Scene quotidiane di un campeggio familiare

27 luglio 2015

camping terrore

Memore dei suoi ruggenti anni di gioventù (quando imperversava nei campeggi pugliesi e mieteva intere piantagioni di maschi) Sunofyork quest’anno ha insistito perchè tutti e tre, marito moglie e piccola erede al guinzaglio, si andasse nei luoghi della sua giovinezza, per la precisione un campeggio per famiglie nel Gargano.
Da parte mia, ho sempre avuto una avversione preconcetta per i campeggi organizzati, sicuramente provocata dallo snobismo di ventanni passati da scout a campeggiare in modo selvaggio e libero e a concepire in quell’unica forma ribelle e probabilmente illegale il vero contatto con la natura.
Ma ho quarantanni da poco suonati, e ormai di questa e altre stronzate di convinzioni e paturnie ho fatto un bel fascio e le ho spedite in cantina, dunque ho detto sì alla mugghiera e siamo partiti destinazione Gargano, approfittando di una roulotte messa a disposizione dai munifici suoceri.
Il campeggio individuato era (da me) chiamato Feudo Crucco, per l’alta e inquietante percentuale di (civilissimi) villeggianti provenienti dalla Tedeschia, immerso nel verde delle pinete e con il mare talmente a portata di mano che se la sera avessi voluto liberarmi dell’urina in eccesso davanti alla nostra piazzola probabilmente avrei potuto centrare, con uno sforzo suppletivo vescicale, le chiare fresche e dolci acque che stavano di sotto.
La roulotte offriva comodità anguste ma sufficienti, due letti e un tetto robusto sulla testa. Conoscendo le mie capacità pratiche e la mia facilità di utilizzo di cose mai viste prima, tipo una roulotte, i suoceri si sono scapicollati ad arrivare in Gargano affrontando le code estive, il caldo lercio e il percorso rally tipico della litoranea garganica, pur di arrivare prima di me e sistemare la roulotte prima che facessi danni irreparabili.
Così, appena arrivati e con la roulotte montata di tutto punto dal parentame, abbiamo cominciato la nostra settimana da campeggiatori. Una settimana costellata da alcuni punti salienti che in modo conciso vado testè a descrivere in questi sotto capitoli.

NO PLACE FOR ELEGANCE
Devo dire che il campeggio mi ha subito conquistato perchè è un posto frequentato da gente assolutamente scazzata che veste informale dalla mattina alla sera. In campeggio non devi mai preoccuparti di quello che hai indosso, letteralmente. Metà della gente perennemente in ciabatte e costume a qualsiasi ora, o vestiti di abiti a caso indossati probabilmente al buio. Ho visto diversi bimbi nudi aggirarsi come membri di una strana tribù equatoriale, persino un dodicenne in bici con tanto di inquietante pisellone di fuori. Ovviamente, ça va sans dire, non me lo sono fatto ripetere due volte, ed anch’io vagavo per il campeggio quasi sempre in costume da bagno (intendo un bel succinto costume nero, non il boxer) e ciabatte, la sera al massimo mettevo una maglietta (sempre la stessa) ma non i pantaloncini, sicchè sembravo nudo dalla cinta in giù. Altre volte mettevo i pantaloncini ascellari ma non la maglietta. Unico accessorio per il mio personalissimo outfit, un bel rotolo di carta igienica al posto del borsello. Perchè? Leggere sotto.

NON E’ UN POSTO PER STITICI
Ahimè, e devo dire che me l’aspettavo, il campeggio risveglia la stipsi dormiente di decine e decine di campeggiatori, e nel mio caso si fa anche poca fatica, essendo la stitichezza mia non gradita compagna del quotidiano da un buon quarantennio. Magari è solo una questione psicologica, o magari pratico-logistica, fatto sta che non avere un bagno personale e sopratutto a portata di chiappa ha fatto si che per buona parte della settimana io abbia vagato affranto con un rotolo di carta igienica alla ricerca dello stimolo perduto. Per chi di voi si stesse facendo una risata, e per chi di voi è in possesso di un intestino che si srotola a comando una o due volte al giorno scosso come manco un pitone indiano, beh, non potete capire fino in fondo. Noi con l’intestino pigro viviamo nell’attesa diuturna di uno stimolo, di un segnale divino (tipo il padre di Portnoy nel libro di Roth, per chi l’avesse letto). Spesso accade che per giorni interi nulla si faccia sentire. Ma quando arriva il momento, allora bisogna schizzare in bagno come sparati da un cannone, avendo però l’accortezza di non muoversi troppo col bacino, perchè il nostro intestino è in equilibrio come su un crepaccio: una mossa sbagliata e tutto tornerà fermo.

Adesso prendete uno stitico e mettetelo in campeggio. Arriva lo stimolo e il bagno è a 150 metri. Comincia la transumanza, 3 minuti di passeggiata rapida ma senza correre, tipo marcia olimpica, si arriva in bagno, si pulisce la tazza, si improvvisa un copriwater, ci si siede e poi? E poi un bel niente. Silenzio, come se fossimo da soli nel deserto. Quindi a rivestirsi, si esce dal bagno, ci si riavvia alla roulotte, tutto questo per tornare al bagno dopo 5 o 30 o 50 minuti, sempre con lo stesso effetto. Per noi stitici lo stimolo è un attimo fuggente. Carpe stronzum. Un bagno lontano e scomodo significa che nel frattempo torna la bassa marea, e il campeggio prosegue con una bella panza gonfia e un senso di pesantezza poco simpatici. Per ovviare al problema ho fatto fuori metà del raccolto 2015 di prugne secche californiane, ma non è servito. Solo una piccola purghetta ha risolto parzialmente il problema ed ha sventrato un intestino che pareva corazzato di piombo. Nel frattempo anche la bimba (che pare aver ereditato, oltre al gruppo sanguigno e a molti tratti somatici, anche tutte le nevrosi paterne) soffriva di stitichezza. Immaginate che bella settimana per Sunofyork, circondata dalla stipsi, a parlare col marito di stimoli e puzzette e a cercare di tirar fuori la cacca della bimba con due pinze… Leggi il seguito di questo post »

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Vite parallele a Lisbona

11 ottobre 2013
lisbona
IL VOLO
A. e M. sono una coppia appena sposata, senza figli, che parte per il viaggio di nozze a Lisbona. Il volo di linea  Bologna-Lisbona si rivela confortevole e rilassante.  Liberi dalla oppressione dei low-cost, senza file estenuanti per accaparrarsi i posti migliori, senza i controlli da gestapo sul peso e la dimensione del bagagli a mano, tre ore scorrono senza gli annunci pubblicitari e i tentativi di vendita di profumi, gratta e vinci, sigarette elettroniche e chissà quanti altri impicci. Viene servita la cena, e i due fanno il loro primo brindisi bevendo un rosso portoghese mentre l’aereo si avvicina al suolo lusitano.

A. e M. sono una coppia appena sposata, con una figlia di un anno, che parte a Lisbona per il viaggio di nozze. Il volo di linea Bologna- Lisbona si rivela l’inferno piombato a 20 mila metri di quota. La bimba pensa bene di dormire fino al momento del decollo, poi inizia il suo show della durata di 3 ore. Agganciata alla cintura della mamma, comincia a guardarsi attorno e a reclamare il suo diritto all’esplorazione del veivolo. Lo fa cominciando a scartabellare le istruzioni di emergenza, le riviste in portoghese, gettando tutto per terra, poi scalcia il sedile davanti cominciando a canticchiare uno strano motivetto salmodiante con cui affossa la minchia per quasi due ore ai viaggiatori che imprecano in silenzio. I due genitori cercano di far passare il tempo alla bimba in tutti i modi, cantano, recitano, accendono e spengono le luci e le prese d’aria, poi decidono di darle dei biscotti, con i quali la bimba, piuttosto che mangiarli, decide di pitturare ogni cosa che si trova a portata di mano, Decidono dunque di farla bere: il biberon con tappo salva-goccia, una volta aperto dal papà, per poco non esplode per effetto della pressione accumulata, per il 90% depositandosi in faccia al padre e per il 10% sui passeggeri davanti, i quali, vedendo acqua piovere dal cielo sono già pronti ad urlare in preda al panico.

Ma al peggio non c’è fine. Arriva il pranzo a bordo. Mentre la mamma mangia come una forsennata la sua lasagna a duemila gradi, il padre tiene la bimba che si contorce come un’odalisca, con una mano cerca di mangiare, con l’altra di evitare che la bimba si pianti un coltello in gola, e in tutto questo tiene incollato ai denti il bicchiere di plastica col vino bianco, sorseggiandolo con piccoli movimenti sussultori del collo.
Quando l’aereo atterra i due genitori sono ad un solo passo dal fare una strage motivata dalla ordinaria follia.
PRIMA CENA E PRIMA NOTTE A LISBONA
A e M, quelli senza figli, hanno affittato un appartamento nel centralissimo quartiere della Baixa. Fuori piove e decidono di mangiare un italianissimo piatto di pasta a casa. Nel relax del silenzio appena interrotto dalla pioggia di fuori, la stanchezza del viaggio si trasforma in desiderio, e non appena i piatti vengono vuotati i due si abbandonano nel letto matrimoniale, trombando come antiche divinità greche.
A e M con figlia al guinzaglio hanno affittato un appartamento nel centralissimo quartiere della Baixa. Fuori piove e decidono di mangiare un italianissimo piatto di pasta a casa. Non prima di aver fatto però mangiare la bimba che, essendo ormai passata l’ora di cena, si contorce in sguardi truci e sonorità ricche di astio. Nella casa manca un seggiolone. Questo significa che, per la sera e per tutti pranzi e le cene che verranno, la mamma imboccherà la bimba e il papà farà da sedia, tenendo ferma e impegnata la piccola anguilla che tutto vuol fare tranne che mangiare tranquilla e assennata. Infatti, per inaugurare il parquet lisbonese, la piccola piovra dà una manata al piatto di plastica e rovescia per terra la poltiglia informa dal vago sapore di lenticchie. Il padre emette inudibili maledizioni rivolte a varie divinità estintesi ennemila anni fa. La cena della bimba dura la bellezza di 45 minuti, passata ad intrattenerla cantando imperdibili pezzi rock quali il Torero Camomillo, Mi scappa la pipì e il Gatto Puzzolone.
Dopo di chè la bimba viene lasciata a scoprire casa nei suoi gattonamenti, e i genitori consumano veloci il loro pasto controllando che la bimba non infili l’intera mano nelle accoglienti prese elettriche portoghesi.
Conclusa la cena, arriva il tempo del riposo.
La casa non possiede un lettino per bimbi e il letto matrimoniale è troppo piccolo per ospitare tutti e tre. La soluzione è ovvia: il padre dorme nel letto singolo dell’altra stanza, e lo farà fino alla fine della vacanza: posizione del kamasutra forse scomoda, ma di certo sicura.
LISBONA E LA PIOGGIA.
A Lisbona piove, e pioverà per due giorni quasi ininterrottamente.
A e M non lo ritengono un problema. E’ una pioggia sottile, quasi una nebbiolina che avvolge la città in un’atmosfera nordico atlantica che rende omaggio alla sua posizione e alla sua storia. Bastano due ombrellini per andare in giro per la città e fare la prima scoperta dei quartieri d’intorno, e stando attenti si possono salire le scalinate che dalla Baixa conducono al Chiado e poi su al Largo do Carmo, e poi dentro fino ad arrivare al Miradouro del Jardim de San Pedro de Alcantara e godersi la prima visione di Lisbona dall’alto.
Lì, nella piazzetta, sorseggiano un bicchiere di vinho verde e si sentono già irresistibilmente avvinti dall’atmosfera della città. Tornano a casa  zompando e arrivativi trombano come coguari.A Lisbona piove, e pioverà per due giorni quasi ininterrottamente.
A e M con figlia alle calcagna lo ritengono un dannatissimo problema. Già scarrozzare la bimba su e giù in marsupio per le salite di Lisbona sarà  un accidenti di fatica, se poi ci aggiungiamo scale e ciottolato resi scivolosi dalla pioggia, l’intero affare si prospetta estenuante.
E infatti il buon padre, detto piedi d’argilla, rischia di cadere due volte all’indietro, con un elevato rischio di polverizzazione dell’osso sacro. La prima volta è sulla ripida discesa che conduce al Carmo tramite la Calçada do Sacramento. Mai nome fu più azzeccato per la via, vista il fenomenale moccolo che parte dalla bocca del padre non appena la suola della scarpa scivola via dall’acciottolato e prelude al tonfo sgretola-coccige, tonfo per fortuna evitato di un pelo.
La seconda scivolata avviene niente di meno che sulla scalinata della Basilica del Sè, anche qui, tonfo evitato per un pelo e microbestemmia attutita dal sollievo.
Alla bimba piace il vento che si solleva sopratutto in vista del fiume, tant’è che in piena Praça do Comercio (una sorta di Piazza Unità di Trieste affacciata sul fiume anzichè sul mare) è l’unica a sorridere mentre mamma e papà di fronte alla macchina fotografica fanno facce della serie “se volevo nebbia umidità al 100% e una bastarda pioggerellina che mi entra nelle ossa me ne restavo a Bologna in Piazza VIII Agosto coi tossici”).
LISBONA E GLI ELECTRICOS.
I tram gialli sono il simbolo di Lisbona. Fare un giro sul tram 28 da Martim Moniz fino alla basilica dell’Estrela è l’equivalente di un giro in gondola a Venezia, solo nettamente più economico.
A e M decidono dunque di non perderselo. Arrivano a Martim Moniz con la metro e attendono il loro turno tra decine di turisti e prendono posto comodamente a sedere.
Il percorso offre decisamente il meglio di questa strana città fatta di saliscendi:il pittoresco quartiere di Graça, Rua Escolas Gerais che porta fino al Largo Portas del Sol e al Miradouro Santa Lucia che domina l’Alfama, più giù la Basilica del Sè, la Baixa, poi su per il Chiado, Piazza Camoes, Bica, Santa Catarina fino alla Basilica dell’Estrela.
Piacevolmewnte sballottolati dall’incedere di questo mezzo novecentesco, A e M ritornano infine a casa e, non volendo fermarsi, ci danno dentro come gazzelle di Thomson.
I tram gialli sono il simbolo di Lisbona. Fare un giro sul tram 28 da Martim Moniz fino alla basilica dell’Estrela è l’equivalente di un giro in gondola a Venezia, solo nettamente più economico. E dannatamente più scomodo, se il giro te lo fai in piedi.
Eh si perchè A e M, con figlia in marsupio, con la pioggia che batte non possono permettersi di selezionare il tram più vuoto, e si infilano tosto nel primo tram che passa, ovviamente sovraffollato come un otre rigonfio.
Non so se siete mai andati nei luna park su un trenino a binari nel tunnel dell’orrore. Bene, ricordate come accelerano e sopratutto sterzano quei cosi?  Devi avere una sbarra di ferro ben stretta sulla pancia per evitare di essere scalzato dal trenino.
Ora, togli qualsiasi sbarra di ferro, mettiti in piedi e considera che il tram va non a 10 ma a 40 all’ora. Serri la mano sul gancio a disposizione e per tutto il tragitto sarà come andare sul toro meccanico. Salita, brusca svolta a destra, discesa, frenata semaforo rosso, accelerazione e svolta a sinistra e poi a destra, brusca frenata per motociclista testa di cazzo, fermata a richiesta, accelerazione, stop, accelerazione, brusca svolta a gomito. M. non fa che volteggiare attorno al gancio come un ginnasta russo agli anelli, hai i polsi in fiamme e le spalle suonate come una fisarmonica. In tutto questo ci fosse almeno un civilissimo turista nordeuropeo che offre il posto quanto meno alla mamma con figlia (che nel frattempo si sta divertendo da matti). Manco per niente, i civili nordeuropei se ne stanno bellamente sprofondati sul loro seggiolino, che l’inferno li inghiotta.
A e M con figlia in groppa resistono 5 minuti e scendono al Miradouro di Santa Lucia. M cerca un angolo per vomitare, A maledice nell’ordine questi dannati aggeggi demodè, l’intero secolo del novecento e quei lerci nordeuropei che la guardavano con glaciale indifferenza e invoca una ruspa che spiani i sette colli di Lisbona e faccia colare cemento su quelle maledette rotaie. La bimba invece è ancora lì che balla la cucaracha. Leggi il seguito di questo post »

Il Ponte dei Morti Viventi

9 gennaio 2012

Avvertenza: post leggermente fuori sincrono temporale.

Durante il weekend novembrino dedicato dalla gente al culto dei santi, alla cura dei morti e al girare per le vie coi bambini vestiti da carnevale fuori stagione (fossero passati sotto casa mia, alla domanda “dolcetto o scherzetto” avrei scelto l’opzione”pece bollente”, prontamente calata dall’alto della mia ex fortezza di marzapane), in quel week end dicevo, il sottoscritto ha scaraventato Sunofyork a Bari e aderito ad una proposta di pseudo zingarata per soli uomini proposta dall’Altro Bonzo, e inoltrata anche ai due miei ex compari di dottorato, Uno dei Due Bonzi e U’ Prufissuri.

Destinazione, l’amena casetta al mare dell’Altro Bonzo in quel delle Marche, con la prospettiva di ammazzarsi dal bere e dal mangiare. Non certo dal ridere, perchè, come questa veloce carrellata dimostrerà, la vitalità e il giovanilismo non eccellono certo in questa mal messa accozzaglia di trentenni avvocati nevrotici, allampanati ricercatori universitari e misantropi funzionari pubblici. E chi si aspetta il racconto di una 4 giorni di trasgressioni, liberatori danneggiamenti di pubbliche proprietà, poderosi scherzi molesti alla collettività, champagne sorseggiato dagli ombelichi di procaci spogliarelliste, corse in auto contromano sulla A14 in pieno coma etilico, beh, deve sapere chi veramente sono i 4 morti viventi che hanno popolato le Marche in quel trascorso novembre.

1) Il primo morto vivente: l’Altro Bonzo.
Colui che ci ospita, come educazione vuole, è il primo a dover essere crudelmente sputtanato. Ci accoglie in una casa caruccia caruccia ma che dopo due minuti scopriamo essere oggetto di un mostruoso decalogo di regole destinato ad aumentare a dismisura coi giorni: non appoggiare le porte ai muri per evitare segni, mettere un lenzuolo sotto il divano letto per evitare graffi, togliersi le scarpe prima di entrare, eccheduecoglioni! Dopo un giorno ci aggiravamo per la casa terrorizzati dal poter fare qualche cazzata. Io, ad esempio, ho usato un asciugacapelli e poi ho curato di arrotolare i fili con precisione chirurgica e maniacale che manco un gerarca nazista, in modo da lasciare tutto ordinato e preciso. L’avessi mai fatto, mi ha piantato un casino che così si rompe, che i collegamenti elettrici saltano, che l’apparecchio va in corto, che la casa si incendia, e che il mondo va a puttane…
Cicerone di ottima qualità, ci ha portato a spasso per le Marche raccontandoci di arte e cultura, di storia e pettegolezzi con dovizia di particolari e chissà quante puttanate inventate al momento.Si è immedesimato così tanto nella civiltà marchigiana del ‘400-‘500 da perdere lievemente il controllo di sè, ritenendosi nipote legittimo di Federico da Moltefeltro (che chiamava affettuosamente Zio Fede…) e decantandoci il palazzo ducale urbinate come se fosse casa sua (e quindi anche qui abbiamo dovuto stare attenti a non rigare il pavimento o ad appoggiarci ai muri)
Unico uomo al mondo a prendere un thè caldo il 15 agosto in Salento, l’Altro Bonzo ci fa fatto però assaggiare il meglio della cucina marchigiana, tra cataste di costine di agnello, quintali di maccheroncini all’uovo, secchiate di fritti all’italiana, olive all’ascolana come grani di un rosario infinito, fino a che saturazione delle arterie non è sopraggiunta.
Scarsissimo giocatore di risiko, ci ha deliziato di un pigiama a quadrettini di rara ed antica bruttezza, autentico anticoncezionale fatto in casa, che nella mia immaginazione ho sempre fatto indossare al padre dei fratelli karamazov. Leggi il seguito di questo post »


Promenade en Provence. 1. Il viaggio

12 ottobre 2011
La versione di Paperoga.
Dopo una aperta e democratica consultazione, io e Sunofyork abbiamo deciso di passare una settimana in Provenza verso la fine di settembre. Io ho proposto la zona, la Provence Vert, sotto le Gole del Verdon, lei ha scelto la casetta di campagna che ci avrebbe ospitato. (ricordatevi chi ha scelto la casa, quando leggerete il capitolo 3).
L’organizzazione del viaggio ha messo in luce la profonda e opposta filosofia di vita che guida le nostre due esistenze.
Secondo Paperoga un viaggio va organizzato con tutti i sacri crismi, dal controllo livelli della macchina, all’individuazione del benzinaio meno caro, al caricamento delle pile della macchina fotografica all’acquisto di beni di necessità e urgenza, che siano cerotti, torce, candele, pasta, mappe, caffè italiano, moka italiana, dizionario, un rotolo di carta igienica di emergenza, ombrello, kit di emergenza per forature, contenitori termici per acquisto cibo locale, ecc. ecc.
Secondo Sunofyork basta mettere dentro alla rinfusa qualche kilonata di vestiti dentro alla valigia, comprarsi un nuovo costume da bagno e partire allegramente all’avventura.
Per il viaggio avevo anche preparato alcuni cd ad hoc, come l’intera discografia dei REM appena disciolti, un Greatest Hits degli Smiths, oltre alle centinaia di cd sparsi in macchina e recanti il marchio dylaniano.
Ordunque partiamo un sabato mattina, secondo l’orario da me prefissato, altrimenti Sunofyork sarebbe rimasta tranquillamente spaparanzata a guardarsi Real Time. Un viaggio molto gradevole, che percorrendo in direzione nord lasciava l’Emilia per il Pavese, l’Alessandrino e poi passando a distanza di sicurezza sopra Genova rimpiombava sulla Riviera Ligure in direzione Ventimiglia.
In tutto questo, la guida salda sicura senza scosse e votata al risparmio energetico di Paperoga, e come musica i cd preparati mostravano di essere apprezzati dalla pulzella.
Con qualche precisazione dovuta al fatto che Sunofyork ha la pazienza e la costanza di un tarantolato.
Scoperti i Rem, Sunofyork squittiva dalla felicità e subito infornava con violenza il cd nell’apposita fessura. Io le facevo notare col ditino che la discografia andava ascoltata in modo filologicamente corretto, dal primo all’ultimo album senza saltare una canzone. Lei mi spernacchiava e si sceglieva le sue canzoni. Dopo un’oretta di ascolto, Sunofyork scagliava il cd quasi fuori dal finestrino, accompagnando l’inconsulta azione con un “Basta co sti cazzo di REM, meno male che si sono sciolti!”. Passavamo agli Smiths, che duravano ancora meno, con Sunofyork che ascoltava le canzoni per tre secondi e poi le cambiava come si masticano e si sputano i chewingum quando perdono l’iniziale sapore zuccherino.
Il viaggio, nonostante le paturnie uterine della giovincella, filato liscio in 5 ore e mezzo, con una sola sosta in un autogrill del pavese preso d’assalto da decine di turisti zombie tedeschi, che mi hanno tenuto il culo incollato alla fila per 20 minuti mentre acquistavano e mangiavano qualsiasi schifezza salata e/o dolce coi visi sporchi di sugo o gelato.
Ma poi il confine, una lunga galleria e poi Mentone. Siamo in Francia. Te ne accorgi perchè la corsia di mezzo dell’autostrada non è più occupata da decine di italici mentecatti, perchè non ci sono più lavori in corso, e perchè gli autogrill ti segnalano prezzi della benzina più bassi di circa 25 centesimi al litro. Si lascia l’Italia, on arrive en France.
E’ l’inizio del dramma linguistico per Sunofyork. Leggi il seguito di questo post »

Brokeback Appennino

23 agosto 2011
Nello stesso istante in cui ho toccato il suolo emiliano, tornando dalla bisboccia salentina, improvvisamente la Pianura Padana si è trasformata nella fornace dell’inferno, dove milioni di persone intrappolate in questo gigantesco calderone sbrodano ancora oggi sudore che sia giorno o che sia notte, senza apparente riparo nè misericordia.
Ecco dunque che per il fine settimana non avevo nessuna intenzione di rinchiudermi in casa in mutande e boccia di thè freddo a misurarmi la pressione in caduta libera. Ho dunque proposto a Gastone, anch’egli ritornato al Nord nella “Milano da sudare”, un week end di sano trekking appenninico per rispolverare l’ormai passato quindicennio vestiti da scout e sopratutto per sfuggire alla madornale cappa di morte della pianura.
Dove vuoi andare?”
“Più in quota possibile, in alto, su, via da questo inferno!”.
Detto, fatto. L’itinerario da me confezionato prevedeva due giorni con zaino e tenda nell’alto crinale dell’appennino parmense, su quote dai 1300 fino ai 1800 metri.
Partiamo sabato mattina per il rifugio/punto di partenza, e manco esco dalla città che scopro di aver dimenticato alcune cose, tra cui una cacchio di felpa per la sera. Ci fermiamo in un centro commerciale avvolto dalla canicola, rifugio estremo dei pochi zombie rimasti in città. Prendo la prima felpa che trovo in saldo, collo a V, celeste color pastello, un obbrobbrio che dipinge mille punti interrogativi sul volto di Gastone.
Ad ogni modo si riparte e arriviamo alle 13 al rifugio. Cambiamo vestiti, sistemiamo gli zaini, riempiamo l’acqua e via. Un percorso che durerà  24 ore e che sarà scandito da alcuni momenti di indimenticabile poesia.
1) Il senso di Gastone per l’igiene.
Facciamo la prima pausa per il pranzo intorno alle 14,30, sulle sponde di un cazzutissimo lago glaciale, dopo un’oretta e mezza di sana e robusta salita che già ha messo a repentaglio i nostri non più giovani cuori e ci ha spinto a tristi considerazioni sul degrado inarrestabile del nostro corpo e sul progressivo aumento dell’acidità del nostro sudore.
Abbiamo portato panini e affettati, e Gastone è già tutto intento a prepararli quando si accorge che il coltellino svizzero è sporco, incrostato da rimasugli di cibo o di chissà quali altre schifezze appiccicate da circa un anno, ovvero dall’ultimo trekking di gruppo.
Ma il geniale maiale ha un’idea per pulirlo: prende un bastoncino di legno, beve un sorso d’acqua dalla borraccia senza ingoiarla, e a mò di fontana dalla bocca la versa sul coltello strofinandoci sopra il bastoncino. Dopo circa trenta secondi di questa vomitevole scena, questo provetto funzionario dell’ufficio d’igiene asciuga il coltello sulla sua maglietta sudata, lo osserva brevemente con fare serioso, e per lui è come sterilizzato. Ho troppa fame per obiettare, e rischio volentieri l’epatite A.
2) Il gaio bagno nel lago.
Finito di mangiare ci mettiamo in riva al lago. Nonostante i 1500 metri il sole picchia e si suda . L’acqua verde del lago, limpida e fresca, ci invita al bagnomaria. Non abbiamo il costume, solo le nostre sacre e sudate mutande, e il non essere soli non ci impedisce certo di rimanere in mutandoni e gettarci in acqua. Il bagno in questo lago limpido fresco e profondo, coi pesciolini ad azzimarci i piedi, di fronte ad un orizzonte di pareti rocciose e pascoli, ci rimette a posto col mondo. Usciti dall’acqua diamo sfoggio delle nostre pudenda cambiandoci praticamente davanti a tutti, senza star troppo a coprirci con asciugamani improvvisati e certo instillando negli avventori il sospetto che quella cresciuta coppia di camminatori, così unita negli sguardi e disinibita nei costumi, nasconda il marchio della innominabile passione omosessuale.
Ci facciamo prima scattare una foto in mutande per ricordare ai posteri il nostro gay pride d’altura improvvisato, e ripartiamo con gente che alle spalle borbotta e sussurra di peccato e sodomia. Leggi il seguito di questo post »

Sembra un uovo ma non è

22 aprile 2011

Domenica di primavera. Un borgo toscano in cima ad una collina dove la natura è appena esplosa nei colori e negli odori, tra prati verdi puntellati di fiori e i cipressi “che alti e schietti
van da S. Guido in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti mi balzarono incontro e mi guadar
”. C’è il sole e un fresco venticello che, mentre cammini sul pendio, ti impedisce anche di pezzare di sudore. Ovunque è calma e silenzio. I sapori dalle cucine poco prima di pranzo ti conducono spiritato verso la vicina osteria dove addenterai una fiorentina grande quanto una tavola da surf e berrai a garganella litrate di Chianti. In compagnia di persone care, si discute e si scherza, e i volti rilassati dopo una mattinata di peregrinazioni lente su e giù dai colli si preparano a desinare, complici e in piena sintonia di intenti e di pensiero.

Gli equilibri cosmici, in questo momento, paiono immoti e favorevoli, e la mente leggera quasi permette all’anima stessa di ritornare all’Uno. Mentre cammino sul ciottolato della stradina, con le braccia dietro le spalle e la spalla lievemente incurvata, ogni segno del tempo, ogni stupro del presente, ogni inganno del passato, paiono vendicati. Alzo dunque il viso verso il cielo, come per un attimo ripreso dal dubbio antico e riposto se davvero possa infine esistere un Dio facitore di cotanta bellezza, quando dallo stesso cielo d’improvviso rapidi movimenti, un volteggiare che non ti aspetti, strani esseri che squarciano l’equilibrio degli eventi, un rumore come di spruzzo, un gesto di spregio e di sfregio, e quando capisco che due piccioni mi sono planati ad un metro e uno di loro mi ha cagato sui pantaloni, è troppo tardi.

Rimango immobile, lo sguardo sorpreso, stupito. Mi guardo i pantaloni ed è come se qualcuno mi avesse cucinato un uovo al tegamino e me l’avesse impiattato sulla coscia. Ma il silenzio della sorpresa e l’incasso passivo di questo sfregio durano poco. Da quel momento, un susseguirsi di reazioni che mi sforzerò di catalogare con l’oggettività dell’antropologo.

  1. La rabbia del Senzadio.

Dimentico di ogni dubbio al riguardo, comincio a smitragliare una sequela di bestemmie ognuna delle quali si sgrana ad un ritmo sincopato quasi si trattasse di un rosario imbastito per una messa nera. Le oscure maledizioni si generano da sole, quasi per partenogenesi, l’una da un pezzo dell’altra, e l’altra variante malata dell’altra ancora.

In circa un minuto la mia furia cieca comincia a placarsi. Per accorgermi che accanto a me giocavano felici due bimbi ed ora mi guardano con timore, e che davanti a me c’è una cappella incassata sul muro con una Madonna di gesso, che pare rimproverarmi con le sue dita di gesso. Doc è tentato dal misurarmi la pressione, la moglie di Doc quasi si mette le mani nelle orecchie, in Sunofyork l’imbarazzo si taglia a fettine.

2. La promessa dell’assassino.

Bypasso il problema di chi abbia creato il piccione scacazzone e mi concentro proprio sul volatile. Come se non fosse ormai volato chissà dove, gli inveisco sopra come se fosse davanti a me tra lo sconcerto generale.

“BRUTTO FIGLIO DI GRAN PUTTANA! CAZZO IO TI BECCO, QUANTO E’ VERO DIO IO TI BECCO MALEDETTO FIGLIO DI LURIDA BALDRACCA! AH, CANE MALEDETTO, DOVE CAZZO VAI TORNA QUA SE HAI CORAGGIO!!”

Tutto questo mentre gesticolo verso il cielo, coi pugni minacciosi o con le dita a forma di pistola, facendo Bum e Ka-boom con la bocca, mentre Sunofyork è l’imbarazzo impersonificato e Doc e mugghiera fanno finta di non conoscermi. Leggi il seguito di questo post »


All you can eat

30 novembre 2010
Ci sono posti in cui dovresti rilassarti, e di fatto la gente comune vi si rilassa. In quegli stessi posti, io invece assumo posture e tensioni tipicamente feline. Posti in cui sono in allerta, mi sento osservato, sono maggiormente incline, ben più di sempre, all’autocontrollo e all’autopunizione, e mi muovo pavido affettato e un tantinello robotico.
Ad esempio, i ristoranti “all you can eat”, fautori cioè della formula “paga un fisso e mangia quanto ti pare”.
Non mi ci sono imbattuto spesso, sono cose da grande città, ed in effetti mi ci sono ritrovato  per caso tre giorni fa, durante il soggiorno barcellonico a scrocco da mio fratello Pfaff.
Davanti mi si para il classico ristorante giapponese di nome e cinese di fatto, con camerieri coreani e cuochi tailandesi. Menù molto vario e non proprio tutto orientaleggiante, ma i vassoi del buffet sono invitanti. Il prezzo indicato dalla lavagnetta pare inequivoco: 8,40 a testa, bevande escluse, e magni quello che ti pare.
Io sono molto timoroso sin dall’inizio, e tempesto Pfaff di mille paranoie già prima di sederci: “Ma siamo sicuri che hai letto bene?” “Non è che alla fine ci troviamo la sorpresa sul conto?”
Ora, è bene chiarire subito che mio fratello Pfaff è un affascinante affabile e brillante poliglotta cosmopolita che di italiano ormai riesce a scandire solo tre o quattro frasi da personaggio dei fumetti con aria perennemente incazzata: 1) la sua solare educazione si esprime con un “Che cacchio vuoi?” 2 La quasi-bestemmia “Porco l’oste!” esprime stati di rabbia repressi a stento 3. “Ma sei un trimone!” lo riserva solo ai suoi due fratelli. 4) “Odio, odio, mamma che odio” è un borbottio-mantra che fa da colonna sonora ai suoi soliloqui.
Detto questo, alle mie domande imparanoiate Pfaff risponde alternando una delle 4 frasi tipiche anzidette, anche se la n. 3 sembra vincere per distacco.
Ad ogni modo prendiamo il vassoio, e mentre mio fratello si serve con vorace gozzoviglia, mettendo nel piatto di ogni senza alcun ordine filologico-alimentare, io mi aggiro per il buffet come un ladro, guardandomi attorno, prendendo poche cose e mettendomi subito a sedere.
5 minuti e mio fratello si alza per prenderne ancora, tra le mie resistenze e i miei rinnovati dubbi, subito sopiti dalla sua furia:“Ma sei un trimone, porco l’oste! C’è scritto che puoi mangiare quanto ti pare, che cacchio vuoi? Mamma che odio!” Dopo questa sintetica antologia del suo residuo vocabolario italiano, mi convinco a fare il bis, prendendo il cibo con le pinze come se fosse radioattivo e selezionando con maggior cura, attento agli sguardi degli inservienti ritti e seri in viso, mentre mio fratello pareva un muratore con la cazzuola che invece della calcina prendeva il cibo e lo sbatteva sul piatto.
Ora, è il caso che io spieghi il perchè della mia ansia e della mia ritrosia quando mi ritrovo in luoghi in cui puoi nutrirti fino a scoppiare in cambio di 8 euro e 40. Leggi il seguito di questo post »