Fenomenologia del concorsista (capitolo II, Antropologia)

23 febbraio 2010

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Al di là delle provenienze geografiche, il concorsista rimane una creatura affascinante a prescindere. I motivi per cui partecipa ad un concorso sono spesso vaghi, inconcludenti, o viceversa figli di un progetto ben preciso. A volte, nipoti della disperazione. All’atto di spedire la raccomandata, egli sa che sta per imbarcarsi su un carrozzone che avrà tempi biblici, rinvii a cascata, correzioni interminabili, graduatorie rimandate, cancellate, annullate e poi riscritte, e infine assunzioni scaglionate nel tempo. Chi si iscrive ad un concorso oggi, sa che se lo vince sarà assunto tra 5 anni minimo. Chi cazzo gliela fa fare?

La risposta la conosciamo tutti, e si chiama posto fisso. E’ il sogno di poggiare il culo su una sedia, la stessa sedia (preferibilmente non una diabolica sedia stokke) per tutta la vita, percepire uno stipendio sicuro, tendenzialmente basso ma sicuro, tendenzialmente sempre quello ma sicuro. E’ un sogno di merda per tutti quelli che hanno progetti più alti nella vita, o per chi ha velleità artistiche, o sogni da realizzare, o vuole anche solo provare l’ebbrezza e il rischio della libera professione.  Le persone che si ritengono dotate di talento, le persone coraggiose, le persone che aspirano ad elevare la loro esistenza dalla piattezza del consueto, fanno bene a rischiare del proprio e a mettersi in gioco.

Per tutti gli altri c’è il posto fisso, meglio se pubblico.

Non potrai certo realizzarti professionalmente, ma almeno avrai le porte spalancate per un mutuo. Non potrai certo realizzare chissà quale progetto lavorativo, ma avrai tempo libero sufficiente per realizzarti in altro. Non potrai creare nulla di tuo, nè sentire dentro il sacro fuoco dell’intuizione divenuta successo, ma le tue ferie saranno tutte pagate, a Natale avrai la tredicesima.

La vita si distingue tra chi osa e chi si fa due calcoli, tra chi non riesce a concepire di poter ambire alla sola sopravvivenza e chi ha il terrore di trovarsi alfine con il culo per terra.

Ecco il premio di queste lotteria, la sopravvivenza garantita, nulla di più, nulla di meno.

Se il premio è questo, come ce la si fa? Quale l’atteggiamento, lo stato d’animo, le reazioni emotive del concorsista medio durante questa lunga traversata nel deserto, tra bandi e preselezioni, scritti orali graduatorie e lettere di assunzione?

Durante la mia lunga esperienza concorsuale ho imparato a distinguere alcune categorie, che vi propino tosto senza presunzioni di completezza:

1) Il concorsista in preda al panico

Il concorsista in preda al panico si sta giocando l’intera sua esistenza. Che siano le preselezioni, gli scritti o gli orali, la sua faccia tradirà muta disperazione. Il maschio suda copioso, ho visto ascelle pezzate e schiene adese alla pelle davanti al mio banco, e puzze rancide che ti viene da lacrimare. Scorte di medicinali, perchè hanno sempre la febbre o credono di averla. La femmina invece piange, e se non escono lacrime il suo sguardo non è meno impegnato nello sforzo di farlo. Si guarda intorno attonita, alla ricerca di un gancio in mezzo al cielo. Sia il maschio che la femmina sfogliano il manuale fino all’ultimo secondo, furiosamente, sentono bisbigliare in giro di possibili argomenti e quello sfogliare diviene ancor più compulsivo, nevrotico, violento. Al momento della dettatura del tema, il momento cruciale di qualsiasi concorso, guardano il presidente della commissione come si guarda iddio quando ci giudicherà alla fine dei giorni con san pietro chiavi in mano al suo fianco. Dopo la dettatura, qualsiasi sia il tema, si accascia sul banco, o piange, o fissa davanti a sè invocando il teletrasporto verso casa. Leggi il seguito di questo post »

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Fenomenologia del concorsista (capitolo I, Geografia)

22 febbraio 2010

Nella mia vita precedente di cazzeggiatore professionista, laddove ogni mio sforzo era proteso fino allo spasmo nel cercare di rimandare il più possibile il giorno in cui avrei dovuto lavorare sul serio, ho provato mille strade per provare a temporeggiare, a menare il can per l’aia, insomma, a resistere disperatamente alla spada di damocle che stava per calare sul mio collo pennuto di aspirante fancazzista a vita.

La prima mossa è stata quella di laurearmi fuori corso, ma talmente fuori corso da farmi quasi dedicare un’ala della facoltà con tanto di busto in marmo e un epitaffio latino sotto accanto alle teste d’uovo che hanno reso famosa l’università di Parmaperopoli. Però succede che prima o poi ti laurei, anche se a 27 anni, ma ti laurei. Sei fuori dal mondo protetto dell’università, in cui il tuo lavoro era studiare, male e lentamente. Che fai? Ma ovviamente un’esperienza post-universitaria di 4 anni, che ti porta in tasca due lire due di elemosina, più altro tempo guadagnato facendo finta di fare il ricercatore impegnato in innovativi percorsi accademici. Poi però finisce anche quello, e a 32 anni ti ritrovi con l’ansia da lavoro. E’ forse arrivato il momento, ti chiedi? Certo che no, c’è un’ultima possibilità: i concorsi pubblici. Mettersi a studiare a tempo pieno per decine di concorsi, e rimandare ancora la ricerca dell’occupazione vera. E’ quello che ho fatto per due anni fino a pochi mesi fa (anche se nel frattempo il lavoro l’ho trovato) ed è stata un’esperienza interessante sulla quale è bene svolgere uno sforzo teorico di sistematizzazione. Cominciamo dalla mia materia preferita, la geografia.

Colui che si dedica anima corpo e culo ai concorsi proviene  9 volte su 10 dal sud. No, troppo generico, non va bene, chi prendo per il culo, tagliamola corta:  il concorsista medio proviene dalla Campania. Noi pugliesi, siciliani o calabresi siamo comparse non certo esigue, ma poche balle, l’idioma che regna sovrano nel marasma delle preselezioni nei palasport, i cognomi che vengono scolpiti nelle graduatorie pubblicate dai ministeri, i treni della speranza che partono in direzione Roma o Milano per affrontare megaselezioni nazionali, tutto ci dice che, se il lato oscuro della Forza  ha preso possesso di Darth Vader,  il lato concorsuale della Forza scorre invece vigoroso nel cittadino campano.

Ma volendo rimanere nel più vago orizzonte del meridione d’italia, è indubbio che noi zappaterra siamo i più abili compilatori di domande, i più solerti spedizionisti di raccomandate, le più voraci locuste che prendono possesso del garage dell’Ergife di Roma come della Fiera di Rho, riducendo la popolazione concorsuale di visi pallidi settentrionali a coraggiosi rappresentanti di una specie che non è in via di estinzione solo perchè lo è sempre stata.

Mentre noi figli della Magna Grecia prendiamo possesso fisico delle postazioni, facciamo amicizia con i vigilanti, ci snoccioliamo le decine di concorsi già fatti come se fossero figurine Panini da scambiare, e lamentarci con la sfiga o le raccomandazioni che ci hanno impedito di vincere, insomma organizziamo una piccola piazza coperta colorata come al nostro solito, i pochi settentrionali che hanno il coraggio di insinuarsi in quel girone dantesco si guardano straniti, pavidi, lievemente inquieti, come qualunque minoranza accerchiata da una ingorda e chiassosa maggioranza. Leggi il seguito di questo post »


Paperoga professore per qualche minuto

22 gennaio 2009

Nella mia vita ho avuto ben pochi sogni. Intendo sogni, non stronzate. Cioè, non quelle boiate tipo avere una barca a vela e farci il giro del mondo, o vivere in Nuova Zelanda facendo l’ovicoltore, o prendere un casale ereditato ricostruirlo e farci un’azienda biologica, insomma tutte quelle balle che capitano negli orribili romanzi di De Carlo. No, parlo di sogni veri, io preferisco chiamarli obiettivi, cose che ci si può provare, insomma, al massimo ti va male.

Bene, pigro e irrisolto come sono, manco quei sogni ho avuto. O forse no, uno ce l’ho avuto: fare il professore di liceo. Storia e filosofia, possibilmente. Ecco quella sarebbe stata una bella vita da vivere. Insegnare ad un branco di capre la bellezza del Basso Medioevo, spiegare quale mente bacata avesse partorito quell’invenzione chiamata cintura di castità, insomma cose del genere. Quando alla fine del liceo i miei mi chiesero cosa intendessi fare della mia vita inutile, io timidamente risposi: vorrei insegnare alle scuole superiori. Mi avvolse una tale nuvola rigonfia di perplessità, unita ad una muta derisione, che un mese dopo mi iscrivevo in fretta a giurisprudenza, condannando la mia vita al peggio che possa capitare ad uno che decide di fare l’università. I vagheggiamenti del “voglio fare il professore ” non mi hanno mai abbandonato, anche se, una volta scelto il diritto, insegnarlo in un istituto per geometri dopo una trafila di venti anni di precariato non mi è sembrato un gioco che valesse la candela.  E poi, ai miei studenti avrei al massimo potuto scrivere sulla lavagna “Il diritto fa cagare”, e poi via, tutti in piedi sul banco come all’Attimo Fuggente, a fare non si sa bene cosa poi.

Ieri ero in una scuola a fare un concorso. Quando entro in una scuola un po’ mi emoziono sempre, sopratutto perchè mi ricorda il fatto che è finita da quindici anni, ed io non perdo un giorno a ringraziare Manitù del fatto che non sono più tra quei banchi, a studiare male roba abbozzata con professori strappati alla coltivazione di porri, a cagarmi addosso per l’interrogazione prossima ventura, a sudare freddo in attesa che il prof. chiami la vittima di turno, a distogliere in miei compagni bulli dal menare un povero quartino (chi ha fatto il classico sa chi è) capitato sbadatamente nel bagno sbagliato. Alleluja, dunque.

Durante il concorso, come capita sempre, mi scappa la popò. Sono un tipo che si emoziona. Chiedo all’esaminatore di uscire dall’aula, e mi ritrovo nel corridoio. Cerco a tentoni un bagno, poi un’impiegata mi dice: “Cerca un bagno? Lei è del concorso? Vada in quello là.”

E mi indica il bagno dei docenti. Il bagno dei docenti. Ora, nella mia scuola il bagno dei docenti era chiuso a chiave con una serratura a prova di scasso, la chiave pesava due kili e la teneva al collo la segretaria del preside (tutto vero tranne questa ultima cazzata). Mai visto, ma so che emanava aromi di violetta, doveva essere lindo da far schifo, con i bidelli che lo lustravano mane e sera, incatenati ad un giogo, lavandini laccati in oro e copritazza del cesso in pelle umana. Almeno così me lo immaginavo.

Torno alla realtà, e per entrare in questo basta aprire la maniglia. Banali, ma pratici come al solito, sti settentrionali. Un bagno moderno, pulitissimo, senza finestra, con due cessi uno per sesso, tutto in ordine. Entro nel gabinetto uomini, e tutto risplende. Si vede che lo usano i docenti e non quei cazzoni degli studenti che, scusate la zozzeria, sono capaci di cacare anche sulle pareti.

Ad ogni modo mi siedo (non vi preoccupate, il racconto si ferma qui..) beato, mi guardo intorno, e mi sento leggero, tranquillo, sereno, soddisfatto. Sono nel posto in cui avrei voluto e dovuto essere se il mio sogno si fosse realizzato. Certo, non ho fatto il professore, non ci sono andato manco vicino, però adesso sono seduto sulla loro tazza del cesso. Sono uno di loro.

E’ da tempo che ho scoperto che nella vita, se non ti accontenti, muori di ulcera.