Il chierichetto del Sindaco

14 giugno 2011

Era tutto pronto. Ero preparatissimo. Conscio dell’importanza del mio ruolo, avevo fatto tutto per tempo.

Dal giorno in cui Gastone e la Milanese, comunicandomi la loro decisione di convolare a nozze in uno sperduto paesino del Salento, mi avevano proposto di celebrare il matrimonio civile quale delegato del sindaco, non avevo fatto altro che prepararmi al giorno in cui sarei stato il Grande Sacerdote laico, il Sommo Celebratore, il Dispensatore di fiori d’arancio.

Anzitutto ero partito dall’abito. Per me che ai matrimoni ci andrei anche in tuta (e sono stato ad un passo dall’andarci diverse volte) è stato strano accorgermi della necessità di conformare il mio aspetto alla munificenza della mia funzione. “Stavolta basta con il solito atteggiamento da pezzente”, mi dicevo, dovevo essere imponente e trionfante, indossando un abito che mi desse un aspetto sgargiante, saggio e severo. La mia prima idea è stata quella di farmi fare su misura un pesante abito da Sommo Sacerdote babilonese, con un alto copricapo tutto tempestato di simboli esoterici, una roba che in confronto anche la mitra papale rasenterebbe in squallore un cappellino di plastica del Gruppo Vacanze Piemonte. Quali accessori, un bel bastone e guanti di raso bianco con sopra alcuni pesanti brillocchi. Avrei poi portato con me sotto braccio un librone rilegato con copertina intarsiata in legno da dove avrei letto il mio lungo discorso di 25 minuti pronunciato in aramaico antico con cui avrei appassionato, commosso e rapito il pubblico presente. Sarei entrato nella sala comunale accompagnato da due fidi paggetti al fianco, il Sindaco mi avrebbe accolto baciandomi l’anello e mi sarei seduto sul trono predisposto per l’occasione. Immagino anche che gli invitati mi avrebbero omaggiato di doni in natura e denaro, che due enormi portatori di lingua swahili si sarebbero caricati in spalle ed avrebbero depositati nel garage dei miei genitori.

Avevo già in mente anche alcune modifiche alla breve e asfittica cerimonia civile che, come tutti sappiamo, si riduce ad una corsa degli sposi con dietro i loro invitati davanti al sindaco, che dice due cazzate e poi ammolla alla coppia un duplice calcio in culo sbraitando che c’ha altri 16 matrimoni da celebrare nella prossima mezz’ora.

Io invece avevo in mente una coreografia più dignitosa, che desse il giusto risalto ai due sposi e soprattutto al loro celebrante: gli sposi sarebbero entrati assieme, ed arrivati davanti a me e al mio giaguaro (ah, non ve l’ho detto che avrei avuto a fianco durante la cerimonia un giaguaro alla catena), si sarebbero inchinati ed io avrei posto le mani sulle loro teste benedicendoli con poche ed oscure parole. Poi gli sposi si sarebbero scambiati le promesse nuziali inginocchiati come fedeli islamici in direzione della Mecca (nel quale caso io sarei stato la Mecca) e a sancire il legame, dopo il bacio di rito, il mio giaguaro avrebbe provveduto a leccare l’atto di matrimonio a mò di ceralacca.

Era dunque tutto pronto quando, qualche giorno prima del matrimonio, mi chiamano prima Gastone e poi La Milanese. Leggi il seguito di questo post »

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Red dead sadismo

19 luglio 2010

Avvertenza: Post violento e raccapricciante, che cita di azioni criminali e di sangue e di furia omicida. Se siete deboli di cuore, o se avete ancora una qualche stima internautica di me, o se siete uno di quei fanatici bacchettoni che credono davvero che i videogiochi facciano male al cervello ed allenino pazzi furiosi pronto a far fuoco, beh, per l’amordiddio, saltate questo post.

Tra le mie tante effimere passioni  ci sono i videogiochi e il genere western. I videogiochi rivelano la mia anima ludicamente accidiosa (questa è la mia versione benevola, per molti altri sono solo l’effigie della mia squallida immaturità), mentre il western rivela la mia attrazione verso ciò che è inesorabilmente andato, morto, sconfitto, e dunque anche per questo demodè (secondo altri rivela solo una innata passione per zotici individui che si lavavano di rado, nonchè per l’indiscriminato genocidio di popoli e bisonti).

Quando sugli scaffali dei negozi per nerd è arrivato Red Dead Redemption, uno dei miei due sogni si è realizzato (l’altro è una vita di sesso sfrenato con la dottoressa Cameron): un free-roaming (ovvero un gioco dove si possono esplorare liberamente i luoghi del gioco) in cui poter impersonare un cowboy che si aggira a cavallo lungo un territorio sterminato fatto di praterie, boschi, paludi, deserti e montagne, in un immaginario non luogo dove Arizona, Messico e Montana si sfiorano e ti lasciano libero di vagare per villaggi, boom-town e fattorie, incontrando ogni tipologia di ambiente e personaggio western. So che  voi donne non capite quale sbavante goduriosa attrazione abbia per me una roba del genere. Mettiamola così: pensate ad un videogioco dove potete impersonare Carrie di Sex and the City girando liberamente per la grande Mela comprando vestiti, andando a party esclusivi, e scopando come allupate qualsiasi trentenne vi capiti sotto tiro. Ecco, mettete al posto della biondona un rude vaccaro con accento texano, al posto delle esclusive locations di new york, la frontiera del sud-ovest, al posto dei party metteteci sparatorie massacranti, infine al posto dei trentenni palestrati metteteci uno stuolo di prostitute messicane (con le quali però non si combina nulla manco a pagarle ahimè) ed avrete il vostro sogno tramutato nel mio.

Ora però c’è un problema: un gioco che ti permette di fare tutto quello che vuoi, senza indirizzarti in modo preciso verso una trama da seguire pedissequamente, può rivelare tratti del tuo carattere di cui ignoravi l’esistenza. E il tutto può essere mostruoso.

Dunque allora questo gioco meraviglioso può essere giocato seguendo una trama che si dipana, superando missioni su missioni fino ad arrivare alla fine della storia, oppure si può girovagare per il west come uno psicopatico schizzoide compiendo crimini efferati e senza senso che in confronto Charles Manson e Jeffrey Dahmer sono due cherubini incompresi. Indovinate cosa ho scelto. Leggi il seguito di questo post »


Scene casuali da un matrimonio

12 luglio 2010

Se uno non ha il fisique-du-role, certo non se lo può dare. Io in giacca e cravatta semplicemente non sono credibile, è meglio che me ne faccia una ragione (e me la sarei anche fatta, se ogni tanto qualche obbligo sociale non facesse capoccella e mi condannasse a vestirmi come Michael Corleone).
Prova ne è che prima dell’inizio della messa che avrebbe impalmato mio fratello, io vagavo per il borgo ligure tanto caro a byron senza la giacca, ovvero in camicia cravatta e pantaloni. I conoscenti che mi incontravano boccheggiante per la sete  mi facevano complimenti del tipo: “sembri un mormone, ti manca solo il caschetto da ciclista”, oppure “sembri un impiegato di banca a fine turno” (manco a metà turno, orcocane), altri semplicemente sogghignavano mentre altri ridevano a crepapelle.
Durante la messa stavo ritornando allo stato liquido. Avevo le allucinazioni. Sentivo il prete dire frasi assurde come  “il Signore Iddio ci ha fatto dono del sudore“, ovviamente mai pronunciate, e durante l’iniziale cerimonia dell’aspersione dell’acqua santa mi sono sentito auto-mormorare, protendendomi verso il prete, un “aspergimi tutto, chè ho molto sudore“, deisderando che il buon chierico tirasse fuori dei gavettoni di acqua santa per benedire i peccatori disidratati come me.
Mio fratello Pfaff stava combinato peggio, mi sussurrava accanto frasi insensate minacciando di svenirmi addosso. I borbottii fraterni erano interrotti dallo sguardo severo di Copeland che aggrottava la sopracciglia minacciando muto di romperci il culo se non la piantavamo con quel casino. Durante lo scambio della pace, ho intercettato il sudore di una quindicina di persone chè pareva di dare la mano a delle uova sode sgusciate.
Al momento della comunione, panico tra me e Pfaff: “certo sarebbe bene che almeno uno dei due testimoni dello sposo la facesse” fa lui. “boh, anche no” dico io. “dai la faccio io, però non mi sono confessato...” “Ed io ho perso la fede da circa un quindicennio: fai un  po’ te. Che volemo fa?” Pfaff un secondo dopo è lì che fa la fila.
Usciti dalla chiesa, il solito frusto rito del riso lanciato, mentre i gabbiani e i piccioni volteggiano come avvoltoi sulle nostre teste già pregustando una sana spazzolata di cereali. Io col mio sacchetto mi apposto su una roccia sopra sposi ed ospiti, e comincio a lanciare un chicco di riso alla volta, per circa mezz’ora. Uno in faccia alla sposa, un altro sui capelli dello sposo, un altro dentro la camicetta di un’invitata, un’altro ancora sul cranio pelato di mio padre, e poi ancora e ancora, sempre uno alla volta. Continuerò a farlo anche durante il pranzo, fino a che minacce di morte plurime e un tentativo di linciaggio della folla mi condurrà a lasciare il mio sacchetto con circa 300 chicchi ancora inutilizzati.
Durante il pranzo ho bevuto una bottiglia di vino, sudandone i singoli bicchieri nel momento stesso in cui li seccavo. Era un vino rosso fresco e leggero, e non ha tradito dopo con mal di testa o sonnolenze. Ho cercato di prendere il bouquet ma mi è stato sconsigliato perchè dicono che in queste occasioni le donne nubili ultratrentenni non abbiano molto senso dell’umorismo e pestano a sangue il celibe ultratrentenne che vuole fare lo spiritoso. All’apertura dello spumante ho fatto un paio di brindisi in rima, ma non sono stati molto apprezzati. Leggi il seguito di questo post »


La profezia di Paperoga (2)

26 giugno 2010

Riassunto della lettera precedente: caro maturando, arrivi alla fine della scuola ignorante e deresponsabilizzato. In cinque anni hanno fatto di tutto per non farti crescere, maturare, diventare consapevole. Qualcuno tra i tuoi pari ce l’ha fatta, ma l’ha fatto controvento, e non tutti ne hanno la forza o la disperazione. L’università che ti aspetta ti scucirà via solo dei soldi, ti darà l’impressione che passare esami su esami sia una dimostrazione del fatto che ho torto, ma in realtà è tutta una giostra truccata, arriverai a discutere la tesi che ti sentirai ancora più disperso. Se la mia ti era sembrata una lettera sadica, sappi che invece era profondamente addolorata. Così come sarà quella che ti scrivo oggi, perchè oggi ti racconto chi troverai al limitare del tuo percorso di studi. Quando andrai a bussare alla porta del lavoro, troverai la mia generazione ad aprirti. E sarebbe meglio per te se ci trovassi Satana in persona. Ma è meglio cominciare dall’inizio, così ti spiego chi siamo noi.

La generazione dei trentenni di oggi, ed io per la mia dantesca età ci rientro a puntino, si è ritrovata tra i banchi delle superiori quando ancora la scuola era una cosa seria. Già in sofferenza, per carità, ma ci siamo evitati di un niente l’iniziale sfascio di fine anni ’90. Non ci piaceva la scuola, così come non è piaciuta a te. Ma riuscivamo a capirne il senso, di quella tortura mattutina, di quelle ore passate nei banchi, di quei pomeriggi sprecati a studiare. C’era un senso, odioso, ma rispettabile, in quello che facevamo. I nostri prof. erano figli di un’altra epoca, e sebbene in là con gli anni ci trasmettevano un senso di decenza e una dignità per cui non potevamo fare a meno di apprezzarli, anche in fondo ai 4 in greco che ci beccavamo. Vivevamo con l’angoscia delle interrogazioni, dei compiti, delle versioni da tradurre. Si rimandava di brutto a quei tempi, ti bastava un niente che perdevi l’estate a ripetere filosofia, perchè poi a settembre non era uno scherzo passarli. Non era facile arrivare alla fine dell’anno con una media decente, e però questo sforzo, per quanto detestabile, riuscivamo ad intuire a cosa servisse. Serviva fare fatica, affrontare prove, essere messi in difficoltà. Serviva perchè in quelle scuole malandate noi comunque stavamo crescendo.

Poi siamo andati all’università. E anche qui, non certo per nostro merito, ci siamo trovati a studiare prima di riforme bislacche che hanno trasformato la durissima prova universitaria in uno scivolo per bambini. Sapete, prima non c’era l’idea che chiunque dovesse iscriversi all’università. C’era chi era portato per studiare, e c’era chi no. Oggi l’università è offerta come esperienza giocosa a qualunque mulo. Campi sterminati, piantagioni intensive di idioti che popolano l’università, arrivando ad insipide lauree triennali ed inutili appendici magistrali, rimanendo identicamente dei sesquipedali idioti. Noi invece l’università ce la siamo dovuti sudare, e molti di noi manco ci sono riusciti a laurearsi. Io stavo per mollare, ad un certo punto, e sì che studiare è l’unica cosa che ho saputo fare nella mia vita. Siamo dunque usciti laureati convinti finalmente che il nostro percorso di studi, magari non eccellente ma degno, potesse pagare. Leggi il seguito di questo post »


Bob Dylan e la teoria della ricettività

3 dicembre 2009
Festeggio il 100esimo post di questo blog con un pezzo lunghissimo e assolutamente imbevuto di LSD, tra l’altro tarocco. Era solo per avvertirvi che siete ancora in tempo per astenervene.

Fino a ieri ritenevo che Bob Dylan non sarebbe mai venuto nel grassoccio paesello salentino dove sono cresciuto. Che diamine, era una probabilità così assurda che manco un pirla. Poi però il sogno di stanotte mi ha illuminato. Era un sogno così nitido da poter essere ritenuto addirittura premonitore. Probabilmente è così che andrà, e me lo dice anche il bollito misto che ho mangiato ieri sera e che ha accompagnato la mia digestione notturna.

Dunque succede che, come spesso accade, il sogno inizia ad un certo punto della storia, e tu non sai com’è che si è arrivati già lì. Il punto è che un fans italiano di Bob Dylan, di quelli duri e puri che lo seguono anche in tour al cesso, ha scritto l’ennesimo libro sul menestrello di Duluth. Vuole presentarlo in giro per l’Italia e fatto sta che il programma prevede che venga presentato in una sera di fine agosto proprio nel comune salentino in cui ho passato la giovinezza. E, colpo di scena, sarà presente Bob Dylan in persona. Ora dunque immaginatevi l’emozione mia e di qualche altro salentino.

Viene coinvolto il sindaco, gli si dice che è un evento importante, che è quasi madornale che si verifichi in un postaccio come questo, e quindi bisogna pubblicizzarlo per bene. Il sindaco, un baffuto ometto bello in carne di stampo boteriano, si vede che non è proprio un appassionato di rock anni ’60 e che preferisce ascoltare ancora gli Homo Sapiens, però è uno furbo che sa sfruttare le occasioni. Quindi dice che organizza tutto lui.

La sera si apre con una cena in un ristorante del luogo, una sorta di anticipo della presentazione che avverrà dopo in pubblico. Alla cena ci sono l’autore del libro, Bob Dylan, il sindaco con la fascia, il segretario comunale e tutta la giunta, qualche fan imbucato, ed io. Una quindicina di persone in tutto. Una cena un po’ triste, nessuno parla, Bob Dylan è senza la sua band, e mangia con buona lena il suo piatto di pezzetti di cavallo al sugo piccante, dice che gli ricordano il cibo messicano, parla con la bocca piena e tutta sporca di sugo, si bacia la punta delle dita unite e poi apre la mano in un gesto come dire “uonderful!“. Poi trinca un bicchiere intero di salice salentino, decantandone la struttura e il retrosapore zuccherino. Il sindaco guarda di sottecchi sto ubriacone messo anche male fisicamente, e fa una smorfia dubbiosa verso la giunta.

A fine cena ci si trasferisce tutti vicino alla ferrovia, in uno spiazzo di cemento alla periferia del paese inframmezzato da buche quadrangolari di terriccio che accolgono alberi segaligni e senza foglie tenuti su da mazze di scopa come sostegni. Per terra è tutto un mulinare di carte sporche e merde di cane, e domina sullo slargo una roulotte di ristoratori da strada, che con luci stroboscopiche segnalano la presenza di panini con la servola, con la salsiccia, hamburger e patatine fritte. Il ristoratore, su richiesta del sindaco, ha predisposto le sedie di plastica bianca nello spiazzo, con un tavolo al centro, proprio davanti alla roulotte, con sopra una tovaglietta di carta tenuta ferma da due birre canadesi ai lati. Il posto è male illuminato da lampioni troppo alti e di una fioca luce bianca, per fortuna ci pensa la roulotte coi suoi colori accesi e spumeggianti a fare da occhio di bue.

All’incontro, però, c’è ben poca gente. Insomma, le sedie si riempiono a stento, c’è qualche coppia di ragazzi, marito e moglie con bambino in carrozzina, quattro vecchi, cinque o sei fans tra cui io, la giunta e il segretario comunale. Oltre al sindaco, sempre più imbarazzato, seduto accanto a Bob Dylan al tavolo assieme all’autore del libro.

Inizia l’incontro. E devo ammettere pure io, che sono un appassionato, che c’è da stracciarsi le palle dalla noia. Si parla di metatesto, di influenze  freudiane, di citazionismo biblico. Lo stesso Dylan pare poco interessato, e infatti si beve la sua canadese direttamente a canna trangugiando un po’ di olive ascolane messe a disposizione dal chiosco. Il sindaco tradisce l’insofferenza e sbuffa, si guarda attorno, c’è pochissima gente, un flop totale, una figura di merda colossale. Si agita, incastrato nella sedia, guarda severamente il segretario comunale e poi la giunta, come se la colpa fosse di tutti tranne che la sua.

Poi l’autore del libro imbraccia una chitarra, e riesce a far cantare Dylan sulle note di “4Th Time Around”, almeno per un paio di strofe. L’atmosfera non si scalda. Il sindaco anzi, si gira verso uno di noi e fa: “Ma sta canzune non è delli Bitols?”, e uno dei più secchioni gli spiega che no, non è Norvegian Wood, anzi, è Lennon che ha copiato questa canzone. Il sindaco risponde con una smorfia annoiata a metà tra “addirittura” e “e sti gran cazzi”.

Nulla, qualcuno si alza dalla sedia e se ne va, alcuni si distraggono guardando la televisione appesa alla roulotte che programma una partita di Coppa Italia. Il più grande happening culturale della storia di questo paesone si sta trasformando in una tragedia. Poi la parola passa a Bob Dylan. Leggi il seguito di questo post »


Whatchoo Talking About, Paperoga?

23 novembre 2009

Bisogna sfatare il luogo comune per cui chi ha un blog lo coltiva per far colpo sull’altro sesso prima che l’infertilità lo colga, o per dar fiato al suo ego più o meno pronunciato, o per mettere un po’ di fard quotidiano alla sua vanità repressa.

Per un potenziale sociopatico come me, ad esempio, funziona diversamente. Il blog mi serve ad evidenziare, con cadenza periodica, alcuni lati del mio essere che i più furbi tenderebbero a nascondere sotto il tappeto. E invece l’istinto, che da sempre mi sussurra di tenere a un palmo dal culo chiunque intenda avvicinarmisi, mi spinge a scrivere post come questi, evidenziando piccoli orrori quotidiani partoriti da una mente che sta mica bene.

Il sabato lo dedico quasi sempre alle pulizie di casa. Una settimana di luridume accumulatosi sul fornello, i gattoni di polvere che giocano a rincorrersi sul pavimento, l’odore di totani al sugo che si è appiccicato sulle superfici, tutto ritorna all’uno, mediante una metodica e maschilmente lenta pulizia dell’abitazione.

Sabato pomeriggio stavo ultimando tali pulizie occupandomi del bagno. Dopo aver strofinato pulito e risciacquato, vado a mettere dell’abbondante gel idraulico nel bidet, di quelli a forma di mister muscolo, onde spurgare eventuali intoppi, e del disinfettante scioglicalcare nel gabinetto, di quelli a forma di anitra. Come tutti sanno, perchè facciano effetto questi velenosissimi e inquinantissimi agenti, non bisogna usare bidet e gabinetto per un bel po’.

Ma, come la legge di Murphy insegna, “ti verrà da pisciare proprio un secondo dopo che hai calato l’anticalcare nel gabinetto”. E non è poca piscia. Sento spingere pressappoco intorno alla zona della minzione, decalitri di urina che la vescica fa fatica a contenere tutti. Cerco di non pensarci, vado in cucina, mi faccio un caffè, accendo la tele, vado al pc. Mi siedo, mi alzo, mi metto di sbiego, incrocio le gambe, mi serro il pipino tra il pollice e l’indice per evitare perdite involontarie. Niente da fare, devo proprio pisciare. Ma come fare senza rovinare quel bel blu cobalto tutto impegnato a decalcarizzare e debatterizzare che il gabinetto restituisce al mio sguardo? Leggi il seguito di questo post »


Il quotidiano incontro con i VIP

14 novembre 2009

ambulanza2

Ogni giorno io vedo un sacco di gente famosa. Non è che la cerco o che la cosa in sè mi ecciti, ma il fatto è che la gente famosa mi si sbatte letteralmente contro (non in senso sessuale, purtroppo e per fortuna, dipende dai casi). Mentre vado al lavoro, mentre giro in centro in cerca di acquisti, al cinema, dal fruttivendolo, in stazione, in autogrill. Così, a grappoli, a frotte, a muzzi insomma. Un vip di qua, uno di là, a volte due vip a braccetto, altre volte l’uno su un marciapiede l’altro sul lato opposto.

Che poi la cosa strana è che quando li incontro li trovo impegnati a fare qualcosa che non c’entra per niente con il loro mestiere o con quello che so di loro. Ad esempio mesi fa ho visto Rita Levi Montalcini al primo banco di una chiesa mentre diceva il rosario, con un fervore da perpetua che non si attaglia alla scienziata che poi è. Oppure l’altro giorno ho visto Faso, il bassista di Elio e le Storie tese, che lavorava come commesso in uno di quei 99 cents shop, e metteva a posto lo scaffale dei saponi.

Quando lo racconto, gli altri alzano le spalle o mi spernacchiano e mi danno del cazzaro, oppure dicono: hai visto un sosia, che cosa sarà mai, se ne vedono ogni giorno. Beh, forse è vero. E il dubbio mi è venuto dal fatto che ad esempio vedo anche vip passati a miglior vita da diversi decenni, tipo mi pare di aver visto Jim Morrison qualche settimana fa che sfogliava un giallo di Lucarelli in Feltrinelli.

Per non parlare di Dio. Io lo vedo almeno due volte a settimana. A volte fa il tabaccaio, altre volte la maschera del cinema. E’ lui, senza dubbio, capelli soffici e bianchi e lunga barba bianca curata, sguardo buono e onnipotente. Solo che gioca a sorprendere, e quindi te lo ritrovi a volte sui gradini di una chiesa a chiedere l’elemosina col suo cane, magari prendendo appunti sugli stronzi che gli stanno alla larga e sui bravi cristiani che gli ammollano almeno 1 euro, così, per portarsi avanti col giudizio universale.

In effetti, sta storia che spaccio i sosia con i vip in carne ed ossa potrebbe avere una sua parvenza di credibilità. Ma, fino a prova contraria, non è che io vado a chiedere loro la carta di identità. Mica chiedo autografi. Sono mica San Tommaso che deve intingere il dito nelle loro piaghe, ammesso che ne abbiano. Mi limito a fare le cose che farei comunque. Dunque nessuna controprova. E allora, visto che la fantasia come vedete non mi manca, perchè non dar fondo a tutta la riserva credendo di vivere a perenne contatto con attori, politici, divinità, eroi dei fumetti, che fanno una vita ordinaria accanto alla mia? Ho per caso paura di perdere una reputazione? Giammai. Ho per caso timore che mi si scambi per un povero idiota? Nisba.

E dunque, per tutti coloro che volessero sapere chi incontro quotidianamente di così famoso, e titillare le loro curiosità gossippare sul lato nascosto della vita dei loro miti (e in qualche caso anche dei loro dei), eccomi sfruttare degnamente una invenzione tecnologica finora ignorata, di nome twitter (per facebook dovrete aspettare che volino i maiali). A destra della home page del blog troverete aggiornamenti in presa diretta via twitter sul vip di turno che ho incontrato, dov’era, che cosa faceva, e ogni volta credetemi sarà una sorpresa per me come per voi.

Ad esempio, stamattina, mentre girovagavo per il soggiorno della mia casa salentina, ho visto una foto incorniciata recante una incredibile ed agghiacciante scoperta. Una foto d’epoca, in bianco e nero, in cui mio nonno e mia nonna escono dalla chiesa tutti agghindati a nozze. Guardo bene ai loro lati, e chi ti vedo a fianco a mio nonno, nella chiara postura del testimone di nozze? Silvio Berlusconi, il nostro premier. Era lui, sputato, forse solo più alto, anche se non è certo questa la stranezza, visto che ad occhio e croce la foto risale agli anni ’30.

Potrei continuare a dilettarvi con svariati incontri ravvicinati con la gente che conta, ma sento or ora distinta la sirena dell’ambulanza che viene a prendermi, dunque non vi dispiacerà se chiudo qui e bruscamente questo post lievemente strafatto.