Appunti a Mondiale in corso

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Questo Mondiale di calcio sta scorrendo in un’atmosfera in parte surreale. Il periferico eremo bolognese in cui viviamo fa sì che la visione delle partite, di solito massimo momento di convivialità alcolica con fratelli ed amici, sia stata da me fruita nella più completa solitudine.
Italia Inghilterra, complice l’orario notturno, è stata vista con Sunofyork a volume basso e rigorosamente seduti sul divano, perchè la bimba dormiva e non potevamo interrompere un miracolo come quello. Io sono abituato a vedere le partite della Nazionale e della Juve in piedi, zompando, smoccolando, ruttando, scattando verso il televisore o mimando il gesto atletico che il giocatore avrebbe dovuto fare, producendomi in beceri insulti razzisti o in cori ultrà pieni di parolacce rimate.
Vedere la partita seduto e composto ha fatto sì che io dovessi sfogare la mia ansia in altri modi, accanendomi sulla consorte al mio fianco, oggetto di calcetti, pizzicotti, strette al braccio al limite della frattura, e frasi sconnesse, isteriche, urlate nel silenzio. Ai due gol dell’Italia, non potendo seguire una fragorosa esultanza, mi sono fiondato insensatamente a mordere il braccio mogliesco come si fosse una costina alla brace.
Le due successive partite, giocate in pieno pomeriggio, vedevano presente anche l’erede che, noncurante dell’importanza dell’evento televisivo nazionale, reclamava attenzioni che solo in parte le venivano assicurate. La tristezza delle due sconfitte e la noia mortale dello spettacolo offerto ha mitigato la stizza del dover vedere la partita inseguendo la bimba nelle sue peregrinazioni a caccia di un serio infortunio domestico, costruendo torri con le costruzioni alla cieca, con gli occhi a palla sullo schermo, o cantando canzoni dello zecchino senza poter sfogare l’istinto barbaro e primordiale che solo il calcio richiama dal subconscio.
Ma quello che mi è mancato di più, in questa solitudine, è la condivisione del commento tecnico. Noi maschi calciofili, in queste situazioni, analizziamo la partita, la tattica, il gesto del calciatore, prediciamo risultati, cambi, azzecchiamo i fuorigioco.
Devo dire che ci ho provato con mia moglie, ma non è proprio stata la stessa cosa:

Pinilla batte il rigore? Ma se quest’anno li ha sbagliati tutti?
– Chi è Pinilla?
Pinilla si fa parare il rigore. Il mio ego maschil-calcistico apre le sue penne di pavone.
– Visto, l’ha sbagliato!
– Sticazzi.

– Per me Prandelli ha sbagliato i cambi, che senso ha mettere dentro tutte quelle mezze punte, è assurdo.
– Che figo Marchisio!

– Il Brasile non lo vince il mondiale. Non ha attaccanti decenti, e sente troppo il peso dell’ambiente. Per me la Colombia passa il turno.
– Ancora là stai? Vai a comprare il latte!!!

Devo dire però che non posso certo lamentarmi. In nessun mondiale ho visto così tante partite come quest’anno, anche se non so se è positivo (riesco ancora a ritagliarmi lo spazio per i miei interessi) o negativo (tenuto alla catena dalla dittatrice in pannolini, non mi resta che guardare la televisione in attesa del primo controllo alla prostata).

Ps. Questi Mondiali hanno regalato gol, sorprese, piccole storie esemplari e altre meno, e dimostrano come il calcio sia uno sport in cui la razionalità, dal campo fino agli spalti, non trovi mai spazio sufficiente.
Ad esempio, la vicenda Suarez. Cioè, c’è un giocatore che ad un certo punto cala le mandibole sulle spalle dell’avversario, così, all’improvviso, senza manco un Materazzi che gli insulta la sorella. Poi simula un colpo ricevuto ai denti. Graziato e dopo aver vinto la partita, dirà, presentendo la mostruosa squalifica, che nel calcio succede di tutto e non si dovrebbe star lì a questionare con il binocolo ogni azione. Poi, squalificato, dirà che è inciampato coi denti su Chiellini. Infine, sventolando bandiera bianca, chiederà scusa a tutti e giurerà di non farlo più. vabè, fosse solo Suarez si tratterebbe dello psicodramma di un giocatore di calcio, non il primo e manco l’ultimo. Ma se aggiungiamo che questo morsicatore di spalle è stato accolto come un eroe a Montevideo, e per poco non gli hanno fatto fare la parata sotto l’Arco di Trionfo, e che persino il presidente della loro repubblica lo ha difeso contro gli italiani provocatori e contro quei figli di puttana della Fifa, parole sue, beh, sarà l’età ma io davvero faccio sempre più fatica a non vedere in queste piccole cose il segno della fine.
Una fine magari iniziata quando un certo Maradona segnò un gol di mano all’Inghilterra nel 1986 e, invece di essere preso a calci nel culo e additato come un truffatore, il suo gesto ha dato la stura a santificazioni e a romanzi calcistici.
Ma la cosa che più mi fa girare i coglioni è vedere questi calciatori invocare dio a sostegno dei loro sforzi calcistici perchè l’onnipotente accordi loro il suo favore, come se gli avversari fossero degli stronzi di cane che non meritano manco un dio di riserva a loro sostegno. Questa simpatica concezione mafiosetta della divinità, come se fosse un padrino qualsiasi che accorda favori il giorno del matrimonio della figlia, non è certo nuova, visto che sui campi da tennis la vedevo fare al buon Chang, il che me lo faceva odiare (e non solo a me, visto che anche Agassi in Open critica questa assurdità).
Pertanto, visto che è uscita l’Italia, il mio tifo ho deciso di accordarlo alle squadre che non tirano in mezzo dio con preghiere rituali prima dopo e durante la gara, che non si ritengono prediletti dal creatore se segnano o parano un rigore e non lo ringraziano in caso di vittoria, e che non hanno la presunzione che dio sia dalla loro parte. Tiferò squadre laiche, che se segnano o parano ringraziano solo che se stessi, o si mettono a ballare di gruppo come i colombiani, o che magari se vengono eliminati umanamente masticano un paio di bestemmie in mondivisione…

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