Il web 2.0 mi ha rotto le palle! (Parte I: un tuffo nella preistoria)

Altavista-1999
Se è stato un visionario come dicono, la sua visione a me non interessa. Il suo lascito è un mondo di zombi che camminano col dito sullo smartphone” Jonathan Franzen su Steve Jobs.

Nel gennaio 1999, dopo la tradizionale vacanza natalizia, tornai al nord con un pentium di seconda mano, spesi tutti i risparmi per un modem 56k da 259mila stramaledette lire, me lo feci installare a pagamento (a quei tempi per me installare un modem era come assemblare un prototipo), feci un salasso di contratto con un provider (si pagava come per il telefono, un canone da strozzini più un abominio per lo scatto telefonico) ed entrai nel magico mondo del web 1.0.
Cos’era il web 1.0 per un neofita come me?

Era un mondo popolato da pochi, con una manciata di migliaia di pagine in lingua italiana, dove la facevano da padrone i siti personali, dalla grafica scarna e dai contenuti ingenui, eppure difficilissimi da costruire nonchè da aggiornare e dunque abbastanza statici, in cui  le Jpeg si aprivano a scatto nel giro di un paio di minuti, e dove il visitatore non poteva interagire, se non attraverso due strumenti: il guestbook (il patetico libro firma dove vergare un saluto di passaggio) e rudimentali forum regni dell’anonimato più selvaggio.

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Ma non è che si era proprio dei cavernicoli: per interagire esistevano comunque decine di programmi di chat (ICQ in particolare con quello sfondo nero e le lettere dai mille colori, un vero pugno nell’occhio che ha provocato un’epidemia di miopia tardiva nei ventenni di allora), già si scaricava musica con napster (se andava bene scaricavi 2 mega in mezz’ora, ma era comunque una rivoluzione), insomma il web era un mondo lento, allegro ed ingenuo dove sperimentare un’esperienza anzitutto personale di conoscenza del globo virtuale con strumenti ancora incerti, vedi i primitivi motori di ricerca ante-google o i pesantissimi browser che mulinavano come motori a scoppio per aprirti una pagina di solo testo.

Se c’era voglia di condivisione non era compulsiva o invadente. La gente cominciava a conoscersi nelle maglie della rete, ma c’era ancora un minimo di pudore nell’approccio al web. Per molti con gli occhi di adesso sarà stato un mondo palloso e statico. Per me era un mondo silenzioso. E poi, connessione stellare a parte, era tutto gratis. Solo dopo ci hanno inculato trasformando un parco giochi nato per essere gratuito in una Disneyland dove tutto si paga, (in moneta o in sparizione della riservatezza non ha importanza).
napster

Poi il web si è espanso, le tecnologie si sono evolute, gli strumenti per navigare moltiplicati, i prezzi per navigare calati, la stessa esperienza del vivere il web si è semplificata ad uso e consumo di chiunque.

E’ arrivato il web 2.0. Cosa sia tecnicamente non sta a me dirlo. Diciamo che da un certo punto in poi abbiamo visto fiorire un motore di ricerca che contiene in sè l’universo mondo, due idee meravigliose come youtube e wikipedia realizzate in modo impeccabile, realizzarsi la condivisione piena, l’interazione totale. I siti personali spazzati via dai blog che offrono la totale accessibilità mediante  l’apertura ai commenti. Le singole comunità che veicolano i loro network fino ad allora chiusi ed isolati come in un arcipelago, in contenitori globali. Arrivano infine i social network, la consacrazione del 2.0, che si mangiano tutto, blog compresi.

C’è di più. Il web da un certo momento in poi non è più un’esperienza da scrivania. Sono arrivati gli smartphone, gli stramaledetti smartphone. La gente naviga dovunque, persino durante un’ispezione rettale è sempre connessa e comunica in diretta l’andamento della penetrazione intestinale. I messaggi lanciati nei vari contenitori divengono miliardi al secondo. Il web si riempie e si aggiorna e invecchia e ringiovanisce costantemente mediante la mastondotica e incessante produzione di contenuti da parte degli utenti.
20130405022914!Netscape_2.02
Pareva tutto molto bello, tutto molto avvincente.
Invece a conti fatti è tutto molto deprimente. Ed io mi sono rotto le palle.
(continua…)
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