E.R. Paperoga in prima linea

27 febbraio 2009

tunnelorrore

Sabato scorso ho passato una allegra mezza giornata nel Pronto soccorso della mia città. Non riguardava me, ma un membro della grande famiglia dei Paperi, e comunque non era nulla di preoccupante. Resta il fatto che ho passato molte ore in un posto da cui mi terrei alla larga volentieri, e questo non perchè sia un luogo di dolore, dove ci si accorge della propria fragilità, e tutte ste menate su quant’è brutto entrare in ospedale.

No. Il mio è un cruccio molto più pratico ed urgente. Non ci crederete, ma Paperoga sviene alla vista del sangue. Del suo sangue, di quello degli altri, non importa il gruppo, non importa la quantità, non importa l’odore o il colore. Insomma non è Glen Grant ed io non sono Michele l’intenditore. Mi basta vedere una minima quantità di quel viscoso liquido rosso, e le gambuccie cominciano a farmi giacomo-giacomo, la pressione scende, ed io vedo distintamente San Gennaro, patrono dei donatori di sangue, che mi invita ad una conversione rapida ed ad una vita di stenti, astinenze e privazioni. Io gli replico e dico: San Gennà, a parte la conversione, il restante pacchetto ce l’ho già tutto, grazie. Ma lui mi dà una bastonata in testa e continua a menarmela per qualche altro secondo con frasi in un napoletano oscuro e mistico.

Capirete dunque perchè ho sempre un po’ di paura quando devo entrare, seppur da spettatore non pagante, in un Pronto soccorso. E’ come quando ero piccolo e non volevo entrare nel Tunnel dell’Orrore alle giostre estive della festa di Sant’Oronzo. E, se ci entravo, chiudevo gli occhi e mi serravo ai miei fratelli più piccoli, i quali probabilmente oggi raccontano ad uno psichiatra di essere stati molestati durante l’infanzia in strani corridoi a rotaie, e non ricordano da chi.

Comunque, nella tarda mattinata di sabato scorso, mi tocca di entrare nel Pronto Soccorso. Già all’accettazione c’è una fila di sfighe da primato: lamenti, gorgoglii di moribondi, facce segnate dal dolore, gente che vuole subito una barella perchè non si tiene in piedi, insomma attorno agli infermieri si raccoglie una massa che pare essere scappata da una bolgia infernale. Scoprirò più tardi che è tutta una finta, o che comunque al momento dell’accettazione vige la regola aurea del farsi vedere molto più messi da culo di quanto in realtà si è. L’assegnazione di un codice verde o bianco (ma i più spudorati cercano di farsi dare anche un giallo) segna la differenza plastico-temporale tra il rimanere 4 oppure 8 ore ad aspettare che qualcuno dei camici bianchi ti si fili almeno di striscio. Ecco dunque la sceneggiata napoletana che va in onda all’accettazione. Pur di non svernare in quel postaccio, la gente svende la sua dignità a prezzo di costo.

Passata l’accettazione, si arriva in una sala quasi angosciante, nel modo in cui l’arredatore di interni  ha scelto di dislocare pazienti e parenti. In una sorta di feng shui all’amatriciana, i parenti si sistemano ai bordi della sala, alternati a pazienti meno gravi che stanno seduti assieme a loro su sedioline di plastica che perimetrano le quattro mura. Al centro, una bella schiera a pettine di barelle con i pazienti che non posso stare seduti. E’ un incrociarsi di flebo montate e smontate, di infermiere che per passare la sala sballottolano le barelle, di parenti in piedi che guardano le porte dei medici aprirsi e fanno occhioni preoccupati in una sorta di captatio benevolentiae, pazienti che sono lì da Natale e cominciano a bestemmiare in oscure lingue della Terra di Mezzo.

Io mi piazzo su una sedia libera. Ho con me un interessantissimo manuale di preparazione ad un concorso. So che sarà lunga, quindi mi sono premurato. Alla mia destra, mio fratello Copeland che però si alza ogni tanto per andare a vedere come sta il nostro malato. Alla sinistra, la moglie preoccupata di un inquietante paziente straniero al suo fianco. In realtà lui è seduto, tranquillo, nessun segno visibile di sofferenza, forse ha l’aria un po’ stanca. Se non fosse per quella mascherina sul volto, che pare suggerire una latente tubercolosi, ci sarebbe da chiedere perchè è lì. Per infettarmi e farmi morire come un personaggio dostoevskjiano, suggerisce prontamente la mia ipocondria anch’essa latente, ma sempre pronta a scassare il cazzo. Leggi il seguito di questo post »

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