Outside the museums (§ 6)

8 gennaio 2010

“Da qualche parte nell’oscurità giunse il suono di un banjo, qualche accordo esitante…un messaggio…quali nuove? Vecchi amori riconsumati, malattia, il pianto di un bambino. Ora c’è silenzio nelle case. Riposo. Anche per coloro ai quali la fine della notte non ne portava mai abbastanza. E silenzio, la musica scomparve nel tepore ambrato trasudante da innumerevoli sogni messi a morire sopra il focolare, immobili e spettrali…Il mattino è ancora nell’altro emisfero, e lui è stanco. Piegando l’erba in un inchino pieno di tristezza, la rugiada lo seguì fino a casa e sigillò la porta”

Il soggetto che percorre la notte immerso in misteriose peregrinazioni è il guardiano del frutteto. Un vecchio eclissatosi dalla società, che vive in una baracca isolata assieme al suo vecchio cane, tra i monti del Tennessee. Muto testimone di quanto avviene in quelle terre inospitali, osservatore non osservato di contrabbando di alcool, violenze ed occultamenti di cadaveri, il vecchio Ather conserva dentro di sè la fiera autarchia e la piena simbiosi con la natura della generazione di chi colonizzò quei luoghi. Il suo destino si incrocerà con quello di Marion Sylder, spericolato contrabbandiere di whisky, e di John Wesley Rattner, giovane orfano di padre, che cresce piazzando trappole per animali selvatici nel ricordo di un padre perso troppo presto. Un omicidio, un cadavere nascosto in un cassone d’acqua nel frutteto, è quanto unirà inconsapevolmente i tre protagonisti, fino allo scontro definitivo con la società ormai organizzata, nata dalle ceneri della precedente, che non tollera gli stessi cani sciolti che fecero l’America appena trentanni prima.

Il primo romanzo di Mccarthy non è per questo un romanzo acerbo. L’immersione nella natura è mirabilmente descritta al punto che si ha la sensazione di osservare una carta topografica, un tratto plasticamente geografico della scrittura di Mccarthy che non lo abbandonerà più. La trama è sfuggente, a volte, pare divincolarsi dal racconto piano, vive di impressioni, di presagi. Solo alla fine il lettore capirà cosa avvince i tre protagonisti. Protagonista del romanzo è la notte inquieta dei monti, gli ululati dei cani, la comparsa paralizzante di gatti tra un fulmine ed un tuono, il sinistro peregrinare di macchine cariche di alcool illegale, il sottobosco di umanità degradata che di notte farfuglia frasi incomprensibili, che di giorno si dà una parvenza di civiltà, dentro a cittadine che assomigliano a future ghost town del tempo addietro. L’ennesimo racconto roccioso e squadrato di storie disseminate nell’America profonda del dopo Depressione, di espedienti e di orrori, e di squarci di perfezione e commozione racchiusi in pochi tratti di penna.

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Outside the museums (§5)

1 marzo 2009

9788806184513g

“Alejandra si fermò a mezz’acqua e si voltò indietro. Tremava, ma non per il freddo perchè freddo non faceva. Non dirle niente. Non chiamarla. Quando lo raggiunse lui le porse la mano e lei la strinse. Era così bianca nell’oscurità che sembrava ardere. Come un fuoco fatuo in una foresta buia. Che ardeva freddo. Ardeva freddo come la luna. I fluenti capelli neri le galleggiavano intorno nell’acqua. Lei gli mise l’altra mano sulla spalla, guardò la luna a ponente, non dirle niente, non chiamarla, e infine si voltò a fissarlo. Ancor più dolce per quel piccolo furto di tempo e di carne, ancor più dolce a causa dell’inganno. Le gru appollaiate su una zampa sola fra le canne della riva alzarono la testa sfilando il lungo becco nascosto sotto l’ala e li guardarono. Me quieres? disse lei. Si, disse lui. Poi la chiamò per nome. Dio, sì, disse lui.”

John Grady Cole è un ragazzo silenzioso. Pratico, ottimo lavoratore, a momenti affabile, più spesso chiuso in un mondo che non è difficile penetrare, a patto di essere uomini semplici come lui. E come tutti gli uomini semplici, vive di questioni di principio, di atti diretti e inequivocabili. Di quelli che lasciano tracce,  e provocano valanghe di conseguenze.

John Grady Cole è quello degli amori impossibili, delle responsabilità immani che si assume in silenzio dopo aver ceduto all’amore che non doveva essere. L’irretrattabilità dei suoi sentimenti, la forza d’animo granitica dei suoi progetti, va a scontrarsi con l’esterno giorno messicano, e il ragazzo ne esce sconfitto. Totalmente. Eppure non si ha mai l’impressione che quel giovane silenzioso  dal sorriso leggero – capace di amare come nessun altro personaggio scolpito da Mccarthy riesce a fare – pensi o accetti la resa del suo amore assurdo per una ereditiera intoccabile. L’amore esploderà a pezzi, il viaggio avventuroso si concluderà con un ritorno che si lascerà dietro strisce di sangue fresco, ma l’immagine finale di questo ragazzo tranquillo, incapace di piegarsi alle forze dell’uomo pur subendone le angherie, prepara un’altra pagina della sua breve storia, in quel terzo capitolo della Trilogia della frontiera, Città della Pianura, in cui John Grady Cole ripercorrerà gli stessi passi suicidi, andando anche molto oltre, nel suo tentativo di amare e salvare allo stesso tempo una giovane prostituta epilettica.

Cavalli selvaggi è il primo e forse il più riuscito capitolo della formidabile trilogia della frontiera. Per il racconto palpitante dell’avventura di due ragazzi che viaggiano verso il Messico alla ricerca della fortuna, per la sconvolgente breve e scandalosa storia d’amore tra John  Grady Cole e Alejandra, per gli orrori della prigione messicana e la tragica figura di Blevin. Un viaggio perfettamente circolare, di tentativo e fallimento, di crescita e consapevolezza, con intorno la solita natura violenta che lascia senza fiato e che tutto domina, la cattiveria e l’ingiustizia che trovano sempre il modo di trionfare, anche se John Grady Cole è forse l’unico personaggio mccarthiano ad uscirne, in qualche modo misterioso, sostanzialmente indenne.