Il vero incubo non è lavorare oggi

13 gennaio 2009

Il primo giorno di lavoro non è stato tragico. Si, insomma, non sapevo cosa fare, dove chiedere, a chi rivolgermi, come muovermi, cosa dire, come mascherare la mia totale impreparazione e la mia assoluta infelicità di essere lì, ma tutto sommato, è andata bene.

Certo, ho occupato il posto in stanza con un fumatore che prima era solo e libero di sfumacchiare quando voleva, e che ha capito subito, da una risposta cortese ma secca e decisa, che non amo sentire il cancro presenziare in una stanza con i suoi anelli di fumo come un Casper cattivo che aleggia sulla mia aspettativa di vita. Ma vabbuò, un pericoloso nemico in più annidato in studio, che sarà mai.

Vabbè, c’è poi da dire che le condizioni propostemi al momento del colloquio sono risultate solo un’esca per farmi venire lì e scoprire che ci sarà da lavorare il doppio, ma non è poi che uno ci rimane male per questo.

L’unico momento reale di difficoltà l’ho avuto alla fine della giornata, quando sono andato a salutare il capoccia.

Paperoga: “Vado, ho finito quella cosa.”

Capoccia: “Ok, beh, è andata bene , non trovi?”

Paperoga: “Ma si, devo dire di si.”

Capoccia: “A domani, allora.”

Domani?

Come domani?

Esiste un domani?

Non è finita qui?

Cioè, il culo che mi sono fatto oggi me lo devo fare anche domani?

E dopodomani? Dovrò anche venire dopodomani per caso?

E la settimana prossima?

Paperoga: “Certo…a domani…glab.”

Ecco dov’è l’inchiappettata del lavoro. Che lo devi fare anche il giorno dopo. E l’altro ancora. Non l’avevo considerato, davvero. Cioè, non è che credevo davvero di dover lavorare un solo giorno. Ma non avevo fatto i conti con la spada di Damocle del “domani”. Mentre lemme lemme raggiungevo la stazione, consideravo da che quel momento anche i giorni della settimana riprendevano ad avere una forma e una consistenza diversa e quasi plastica. Ovvero, il lunedì è differente dal venerdì, cose del genere. Cose che voi tutti considerate ovvie, ma credetemi, per un esperto di “orizzontologia chiappale” come me, uno che sino ad oggi si preoccupava al massimo dell’id basso di emule,  tutto ciò mi catapulta d’improvviso agli orribili tempi di grembiule e cartella e oltre. Era dai tempi di scuola che non consideravo i giorni della settimana, il loro lento scalare verso il sabato, e così via. Insomma, la fatica di finire la settimana. Nella mia precedente vita, fino a ieri cazzo, e che adesso mi sembra tristemente lontana, ogni giorno valeva l’altro, tanto non combinavo una mazza nè prima nè dopo. Adesso, mi sembra di esser tornato con lo zaino in spalla la mattina presto e col terrore dell’interrogazione di greco domani.

Domani, perdio.

Me l’ero scordata, l’ansia di domani.

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