del Salento e non faccio testo. I turisti ci vanno a frotte per scoprire cosa si nasconda dietro questi nomi esotici, e spesso non si accorgono che si tratta di piatti di risulta, accozzaglie di avanzi che i nostri trisavoli mettevano insieme il giorno dopo. Roba che al supermercato non degneremmo di uno sguardo. Ma nella temperie sognante della riscoperta delle radici, va bene mangiare anche le radici vere e proprie, se qualcuno si mette a cucinarle.

b) Le sagre che rimangono sul vago, o per mancanza di impegno o perchè si sono fatte fregare il piatto tipico dal comune a fianco. La dicitura è quasi misteriosa, ampia e vaporosa: sagra dei sapori locali,  sagra delle quattro stagioni, sagra dei piatti nostri, festa del contadino, sagra del mare e della terra.

c) Le sagre che sfidano il comune senso del pudore e sfacciatamente ti si propinano in tutta la loro assurdità: c’era bisogno di una sagra degli spaghetti al pomodoro? C’è anche quella. E della pizza? E della birra? E potreste mai immaginare che nel profondo Salento possano concepire una sagra del wurstel? Beh, immaginatelo, perchè c’è anche quella.

2) Accompagnare la cena e la digestione con tanta musica popolare.

Il Salento, si sa, è la terra della pizzica. I salentini l’avevano dimenticata per decenni, poi qualcuno ha ricominciato a suonarla e ballarla una quindicina di anni fa, pare sia piaciuta ai turisti, ed ecco l’ennesima tradizione popolare di cui ci si è riappropriati in fretta e furia per poterci proporre come popolo antico agli stranieri che vengono a trovarci.

La pizzica, chiariamolo subito, è una musica affascinante e guardare chi la sa ballare bene è uno spettacolo per gli occhi. Le atmosfere d’estate delle piazze piene di gente che la balla sono uniche.Ma c’è un solo problema. Da quando la pizzica ha attratto i turisti, decine e decine di zozzoni hanno deciso che volevano mangiare anche loro nella grande torta della taranta, e quindi vai a gruppi improvvisati di musica popolare che si spacciano come tali di fronte agli ignari turisti. Pestando i tamburelli a caso e stonando ogni sacrosanta nota di ogni sacrosanta canzone, si fanno i loro picciuli a serata. E ovviamente trovano nelle sagre il loro palcoscenico preferito. I gruppi di pizzica vera ormai sono pochi e non è facile trovarli. Quindi è probabile che vi ritroverete a digerire le vostre tipicità culinarie accompagnati da musica popolare tarocca.

Se cominciate a girare il Salento e farvi qualche sagra, avvertirete probabilmente, se siete buoni osservatori, un piccolo particolare non di poco conto: queste sagre sono tutte uguali. Possono chiamarsi Pippo o Paperino, ma alla fine le cose che si mangiano sono sempre le stesse e la musica che si ascolta pure. E’ una sorta di involontario marchio in franchising, la sagra, che vende prodotti in franchising, musica e cibo. Se vi abbuffate di sagre, è probabile che a fine vacanza le confondiate  o vi dimentichiate di esserci stati. Non sono un evento, ormai, sono uno stanco e quotidiano refrain che tendenzialmente stufa. Gli orsi polemici come me, intendo.

Quindi, il consiglio del rinnegato è, se dovete proprio andarci, di scegliere la sagra in base al paese dove si trova. Ci sono paesini molto belli e paesini indecentemente piallati dal cemento. Informatevi, e scegliete i primi.

E’ come quando si va al McDonalds: visto che ci si va, è meglio andare in quello in piazza Duomo che in quello della stazione ferroviaria.


Summer on a solitary beach

10 agosto 2009

kitesurf_warning

E’ ancora possibile passare le vacanze nella salentina terra natia senza perdersi dentro ad un verminaio di persone in costume da bagno che si contendono un metro quadrato di mare? Anzi, di più, è ancora possibile trovare un pezzo di spiaggia sostanzialmente deserta onde poter coccolare la propria natura misantropa lontano da grida sguaiate, sentori di coppertone e musica disco che ormai ottundono i sensi che più non  colgono l’odore e il rumore del mare medesimo?

E’ possibile, ma occorre fare una scelta di campo, anzi, diverse scelte di campo.

Anzitutto, scordatevi le spiagge alla moda, quelle che, a ragione o a torto, sono diventate i must dell’estate salentina. Dovete cercarvi spiaggette appartate, semi nascoste, che presentano qualche imperfezione (tipo un fondo misto scoglio/sabbia, che scoraggia le famiglie e le comitive di giovani). Oppure andate sulla litoranea che da Brindisi scende verso sud. E’ il Salento non ancora scalfito dall’invasione turistica, quello di marine in cui a stento c’è l’illuminazione. Niente locali, pochissimi lidi, solo kilometri di spiaggia e dune ed un mare che, se la tramontana non lo fa incazzare come di solito fa, non ha nulla da invidiare alle perle dello Ionio. Ma anche quando lo fa incazzare, a me piace lo stesso.

Dunque, se volete andare sul sicuro, fate come me, ed andate nelle spiaggie estromesse da quella ininterrotta “vasca” che da Torre dell’Orso scorre verso Otranto e poi scende verso Leuca e poi risale verso Gallipoli e infine Porto Cesareo. Ed andateci quando soffia come un matto il vento da nord-est e non trova ostacoli di sorta per vomitarti sulla riva onde su onde che rendono la spiaggia un enorme bagnasciuga. Io ci sono andato l’altro giorno, ed è stato un pomeriggio di rara bellezza.

Ci arrivo che sono le tre di pomeriggio. Ho tutto quel che mi occorre: slip neri per il bagno, crema solare per la mia pelle delicata quasi come quella del culo di un bambino, una sediolina pieghevole, occhiali da sole, un libro. In spiaggia il vento insiste a non so quanti nodi, e superata la duna mi accorgo ci saranno una decina di persone in cento metri di costa sabbiosa. Il resto è il paradiso dei kite-surfers. Decine di questi aquiloni giganti gonfi di tramontana che trasportano a velocità folli dei giovani che piroettano sulle loro tavole, a volte alzandosi in volo che pare siano destinati a rimanerci, in aria, a volte planando sulle onde come se stesse pattinando sul ghiaccio.

Posiziono la mia sedia, mi spoglio, metto la crema, prendo il libro ed affondo nella mia solita posizione da anziano, che in realtà è la posizione di chi osserva. Io non sono capace di fare molte cose, mi pare di dire un’ovvietà, e quelle poche che faccio le faccio con abbastanza goffagine. Ma osservare mi riesce benissimo, e quando sono in spiaggia seduto davanti al mare, mi metto a guardare come un’idiota quello che accade intorno, e siccome non c’era molta figa da mirare, mi sono innamorato dei kite-surfers. A me piace osservare sopratutto quello che non so fare e che nemmeno tenterò mai di fare nella mia vita. Fare surf trainato da un enorme specie di paracadute dimezzato non farà mai parte delle mie esperienze. Uno perchè data la deprecabile forza dei miei muscoli le braccia si separerebbero dalle spalle nel giro di 10 secondi, volando in cielo assieme al paracadute, mentre io rimarrei a terra come una venere di milo in versione maschile e di parecchio dimagrita, oltrechè urlante. Due perchè a me le cose belle piace più osservarle che viverle. E su questa frase terribile è bene stendere un velo pietoso e chiamare lo psichiatra di turno per farmi spiegare come ho potuto sprecare la mia vita fino a questo punto. Leggi il seguito di questo post »


Gimme hope, Salento

3 agosto 2009

sole salento3

Passare qualche giorno d’estate nella mia terra è una tradizione. Di più, un bisogno fisiologico. Di più, di più, un irrefrenabile richiamo della foresta. E’ come se qualcosa di insondabile mi chiamasse a sè, per chissà quale motivo, dalle paludi emiliane piene di afa e di ozono, il cui unico richiamo balneare sono le rare pozze sul fiume Po o le piscine urbane in periferia, e mi attraesse verso le selvagge spiagge salentine, le sagre paesane di sera, verso la bellezza mossa ed arsa di una terra ventosa dai due mari, ove per di più ho vitto e alloggio gratis.

Davvero, non so spiegarmelo come mai mi scatta questa attrazione verso la mia terra ad un certo punto. Sarà che sono un romanticone.

Comunque, appena arrivato in vacanza, uno dei problemi è gestire la prima abbronzatura. Essendo chiaro di pelle, biondo di capelli e pieno zeppo di nei sempre pronti a fare il grande zompo verso mutazioni cancerogene, devo prestare molta attenzione e prendere il sole con gradualità. Se tutto va bene, per una settimana rimango grigio topo, carnagione che ho assunto grazie al sole tropicale della Padania, e poi la seconda settimana assumo un colorito lievemente più terrone, senza mai raggiungere però le vette carbonizzate di molti miei conterranei zulù.

Una piccola premessa, altrimenti mi prendete per snob. Io preferisco la spiaggia allo scoglio. Essendo fondamentalmente un pigro, non sono certo uno di quegli alternativi che si scoppano fior di mulattiere zompando come capre tra una roccia e l’altra per arrivare nel posto che nessuno conosce, con lo scorcio inestimabile e la caletta dentro il cui mare si arriva solo con un tuffo di cinque metri e da cui si risale facendo pareti di roccia. No, a me piace la spiaggia, il mare a portata di mano, libri da leggere, tette da mirare, insomma sono il solito triste borghesotto.

Detto questo, però, andare al mare è molto bello, prendere il sole fa bene alla pelle, guardare tanta figa riscalda il cuore, però c’è una regola maturata con l’esperienza di anni ed anni: non si va mai al mare di domenica d’agosto. Oppure il giorno di Ferragosto. Per una regola di buon senso, è meglio restare a casa a guardare un film, o a giocare a carte con qualche zio. Perchè là fuori, nel tacco d’Italia, c’è un enorme termitaio di bagnanti che affollano qualsiasi residuo di spiaggia, dallo Ionio all’Adriatico, onde per cui l’unico modo che hai di entrare in acqua è di calpestarli come formiche.

Mi arriva però una telefonata e un invito che non si può rifiutare. Si può rifiutare l’invito di tanti, ma non di un’amica ritrovata. E allora eccomi all’una in macchina per raggiungere una delle località più gettonate della costa ionica, di cui non farò il nome perchè questo post non sarà propriamente un inno alla vacanza nel Salento, e solitamente le pro-loco turistiche sono abbastanza suscettibili. Se pensate che proprio ieri ad una ausiliaria del traffico hanno bruciato la macchina per una multa di troppo, c’è da che essere prudenti in questo far west di irragionevoli ai confini d’Italia.

Arrivo alle due meno un quarto al mare, ed è un momento di calma apparente. I residenti sono a casa a scofanarsi gigantesche teglie di pasta al forno e frise al pomodoro e ricci appena pescati, tutti asserragliati nelle loro case abusive e condonate a due passi dal mar. I bagnanti in trasferta invece sono in spiaggia a mangiare più o meno le stesse cose. Dopo aver parcheggiato ad un sopportabile kilometro dalla spiaggia, arrivo presso la medesima scalando quel che è rimasto di una antica duna, ormai totalmente distrutta e priva di macchia grazie ai bravi coglionauti che fanno i falò e che alimentano il fuoco con i piccoli arbusti presenti.

Il panorama, dalla collinetta, è dantesco. Ci sono migliaia di persone nel raggio di 500 metri, e per migliaia intendo forse una decina di migliaia. Di tutto, famiglie allargate, comitive di giovinetti, coppie che limonano, famigliuole con paletta e secchiello, poderosi topless a riva, culi random che saltellano in acqua, e poi racchettoni, pallonate, tavolini con tornei di burraco in atto da ore, tende montate da cui provengono musiche da stereo portatili, baretti ad intermittenza dove vendono rinfreschi allo stesso costo dei bar di zona San Babila. In altre parole, l’inferno in terra.

Mi faccio strada tra la gente stravaccata sui teli da spiaggia, calpesto borse zaini braccia culi orologi per arrivare sul bagnasciuga e trovare la comitiva di amici che incontro dopo qualche minuto. Mi spoglio velocemente, esibisco il mio solito costumino nero che indosso imperterrito da dieci anni sfidando le mode e le risate altrui. E mi fiondo verso il mare, cercando di liberarmi di questa oppressione di gente disposta stretta a caso sulla sabbia. Ma dentro il mare c’è pure più gente che in spiaggia. Chiunque. Una marea di corpi spanzati, in piedi, in movimento. Le conseguenze del sovrappopolamento si fanno sentire sul colore dell’acqua che, da queste parti solitamente cristallina, ricorda quella del Po. Una persecuzione. Leggi il seguito di questo post »