Veloci appunti su Germania Brasile

11 luglio 2014

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Quando Germania e Brasile mi si sono presentate davanti allo schermo ero ancora indeciso per chi tifare. Partendo dal presupposto che in una qualunque partita di qualunque sport devo tifare per qualcuno, anche se timidamente, speravo che prima del fischio iniziale mi sarei deciso.
La Germania. Beh, per come gioca e per la bellezza calcistica di moltissimi dei suoi calciatori, un amante del calcio non avrebbe che potuto tifare per loro. Ma non c’era in ballo solo il calcio e lo sport, ma anche questioni nazionali. Non mi farebbe neanche troppo schifo che i tedeschi si prendessero le loro soddisfazioni calcistiche, se non fosse per taluni loro eccessi, ben riassunti dai titoloni della loro rivista popolare per eccellenza, la Bild.
Si, proprio loro, quelli che rappresentavano l’Italia con una pizza e infarcivano i loro articoli belligeranti del 2006 con luoghi comuni e razzismi striscianti.

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Salvo poi perdere la semifinale a Dortmund e ritirarsi umiliati ed offesi.
Ecco, non posso accettare un altro titolo trionfale della Bild, mi dicevo.
Però dall’altra parte c’era il Brasile. Una squadretta trista trista arrivata in semifinale grazie all’unico giocatore di classe e qualche botta di culo, assieme a moltissima mediocrità tecnica e tattica.
E co sti giocatori che prima e dopo la partita si mettono a pregare che manco le carmelitane scalze invocando iddio al loro servizio. E co sti tifosi che sentono sempre dio dalla loro parte, come pervasi da una missione evangelizzatrice.
Almeno i tedeschi se ne sbattono, urlano, bevono, ruttano, ma non si riducono a quelle sceneggiate.
Che fare, per chi tifare? Alla fine mi sono risolto a tifare Brasile, ma per un motivo particolare: mi sarebbe piaciuto vedere una finale Brasile-Argentina al Maracanà, con una tensione a mille in campo e fuori e due paesi che si odiano tenuti appesi al filo dell’infarto per 90 minuti.
Quindi che vada il Brasile.
Poi però comincia la partita e sappiamo tutti cosa sia successo nella prima mezz’ora. Il tifo per questo o per quello lascia spazio ad altri pensieri. Anzitutto, la Germania sta così nettamente meritando che non c’è storia, giusto così, ben venga il titolone nazionalpopolare di Bild.
Poi, mi concentro sulle reazioni dei brasiliani. In campo vedo undici cenci che si fanno prendere a ceffoni come manichini. Sguardi spauriti, già lacrimanti. Ma è nulla in confronto a quello che accade sugli spalti. Lacrime napulitane, visi orrorifici come in preda a coliche renali, bambini che piangono come vitelli, tifose il cui trucco si scioglie in viso in un’espressione di stupore paralizzante.
Se fossimo stati in Italia e gli azzurri avessero preso 5 gol in mezz’ora, a parte che metà degli spalti si sarebbero già svuotati, perchè noi italiani siamo maestri nell’andarcene dal campo quando la nostra squadra perde. Ma quelli che fossero rimasti, altro che lacrime o visi paralizzanti, sarebbe stato un profluvio di gestacci osceni, di cori di scherno, di vaffanculi e porcozio costanti. Altro che tragedia, tutto si sarebbe trasformato in un mercato, nel solito mercato italiano.
I brasiliani no, rimangono tutti nello stadio, e i più tacciono e continuano a guardare la partita attoniti.
Quando il Brasile segna il suo primo gol è il 90°. 7-1. Se rivedete il gol di Oscar vedrete una buona metà della curva dietro la porta esultare a pugni stretti per quel gol. Ovvero, molti brasiliani hanno esultato al gol di Oscar.

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Noi italiani avremmo approfittato della sua vicinanza agli spalti per tirargli una scarpa in faccia. Invece no, loro esultano. E ci scommetto un braccio che qualcuno di loro ha anche pensato che ce la si poteva ancora fare.E non so se questa è più ingenuità, presunzione o fede in questo famoso dio del pallone che protegge i brasiliani.

Ma quando la partita è finita, c’è stato un momento in cui sono stato realmente contento che avesse vinto la Germania. Quando ho visto Luis Gustavo e David Luiz inginocchiarsi e pregare. Cosa? Coosa? Preghi? E che ti preghi? E che gli stai dicendo? Grazie signore per questa bella figura di mmerda che mi hai fatto fare? Qui siamo al fanatismo. Invece di crollare a terra miseramente e bestemmiare chiunque perchè questo 7-1 lo racconteranno ai nostri pronipoti e noi siamo segnati per sempre, prego dio e probabilmente gli sto chiedendo pure scusa.

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E allora forza Germania. Mi è piaciuto il loro atteggiamento, nello sport bisogna sempre infierire sul più debole, è l’unico modo per rispettare i principi della competizione. Il modo con cui hanno aggredito i resti dei giocatori del Brasile è animalesco ma sublime.
Mi ha ricordato un Milano Juve 1-6 del 1997, quando Vieri spolpò quel poco che restava del grande e ormai vecchio Baresi, ridicolizzandolo proprio sul finire della sua carriera. E con la Juve che ad ogni gol continuava ad esultare. Così si fa!
Forza Germania. Anche se per la finale tifo Argentina. E non per i suoi tifosi, altra bella manica di esaltati. Ma perchè il miglior giocatore degli ultimi 15 anni si merita un Mondiale. Punto e basta.


Teoria e pratica di consumismo

28 novembre 2013
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Siccome cambio cellulare più o meno con la stessa frequenza con cui una cometa visibile compie il suo passaggio sopra il pianeta Terra, l’arrivo di Ison e la contemporanea andata in vacca dell’audio del mio vecchio cellulare hanno fatto sì che mi decidessi allo storico change-over.

E siccome avete capito che per me gli smartphone sono il Male assoluto, fautori di un disastro sociale che crea rincoglioniti a ripetizione, e siccome che a me di navigare su internet in autobus non me ne frega niente, di scaricare inutili app men che meno, di postare in diretta su twitter quanti km sto percorrendo nel parco cittadino figuriamoci, ho cercato su internet un cellulare nuovo, “with a the least amount of stronzate”, tanto per parafrasare American Beauty. Un telefono per telefonare, punto e basta, mandare messaggi, segnarmi qualche appuntamento in agenda, programmare la sveglia. Un telefono leggero, che entri in tasca, la cui batteria duri qualche giorno.

Me la sono cavata con 70 euro e un cellulare da 900 grammi. Avrei potuto far meglio, spendere meno, lo so, ma mi accontento.

Scarto dunque il cellulare ( per molti l’unboxing di un cellulare e la successiva sua accensione sono momenti orgasmatici, per me è una rottura di palle dovermi abituare ad un nuovo strumento che non funziona come quello usato negli ultimi 4 anni), carico la batteria, e vado ad inserire la mia SIM.

Sorpresa: la mia SIM è grande il doppio dell’alloggiamento. Come cazzo è possibile? Eppure la mia SIM è solo di 15 anni fa, possibile che la tecnologia nel frattempo si sia evoluta?

Carico di questi dubbi mi rivolgo ad un negozio della mia compagnia telefonica, in cui entro per la prima volta nella mia vita. Il che risulta evidente dal dialogo che vi trascrivo (in corsivo sbarrato ciò che potrebbe aver pensato la commessa e non mi ha detto): Leggi il seguito di questo post »


De cellularium damnis vitae nostrae (2)

18 febbraio 2011

I danni inferti dal telefono cellulare alla nostra vita non si limitano al fatto di esserci giocati il diritto alla libera reperibilità. Non poteva essere sufficiente lo scoprirci tutti incatenati, volenti o nolenti, alla puntuale rintracciabilità dei nostri passi da giustificare constantemente? Manco per niente, c’è un altro danno, per certi aspetti più sgradevole, al quale non riesco a rassegnarmi: la scomparsa della fottuta riservatezza e di uno straccio di discrezione nel gesto del telefonare.

Anche qui la comparsa del cellulare ha combinato disastri e creato autentici mostri.

Facciamo il punto: fino al 1995 non c’erano mica tanti cazzi: si telefonava da casa o dalle cabine telefoniche. Punto. Se volevi provare l’ebbrezza di comunicare in movimento, ti compravi con un amico un paio di walkie talkie da tre kili e ti improvvisavi MacGyver.

In entrambi i casi, a casa o nella cabina, la telefonata era necessariamente un gesto privato che aveva pochi testimoni. Anzi, non contenti, spesso allungavamo i fili fino a portarci il telefono in stanza, perché persino le cucine o i salotti erano luoghi troppo pubblici. Lo ricordiamo tutti, davanti ai telefoni pubblici se qualcuno che attendeva dopo di noi ci stava troppo vicino, lo guardavamo male o lo apostrofavamo con un seccato “Le spiace?”, invitandolo a starci a due palmi dal culo. Quel che dicevamo al telefono erano cazzacci nostri, e che qualcuno ci ascoltasse era considerato inopportuno, maleducato, inaccettabile.

Bene, una manciata d’anni dopo il mondo è impazzito e da allora va tutto a puttane. Quelle stesse persone che si chiudevano in camera, che si sigillavano nelle cabine telefoniche, quelle stesse identiche persone tanto piene di pudore e riservatezza, hanno letteralmente dato di matto. Oggi tutti parlano al telefonino davanti a tutti. Anzi no, mica si limitano a parlare. La gente al telefonino ci urla, cazzo, proprio ci strepita dentro, letteralmente vomitandoci in faccia i cazzi suoi senza darsi alcun pensiero.

Dieci anni fa i curiosoni dovevano tendere l’orecchio, accostarsi alle porte, per sbirciare scampoli di telefonate. Oggi quegli stessi curiosi non ne possono più, ne hanno piene le balle dei fatti altrui.

In treno, nel bus, in qualunque sala d’attesa o coda alle poste, la gente riferisce i propri intimi casini, i problemi di salute, le paturnie, i pettegolezzi, gli sputtanamenti e le cattiverie a decine e centinaia di perfetti sconosciuti.

La tanto decantata privacy moderna, per cui firmiamo ogni giorno inutili moduli, e che spesso rivendichiamo istericamente e fuori luogo, magicamente scompare quando mettiamo all’orecchio il cellulare e ci immergiamo nei nostri chiacchiericci. Invochiamo rispetto per il nostro privato, ma poi lo sbattiamo in faccia al primo che passa. Leggi il seguito di questo post »


Un’adorabile coppia di stronzi

16 febbraio 2011

Premetto che, se vi andate a leggere le varie recensioni che osannano, e a ragione, questo film, troverete una chiave di lettura del tutto opposta a quella con la quale l’ho interpretato io. Chiunque vi debba descrivere Another Year di Mike Leigh tenderà a farvi lo stesso identico riassunto visivo e concettuale: in un mondo di infelicità, di disagio esistenziale e di continuo disadattamento alla vita, esiste un porto sicuro dove rifugiarsi: la casa di una coppia di sessantenni, avvolti dalla loro solida felicità, dal calore della loro cucina, dalla loro rassicurante intesa, dalla loro gratuita e calda amicizia.

Beh, sono tutte delle dannatissime balle! Perchè io dei due protagonisti ho un’idea del tutto diversa….

C’è una coppia di sessantenni, è vero. Ed è vero che conducono la vita che qualunque sessantenne (ma anche qualche trentenne, me compreso..) vorrebbe vivere. Una bella casa, un menage matrimoniale intatto, sani hobbies a cullare una vecchiaia non ancora compromessa da lutti e malattie. Tutto verissimo. Sono rassicuranti, amichevoli, alla mano. Ospitali, di larghe vedute, sono gli amici, i genitori, i parenti che tutti vorremmo avere. Può darsi. Oppure no.

Perchè la cosa più vera è che quei due amabili vecchi, i vecchi che tutti noi vorremmo essere quando saremo vecchi, beh, dietro quella coppia di santi laici  in realtà si nascondono due perfetti stronzi.

E’ vero, accolgono in casa amici e familiari ammaccati da dolori a caso, apparentemente offrono riparo alla solitudine, alla frustrazione, al desiderio di scomparire di tutta la varia collezione di infelici che viene a bussare alla loro porta. Offrono cibo, compagnia, consigli, sorrisi. Sembra tutto così bello, umano, compartecipe.

Compartecipe un cazzo. Si tratta in realtà di due persone rese ottuse dalla loro stessa felicità, alienate dal loro stesso menage perfetto. Non hanno la minima possibilità di comprendere il dolore altrui, perché non lo conoscono. L’assenza prolungata dal dolore quotidiano della gente che sopravvive, ne ha fatto due automi che al massimo riescono ad elaborare una confusa ma distante pietà, quando non una compassione pelosa da dame di carità. Fanno beneficenza, non danno affetto. Accolgono l’infelice in casa propria con lo stesso atteggiamento con cui andrebbero a trovare un malato all’ospedale. Sebbene si circondino di gente, il dolore sul volto e nella voce di quella stessa gente non sembra sfiorarli in modo autentico. Non piangono mai, il loro tono di voce è sempre identicamente cordiale, allegro, positivo. Anche quando gli capitano per casa relitti umani, possibili aspiranti suicidi, persone il cui stesso viso è devastato dall’infelicità cronica, non si scompongono. Regalano decine di pacche sulle spalle, qualche abbraccio, ma la verità è che davanti al dolore non sanno sciogliersi, non si scompongono, in altre parole la loro felicità cristallizzata li ha resi inumani. Leggi il seguito di questo post »


E intanto anche Clint Eastwood mi sbaglia un film

22 marzo 2010

Non sono uno di quei tipi che vanno al cinema a scatola chiusa, così per il piacere di andarci. Vado al cinema per vedere dei bei film, visto che pago profumatamente per la loro visione. Detesto uscire dal cinema con le balle che mi fumano perchè ho sprecato oltre sette euro per vedere una colossale cagata. Dunque seleziono molto attentamente l’offerta e, scartando a priori quasi in blocco l’orrendo cinema italiano, mi affido ad autori fidati, o a generi che amo particolarmente.

Clint Eastwood, per dire, è per me il miglior regista vivente. Fa cinema classico, solido, universale, girato con maestria. Con lui vado sul sicuro, da un decennio circa. E’ stato capace di far commuovere questo vecchio orso privo di cuore per ben due film consecutivi, Mystic River e Million Dollar Baby. Per non parlare di quando ho visto in tv I ponti di Madison County e, per la prima (e ultima) volta in vita mia, mi sono commosso come una Bridget Jones qualunque di fronte ad un melò che, ad una lettura veloce della trama, sembrava essere il solito polpettone melenso per casalinghe avvinazzate.

Ecco dunque che, uscito questo Invictus, ho trovato finalmente tempo e soldi per recarmi baldanzoso nel multisala vicino casa.

La trama del film in soldoni è questa, e non credo di spoilerare dato che si tratta di una storia sostanzialmente accaduta: narra della vittoria della nazionale sudafricana di rugby nel mondiale giocato in casa nel 1995. Nei primi anni ’90, abolito l’apartheid, Nelson Mandela è eletto presidente del Sud Africa dopo oltre 20 anni passati in gattabuia a spaccar pietre. Il rugby è da sempre lo sport dei bianchi, e la squadra degli springboks, da sempre l’orgoglio sportivo degli afrikaner, è invece detestata dalla maggioranza nera. Invece di far fuori uno storico simbolo della segregazione razziale abolendo la maglia verde oro e sbattendo fuori a calci un bel po’ di visi pallidi mettendoci al posto qualche bel colored, Mandela ritiene che proprio da quella squadra si possa partire per una bella pacificazione nazionale. Il suo sogno è che si vinca i Mondiali e la nazione nera si stringa attorno a quella squadra di bianchi. Ovviamente, ci riuscirà.

Ora, questo vuole essere un film che celebra l’intuizione quasi eretica di un uomo straordinario, nonchè la sua capacità sovraumana di perdono: un uomo rinchiuso per decenni in una cella due metri per due che, quando esce, invece di far fuori col gas nervino quella minoranza di tangheri razzisti che gli ha rovinato la vita, si dedica alla riconciliazione tra bianchi e neri.

Come puoi tirare merda su un film così, mi chiederete? Perchè l’avete già intuito che sto per farlo….

Perchè sì, cazzo. Il film non è brutto, chiariamoci. E’ solido e di ampio respiro. Ma stavolta non è un film asciutto. E’ un film piatto, che scorre verso la fine senza un sussulto di emozione, troppo impegnato a celebrare un uomo che è dipinto come un Santo, anzi, una sorta di concentrato di tutti li santi. Un uomo così perfetto che quasi ti annoia, ti irrita per la capacità di fare sempre la scelta giusta, e sopratutto ti fa venire il dubbio, anzi ti fa proprio sperare, dopo due ore di patinata agiografia allo stato puro, che magari nella realtà Mandela sia un tantino più stronzo di come viene dipinto.

Per tutto il film non fa che essere gentile come il più affettuoso dei nonni, il più galante dei gentlemen, il più interessato degli amici, il più buono dei filantropi, il più comprensivo dei datori di lavoro. Sorride sempre, saluta tutti, anche quando nella sua prima comparsa nello stadio la gente lo fischia e gli tira secchiate di birra quasi addosso, lui continua a salutare come il papa a San Pietro.

Poi sta cosa della fissa per il rugby che per lui diventa un’ossessione. Comincia a vedersi tutte le partite, interrompe vertici intergovernativi per vedere la sintesi della partita, manca poco che si porta la radiolina nascosta nella giacca come Fantozzi. Impara a memoria tutti i nomi dei giocatori, magari si scambia le figurine panini con i ministri, ce l’ho, mi manca, ce l’ho, mi manca. La sua consigliera ad un certo punto gli chiede senti Mandela, cristo, ma occuparsi di disoccupazione, inflazione, scuola, sanità, ti pare brutto? E lui davanti alla tv col secchiello di popcorn che risponde zitta porcatroia che c’è un piazzato da posizione favorevole. Quando la Nuova Zelanda passa avanti nel secondo tempo della finale, al rallenty è possibile tradurre il labiale di Mandela che alza le mani al cielo e butta un gigantesco porcod…

E poi i dialoghi, santoddio, i dialoghi. Pare un libro stampato, quando parla. Speri per tutto il film che mentre sta piazzando la sua ennesima perla di saggezza gli scappi un rutto o una scoreggia, o mandi affanculo qualcuno. E invece è un aforisma umano, illumina e ispira persino quando sorseggia il thè senza il tipico risucchio che fanno gli anziani. Leggi il seguito di questo post »


Fenomenologia del concorsista (capitolo II, Antropologia)

23 febbraio 2010

Continua da qui…

Al di là delle provenienze geografiche, il concorsista rimane una creatura affascinante a prescindere. I motivi per cui partecipa ad un concorso sono spesso vaghi, inconcludenti, o viceversa figli di un progetto ben preciso. A volte, nipoti della disperazione. All’atto di spedire la raccomandata, egli sa che sta per imbarcarsi su un carrozzone che avrà tempi biblici, rinvii a cascata, correzioni interminabili, graduatorie rimandate, cancellate, annullate e poi riscritte, e infine assunzioni scaglionate nel tempo. Chi si iscrive ad un concorso oggi, sa che se lo vince sarà assunto tra 5 anni minimo. Chi cazzo gliela fa fare?

La risposta la conosciamo tutti, e si chiama posto fisso. E’ il sogno di poggiare il culo su una sedia, la stessa sedia (preferibilmente non una diabolica sedia stokke) per tutta la vita, percepire uno stipendio sicuro, tendenzialmente basso ma sicuro, tendenzialmente sempre quello ma sicuro. E’ un sogno di merda per tutti quelli che hanno progetti più alti nella vita, o per chi ha velleità artistiche, o sogni da realizzare, o vuole anche solo provare l’ebbrezza e il rischio della libera professione.  Le persone che si ritengono dotate di talento, le persone coraggiose, le persone che aspirano ad elevare la loro esistenza dalla piattezza del consueto, fanno bene a rischiare del proprio e a mettersi in gioco.

Per tutti gli altri c’è il posto fisso, meglio se pubblico.

Non potrai certo realizzarti professionalmente, ma almeno avrai le porte spalancate per un mutuo. Non potrai certo realizzare chissà quale progetto lavorativo, ma avrai tempo libero sufficiente per realizzarti in altro. Non potrai creare nulla di tuo, nè sentire dentro il sacro fuoco dell’intuizione divenuta successo, ma le tue ferie saranno tutte pagate, a Natale avrai la tredicesima.

La vita si distingue tra chi osa e chi si fa due calcoli, tra chi non riesce a concepire di poter ambire alla sola sopravvivenza e chi ha il terrore di trovarsi alfine con il culo per terra.

Ecco il premio di queste lotteria, la sopravvivenza garantita, nulla di più, nulla di meno.

Se il premio è questo, come ce la si fa? Quale l’atteggiamento, lo stato d’animo, le reazioni emotive del concorsista medio durante questa lunga traversata nel deserto, tra bandi e preselezioni, scritti orali graduatorie e lettere di assunzione?

Durante la mia lunga esperienza concorsuale ho imparato a distinguere alcune categorie, che vi propino tosto senza presunzioni di completezza:

1) Il concorsista in preda al panico

Il concorsista in preda al panico si sta giocando l’intera sua esistenza. Che siano le preselezioni, gli scritti o gli orali, la sua faccia tradirà muta disperazione. Il maschio suda copioso, ho visto ascelle pezzate e schiene adese alla pelle davanti al mio banco, e puzze rancide che ti viene da lacrimare. Scorte di medicinali, perchè hanno sempre la febbre o credono di averla. La femmina invece piange, e se non escono lacrime il suo sguardo non è meno impegnato nello sforzo di farlo. Si guarda intorno attonita, alla ricerca di un gancio in mezzo al cielo. Sia il maschio che la femmina sfogliano il manuale fino all’ultimo secondo, furiosamente, sentono bisbigliare in giro di possibili argomenti e quello sfogliare diviene ancor più compulsivo, nevrotico, violento. Al momento della dettatura del tema, il momento cruciale di qualsiasi concorso, guardano il presidente della commissione come si guarda iddio quando ci giudicherà alla fine dei giorni con san pietro chiavi in mano al suo fianco. Dopo la dettatura, qualsiasi sia il tema, si accascia sul banco, o piange, o fissa davanti a sè invocando il teletrasporto verso casa. Leggi il seguito di questo post »


Fenomenologia del concorsista (capitolo I, Geografia)

22 febbraio 2010

Nella mia vita precedente di cazzeggiatore professionista, laddove ogni mio sforzo era proteso fino allo spasmo nel cercare di rimandare il più possibile il giorno in cui avrei dovuto lavorare sul serio, ho provato mille strade per provare a temporeggiare, a menare il can per l’aia, insomma, a resistere disperatamente alla spada di damocle che stava per calare sul mio collo pennuto di aspirante fancazzista a vita.

La prima mossa è stata quella di laurearmi fuori corso, ma talmente fuori corso da farmi quasi dedicare un’ala della facoltà con tanto di busto in marmo e un epitaffio latino sotto accanto alle teste d’uovo che hanno reso famosa l’università di Parmaperopoli. Però succede che prima o poi ti laurei, anche se a 27 anni, ma ti laurei. Sei fuori dal mondo protetto dell’università, in cui il tuo lavoro era studiare, male e lentamente. Che fai? Ma ovviamente un’esperienza post-universitaria di 4 anni, che ti porta in tasca due lire due di elemosina, più altro tempo guadagnato facendo finta di fare il ricercatore impegnato in innovativi percorsi accademici. Poi però finisce anche quello, e a 32 anni ti ritrovi con l’ansia da lavoro. E’ forse arrivato il momento, ti chiedi? Certo che no, c’è un’ultima possibilità: i concorsi pubblici. Mettersi a studiare a tempo pieno per decine di concorsi, e rimandare ancora la ricerca dell’occupazione vera. E’ quello che ho fatto per due anni fino a pochi mesi fa (anche se nel frattempo il lavoro l’ho trovato) ed è stata un’esperienza interessante sulla quale è bene svolgere uno sforzo teorico di sistematizzazione. Cominciamo dalla mia materia preferita, la geografia.

Colui che si dedica anima corpo e culo ai concorsi proviene  9 volte su 10 dal sud. No, troppo generico, non va bene, chi prendo per il culo, tagliamola corta:  il concorsista medio proviene dalla Campania. Noi pugliesi, siciliani o calabresi siamo comparse non certo esigue, ma poche balle, l’idioma che regna sovrano nel marasma delle preselezioni nei palasport, i cognomi che vengono scolpiti nelle graduatorie pubblicate dai ministeri, i treni della speranza che partono in direzione Roma o Milano per affrontare megaselezioni nazionali, tutto ci dice che, se il lato oscuro della Forza  ha preso possesso di Darth Vader,  il lato concorsuale della Forza scorre invece vigoroso nel cittadino campano.

Ma volendo rimanere nel più vago orizzonte del meridione d’italia, è indubbio che noi zappaterra siamo i più abili compilatori di domande, i più solerti spedizionisti di raccomandate, le più voraci locuste che prendono possesso del garage dell’Ergife di Roma come della Fiera di Rho, riducendo la popolazione concorsuale di visi pallidi settentrionali a coraggiosi rappresentanti di una specie che non è in via di estinzione solo perchè lo è sempre stata.

Mentre noi figli della Magna Grecia prendiamo possesso fisico delle postazioni, facciamo amicizia con i vigilanti, ci snoccioliamo le decine di concorsi già fatti come se fossero figurine Panini da scambiare, e lamentarci con la sfiga o le raccomandazioni che ci hanno impedito di vincere, insomma organizziamo una piccola piazza coperta colorata come al nostro solito, i pochi settentrionali che hanno il coraggio di insinuarsi in quel girone dantesco si guardano straniti, pavidi, lievemente inquieti, come qualunque minoranza accerchiata da una ingorda e chiassosa maggioranza. Leggi il seguito di questo post »