I primi anni ’90 spiegati agli zombies

30 aprile 2010

A volte ascoltare quei ricoglioniti dei giovani d’oggi regala sorprendenti illuminazioni. I loro insulsi dialoghi biascicati in un gergo comprensibile ai soli primati della giungla più intricata, accompagnati da decine di “figa” e centinaia di bestemmie insensate, solitamente mi regalano una plastica sensazione di superiorità intellettuale, che non viene loro sbattuta in faccia solo perchè a detta superiorità intellettuale corrisponde una netta inferiorità fisica.

Però poi capita che sei seduto a leggere un giornale davanti ad una scuola superiore, e si avvicinano dei ragazzi.

“Allora raga ci conto per il concerto mercoledì, eh? Stiamo provando anche delle cover particolari, cazzo abbiamo fatto una ricerca assurda…”

“Chi cazzo avete resuscitato stavolta? Quale gruppo del secolo scorso?”

Il ragazzo apre lo zaino e mostra un cd agli altri.

“Facciamo tre canzoni degli Spin Doctors.”

All’improvviso mi si impizzano le ricchie, e la madeleine proustiana è servita in tutta la sua tridimensionalità, nel naso nella gola e sopratutto nelle orecchie. Riesco ad ascoltarli solo per altre due battute prima di precipitare nell’amarcord.

“E chi cazzo sono sti Spin doctors?”

“E’ un gruppo alternative rock dei primi anni ’90, un po’ funkeggiante, sono divertenti, abbiamo provato i loro tre pezzi più famosi”

(Two Princes, Little Miss can’t be wrong e Pocket full of Kriptonite, scommetto in un attimo tra me e me)

“Porcatroia, ma è roba di trentanni fa (vent’anni, testa di cazzo che non sai far di conto), ma perchè mai continuate a cercare questi cadaveri?”

“Guarda che non sono male, è stato divertente suonarli.”

“Suonate roba recente, basta co sti gruppi dell’età di tuo padre” (si, facciamo tuo nonno, faccia di cazzo).

Il ragazzo è evidentemente deluso, si aspettava maggiore curiosità dai suoi compari, anche se basta squadrare i loro volti per capire che ogni aspettativa nei loro confronti è mal riposta, e che gli zombie dei film di Romero erano intellettualmente più vivaci. Avrei voluto avvicinarmi a lui e stringergli la mano, quasi commosso. E non per i suoi gusti musicali, ma perchè per qualche momento mi sono ritrovato immerso in quegli anni, che poi sono durati poco, ma forse diciamo che sono durati abbastanza. Leggi il seguito di questo post »


Paperoga alla conquista del Web

3 luglio 2009

outsourcing1

Nessun post. Anzi due. Paperoga prolassa (per i proctologi), si estroflette (per i raffinati linguisti), deborda (per i corniciai) esternalizza (per gli economisti) invade e conquista (per i fanatici del risiko).

Il primo post che ho scritto è pubblicato da un blog collettivo di probabili alcolisti che, dopo una sbronza colossale, hanno avuto l’ardire di invitarmi a scrivere qualcosa. Lei non lo sa, ma il pezzo Michael Jackson, anzi, della mancanza di tempismo musicale, mi è stato ispirato da un delizioso post di Amaracchia. Altro che ispirato, è stato una specie di gigantesca madeleine proustiana per cui, letto il suo, ho scritto il mio in sette minuti sette. Avrei potuto firmarlo come Amaracchia, ma come leguleio conosco un bel mucchietto di  norme che decisamente me lo sconsigliano.

Il secondo post è un mistero. A cominciare dal titolo, che non so che significa, dato che di inglese conosco solo termini di uso comune come apple, cat, o blowjob. Men make houses, women make homes è un pezzo del sottoscritto pubblicato nientepopodimeno che da una blogstar in auge. Il mistero però qui si infittisce, visto che questo pezzo io non ricordo di averlo scritto, e lei non ricorda di averlo pubblicato. Un post di NN, probabilmente.


Kabir risveglia l’ipocondriaco che è in me

3 giugno 2009

mycobacterium-tuberculosis

Premetto che, avendo constatato come le chiavi di ricerca del mio blog facciano accorrere da ogni dove gente piena di nei, fratturati al coccige, e persone in preda ad ansia da fascicolazioni, è il caso di sfruttare questo filone continuando a raccontare della mia perenne lotta contro l’ipocondria. In assenza di ghiotte rivelazioni sulla mia attività sessuale, e in mancanza di tags di carattere pornografico, per far campare il blog devo usare questi mezzucci.

Nella storia della mia ipocondria la paura di beccare una malattia infettiva ha sempre pesato in modo preponderante. A parte qualche isolata paura di avere un tumore, era anzitutto l’idea di prendermi un virus di quelli indistruttibili che ti spediscono a suonare il liuto davanti al Creatore, a nutrire la mia macerante paura di non essere sano.

E in effetti, il mio primo attacco di ipocondria risale a quando avevo 21 anni. A quei tempi, a metà anni ’90, l’AIDS esisteva ancora, e giustamente c’erano fior di iniziative e pubblicità per informare i cittadini sulla malattia, sui rischi e sulla prevenzione. I preservativi in tv andavano a qualsiasi ora, e se ricordate il tormentone “di chi è questo?” pronunziato in una classe scolastica da un professore che aveva trovato un goldone per terra, beh, avete capito a cosa alludo. Oggi per fortuna l’AIDS non c’è più, e quindi i preservativi sono tornati ad essere un oggetto sconosciuto e giustamente condannato da intelligentissimi uomini con lunghe gonnelle bianche come inutile ed informe sacca di lattice empia e per nulla casta.

Beh, io a quei tempi, guardando un depliant informativo sulla malattia, mi accorsi che si poteva prendere l’HIV anche tagliandosi con lame o lamette usate da altri. Non so da quale lontano tugurio del mio cervello venne l’idea, ma un mese prima mi ero tagliato con un coltellino di ignota provenienza. Facendo due più due, il mio cervello bacato aveva contratto l’HIV. Quindi telefonai al numero verde, chiedendo informazioni. Mi risero in faccia, ovviamente, ma questo non mi placò. Dovevo fare il test, e lo feci, pagando di tasca mia perchè di chiedere al mio dottore una impegnativa in tal senso non mi andava proprio. Ovviamente, il test era negativo e, se avesse potuto parlare, quel foglio di carta avrebbe anche scritto, dopo la dicitura “negativo”, anche la dicitura “sei un povero demente”.

Un’altra crisi ipocondriaca di carattere infettivo avvenne qualche anno fa, quando mi convinsi che avevo la scabbia. Ora non vi dico, per motivi di ovvia privacy, da chi potevo averla presa, nè chi, ancora più ipocondriaco di me, mi mise la pulce nel cervello, fatto sta che cominciai ad avvertire un fottuto prurito in ogni parte del corpo e che infine corsi in farmacia a chiedere un farmaco contro questa simpatica malattia. La farmacista mi guardò tradendo un lievo senso di disprezzo, infine mi diede queste potentissime fialette da spalmare sul corpo solo dopo essersi fatti una doccia. Allor dunque corsi a casa, feci una doccia, mi asciugai e cominciai a spalmare l’unguento miracoloso che avrebbe fatto razzia del maledetto parassita che, secondo il mio cervello in salmì, si nutriva in sottopelle di me. Arrivato a spalmare la lozione anche nelle parti intime, mi accorsi che il bagno schiuma non era del tutto andato via nel risciacquo, come accade a noi uomini talvolta nella zona – come chiamarla – sottotesticolare o scrotale. Sulle prime non ci feci caso, ma nel giro di dieci secondi sentii che i miei sacri pendenti stavano andando in fiamme. Una reazione tra farmaco e bagno schiuma mi stava evidentemente letteralmente arrostendo i coglioni, e le urla di dolore e le lacrime di sangue testimoniarono, in quel grigio giorno di ottobre, che la mia idiota paura di avere una malattia che non potevo assolutamente aver contratto, era giustamente punita dal dio della ragione con un brasato di testicoli, i miei, di cui ancora ricordo l’acceso colore rosso-peperone con venature verdastre. Leggi il seguito di questo post »


Metà vita fa. Esattamente.

23 maggio 2009

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A diciassettanni ero un semidio. Bello e biondo come il sole, e dicevo sempre di sì. Almeno, avrei voluto dirlo, se la ragazza per cui smaniavo da mesi e mesi mi avesse concesso almeno l’onore di un bacio. A quei tempi non ero un sessuomane, mi sarei accontentato.

Ci sbattevo la testa da mesi. Ero convinto (stramaledetto sia dantealighieri e marcisca nel più bollente dei suoi inferni), che un tale sforzo d’amore non avrebbe potuto passare inosservato. Diobuono, era da settembre che le telefonavo quasi ogni giorno, a San Valentino feci recapitare rose rosse da un mio compagno di scuola (che si prese pure la mancia dai suoi genitori), spendevo tutta la paghetta per comprarle regali, cazzo le regalai anche uno Swatch Scuba comprato sottobanco da un compagno di scuola  traffichino a “prezzo di favore” (leggi, inculata, maledetto cane, spero tu sia morto). Le scrivevo lettere d’amore, in quei mesi scrissi le stronzate più abominevoli che possano essere partorite dal cervello in pappa di un innamorato adolescente. Cercavo di mostrarmi brillante, cazzo lo ero, ero un leader, un trascinatore, pieno di carisma fino alle adenoidi a quei tempi. Cantavo, recitavo, vincevo tornei di tennis, avevo un ottimo sinistro a pallone. Insomma, avevo tutta la restante metà della mia vita per diventare un ameboide .

Però lei, manco per il cazzo. Era improvvisamente sbucata fuori dall’anomimato dei suoi 14 anni, piombando nel fiore dei 15 al centro dell’attenzione di una generazione di salentini maschi e con il testosterone  assatanato. La guardavano tutti, tutti la volevano, ed io certo non ero in cima ai suoi desideri. Però ero il più costante degli ammiratori scassacazzo che madrenatura abbia vomitato su questa nuda e triste terra. La sua indifferenza non mi feriva, i suoi rifiuti non mi facevano arretrare di un millimetro. Ero sempre lì, a ripetere quel numero che ancora ricordo sulla tastiera rotatoria del telefono SIP, oppure a vergare chilometriche lettere di smielate dichiarazioni d’amore zuccheroso, oppure ad imbucare a stento nella sua cassetta delle poste doni degni di un Babbo Natale rincoglionito dall’amor.

Era passato l’autunno, l’inverno mite e anche la primavera, invero abbastanza incazzata e calda, se ne stava andando. Era la fine di maggio, e lei era sempre lì, a due passi, ma irraggiungibile. Non aveva ancora scelto nessuno, e per me era già un’ottima notizia. Poteva scegliere chiunque, ancora, ed io ero chiunque. Nonostante i suoi non provo nulla per te, non sei il mio tipo, dovresti rassegnarti, hai rotto il cazzo, gesummaria se esistesse lo stalking ti denuncerei senza manco pensarci, io ritenevo ancora che fosse solo questione di tempo, di poco tempo. Che poi, a 17 anni la concezione del tempo te la raccomando.

Era un sabato pomeriggio. Un sole meraviglioso, un caldo porco, eravamo tutti nel parco di periferia che ogni settimana accoglieva noi scout per la nostra attività all’aria aperta. Da buon rapace la osservavo ed aspettavo  il momento di parlarle da solo per quei tre minuti che avrebbero riempito il serbatorio delle mie illusioni fino al prossimo sabato. E difatti, dopo la fine dell’attività, la trovai seduta su una panchina che scriveva qualcosa sulla smemoranda. Le mie gambe lunghe e magre mi scaraventarono davanti a lei in silenzio e in pochi istanti. Lei alzò lo sguardo, e mi rivolse una faccia a metà tra il “ah, ciao” e il “che rottura di coglioni”. Non so cosa le dissi, o cosa cominciai ad imbastire, boh, sta di fatto però che chiuse il diario e cominciò ad ascoltarmi, a guardarmi in faccia, interessata. Minchia, io mi sentivo  un supereroe, magari dinoccolato e impacciato, facciamo un Ralph Supermaxieroe, con tanto di sigla di sottofondo (sentitela anche voi, vi renderà l’idea). Lei mi sorrideva, io parlavo, io e lei seduti sulla stessa panchina, diamine, mai successo, era un orgasmo spirituale che solo ad un diciassettenne minchia può sembrare migliore di un orgasmo fisico. Leggi il seguito di questo post »


DiscoPaperoga (ieri)

19 febbraio 2009

disco

(Ante scriptum: volevo fare un post su una mia recente serata in una discoteca emiliana, ma il prologo è andato troppo in là: alla prossima.)

Non sono mai stato un amante delle discoteche.

Anzitutto, perchè ho un rapporto un po’ strano con il ballo.

Mi piace molto ballare da solo, quando sono in casa, improvvisando, incompreso, estemporanei balli a due lontano da sguardi indiscreti. Non credo di essere molto adatto al ballo, sia per il mio fisico magro e dinoccolato, sia per una certa ritrosia a farmi trasportare dal ritmo. Però ci do dentro, provocando reazioni il più delle volte di sommo disgusto visivo.

Ma sono sempre rimasto bloccato quando il ballo diventa sociale, pubblico, alla luce del sole. Quando sulla pista o nella piazza  si lanciano decine di persone, io rimango immancabilmente al palo. Mi siedo, mi metto in un angolo, e comincio a guardarli. A parte le tamarrate da discoteca, a parte ritmi insulsi tecnopop, mi piace molto vedere ballare la gente. Dai balli più complessi, come il tango, passando per le pizziche e le tarantate fino ai balli latini, io mi metto a guardare sti corpi così liberi da timidezze, così armoniosi nel muovere braccia, bacini e gambe, e dentro di me provo ad imitarli, sapendo che mai, nella vita, mi alzerò dalla sedia e mi unirò a loro. Non è una sensazione così strana, anzi, è un pensiero piuttosto banale, pensate a Moretti in Caro Diario (min. 0.40).

Il disprezzo per la discoteca è invece nato in adolescenza, assieme al disprezzo per tutto ciò che massifica una intera generazione di ragazzi all’improvviso, catapultati senza scelta a fare cose o a frequentare luoghi sol perchè lo fanno tutti, senza che sia importante seguire il proprio gusto personale, assecondare le proprie idiosincrasie (ed io sono il re delle medesime), insomma sempre al seguito di quei pochi capopopolo che decidono cosa devi fare a 16 anni. Io odiavo la musica pompata in quelle piste che vomitavano fasci di luci su luci, dove sui divanetti lerci non ci si poteva nemmeno parlare, mi sembrava di poter cogliere momenti di giovanile disperazione vissuti da gente infelice, confusi e perciò annullati nella musica, nell’alcool e nelle aderenze esagerate delle ragazze o nel sudore smanioso dei ragazzi. Non mi piaceva, e non ci andavo. Ovviamente risultando il “solito vecchio stronzo misantropo” che snobbava i suoi coetanei. Ed era vero, alla fine della fiera.

Avevo un gruppo di amici con le pezze al culo con i quali si faceva tutt’altro, in quei sabati interminabili. Ma ogni tanto capitava che il rischio discoteca si palesasse, sopratutto perchè la discoteca era il luogo deputato a quelle agghiaccianti “feste dei 18 anni” che i miei compagni di scuola ricchi organizzavano spendendo un pozzo di soldi, e che richiedevano rigorosamente l’abito scuro. Discoteca e abito scuro erano un mix di sicuro gradimento per me, infatti credo di aver dato buca a circa una decina di feste durante l’ultimo anno di liceo, capitolando solo a quella del mio migliore amico. Dove, per l’occasione, dovetti acquistare il primo abito scuro della mia vita, indossarlo con tanto di merdosa cravatta e fare la faccia sorridente mentre mi sorbivo, affossato su un divanetto di  quell’obbrobrio di discoteca di provincia, i miei coetanei che si dimenavano al suono di Haddaway, What is love, o di Living On My Own del peggior Freddy Mercury, costretto a fare i complimenti alle compagne di classe che si sedevano accanto, per come erano vestite (da sgualdrine) o per come erano truccate (da Pierrot), guardando continuamente l’orologio e bevendo compulsivamente succo d’arancia e sperando che un black out spegnesse tutta quella spiacevolezza che avevo davanti agli occhi e mi potesse far scappare come un ladro nella notte. Lo so, ero un palo nel culo. Dovreste vedere oggi.

Alle gite di liceo, poi, andava anche peggio. Si andava in gita a Rimini (ma perchè cazzo si va in gita a Rimini?) e ovviamente ogni sera tutti volevano andare a sta Baia Imperiale o non ricordo cosa, la regina delle discoteche. Potevo solo immaginare quale regno del cattivo gusto potesse essere quel posto. Anche quelli a cui non sbatteva veramente un cazzo della discoteca, cedevano a malincuore per non rimanere soli in albergo. Io, va da sè, ci rimanevo, solo tra ottanta persone, odiato e vilipeso, perchè ritenuto uno snobbone che schifava tutti, e non era ammesso che potessi snobbare la crema dei figli di papà della mia città, laddove tutti invece non facevano altro che imitarne ogni postura. Quindi me ne andavo in giro per enormi sale giochi sul lungomare, oppure tornavo in stanza a leggere Stephen King, o a parlare con il portiere della prossima finale di coppa Uefa della Juve, per poi addormentarmi ed aspettare il rientro molesto dei compagni di stanza strafatti di fumo che si vantavano tra di loro di essersi trombati in bagno, con tanto di mutande strappate, la sconosciuta romagnola di turno.

Il ballo per me quindi è sempre stato un misto di massificazione stupida ed invidia allo stato puro di corpi perfetti e sensuali. Non ce la farò mai a lasciarmi andare, se non nel salotto di casa mia, e so per esperienza che chiunque ci prova a farmi fare anche un trenino “brigittebardò” per capodanno si becca un cartone sul muso.

Certo, dovessi rinascere, farei il ballerino di merengue.