Homo medius medius

12 febbraio 2009

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Lei esce dal bagno canticchiando una canzone di cui riconosco solo la musica, ma le cui parole non mi dicono nulla:

“Se guardo te…io sono bugiarda
l’amore c’è….è dentro di me
Amo te..  sono bugiarda… bugiarda… lo so..”

“Che canzone è?”

“Come che canzone è, non la conosci?”

Ci penso, ce l’ho sulla punta della lingua. La solita sensazione.

“Mannaggia come si chiama…?”

Poi mi illumino: “Certo, è la canzone di Shrek !!

Lei mi fissa. Tace.

“Scusa, non è vero?”

“Certo..”

“E allora?”

“E allora sei imbarazzante.”

Vabè. Però la capisco. Non riuscirà mai a rassegnarsi al fatto di avere un ragazzo così intrisecamente medio, che cerca spesso, e quasi mai facendolo apposta, di abbassare il livello di qualunque conversazione, capace di abbassarne anche una in cui in fondo si parlava di musica pop. Chiariamoci, non è che quando si parla di cultura io all’improvviso comincio a ruttare (a meno che non stia parlando di cultura bevendo una birra). E neppure mi sottraggo a incalzanti discussioni in profondità sull’esistenza. Solo che se all’improvviso, mentre si parla di ontologia, alla tv fanno Tom & Jerry, i miei neuroni si annullano. E la sera prima di dormire, se magari Lei riflette giustamente sulla precarietà dell’esistenza mentre cerca di addormentarsi, io leggo le avventure di Paperino lasciandomi andare a volte ad un riso sfrenato. 

Perchè lo faccio? Francamente è un problema che non mi pongo. Forse dovrei.

Perchè l’ho fatto in questo caso specifico?  Cazzo, era o non era veramente la canzone di Shrek?!


Mi rubi il passato

10 febbraio 2009

Lei è sulla poltrona, davanti al mac. Io esco dalla cucina canticchiando una canzone. Lei mi investe con uno sguardo di fuoco.

“Non cantare quella canzone! Smettila di cantare le canzoni di quel gruppo!”

Io mi fermo. “Ma perchè?”

“Perchè sono canzoni del mio passato. Sono mie. Tu non te le sei mai filate. E all’improvviso arrivi e te ne appropri!”

Io rimango interdetto. “Ma scusa, una volta saresti stata contenta, quasi orgogliosa, avresti parlato di sintonia, di me che cambio idea e presto orecchio a musica nuova….”

“Adesso no. E comunque non quelle canzoni. Fanno parte di un passato che è solo mio, se tu cominci ad ascoltarle è come se te ne appropriassi. Così mi rubi il passato!”

“Ti rubo il passato?”

“Si, mi rubi il passato..”

Mi fermo due secondi, anche dieci. Ci rifletto. Sapete, la convivenza ha di molto smussato la mia misoginia, anzi, mi ha fatto rivalutare molti aspetti delle donne che prima sottovalutavo. Ho dunque imparato a non reagire d’impulso di fronte a quella che, a prima vista, potrebbe sembrare irrazionalità uterina della peggior specie. C’è sempre un fondo di verità in quello che dicono le donne, mi ripeto. O almeno vale la pena cercarlo. A differenza di noi maschi, che sembriamo dire sempre cose all’apparenza sensate, che però poi scava scava non significano un cazzo, quel che ci dice la donna è spesso un oracolo avvolto da un codice che è giusto cercare di decrittare. Dunque ci penso, dubbioso, la guardo più volte mentre lei mi restituisce lo stesso sguardo corrucciato di un minuto prima. Cerco di capire e di abbozzare una interpretazione, anche se, si sa, in questo cose sono rimasto allo stadio dell’Homo sapiens sapiens che pittura le caverne: Dunque, mumble mumble. Ascolto le sue canzoni e lei si sente espropriata di un passato che è impresso in quelle note. Può darsi anche che il fatto di essere io, il suo compagno, a cantarle, le dia fastidio per una sensazione di stranimento, ovvero mi guarda e non mi riconosce nella mia solita postura. Le sembro “un altro” a cantare quelle canzoni. Non vuole che cambi, e forse in questo modo sembra che io stia mutando di fronte ai suoi occhi.

Bene. Ho finito di riflettere. La guardo. E quindi glielo dico:

“Sei una malata di mente”.


L’interpretazione dei sogni

2 febbraio 2009

warhol-freudMi sveglio. Lei è già in piedi, come al solito.

Di solito, nella prima mezz’ora dal risveglio, sono un non-morto che si aggira per le stanze senza costrutto, bofonchiando tre parole in croce del tutto incomprensibili persino a me stesso. Lei, alle prese con i soliti ritardi,  sfreccia da parte a parte, si agita, ed è solita incalzarmi subito con delle domande a cui neppure un medium saprebbe rispondere (del tipo dov’è la mia borsa nera?), oppure con una lista di cose da fare che mi fa sentire molto Magda in Bianco Rosso e Verdone. Io rispondo in modo insensato, cercando di trovare il varco verso il bagno, lavarmi la faccia, capire chi sono e cosa ci faccio lì.

Oggi invece mi sono presentato appena sveglio di fronte a Lei con uno sguardo stranito:

“Ho fatto un sogno assurdo.”

Lei, stupita da quella frase intera pronunziata in un italiano fluido, si ferma ad ascoltarmi.

“Che sogno?”

“Eravamo io e te, e c’era un altro, un estraneo. Non so perchè eravamo lì o cosa ci dicevamo, mi ricordo solo che al momento di salutarci, io gli ho stretto la mano, tu l’hai salutato con un bacio sulla guancia, e lui per tutta risposta ti ha accarezzato il collo e ti ha fatto l’occhiolino.”

Lei sembra perdere all’istante qualsiasi interesse per il fatto di essere in ritardo di mezz’ora buona, e mi  pare stranamente affamata di curiosità: “E poi?”

“Io guardo questo stronzo, e gli dico “Uei, beh?” Lui sorride incurante sfidandomi, si gira verso di te, e ti tocca il sedere. Io allora lo spintono. Questo è il doppio di me, quindi nella realtà lui mi menerebbe come un tappeto persiano e poi si approfitterebbe di te con la forza (almeno, dovendo scegliere egoisticamente, spero che il tutto avvenga con la forza). E invece nel sogno succede che per un lunghissimo minuto non faccio altro che creparlo letteralmente di mazzate,  prendendolo a pugni sul naso, calci nelle palle, poi in faccia, sulle gambe, insomma finisce che lo lascio esanime per terra. Dopo io e te scappiamo via.”

“E chi era questo?”

“Boh, mai visto. Uno che non esiste, suppongo”.

“E ti sei chiesto che significato abbia questo sogno?”

“Mah, per me i sogni sono un sacco di stronzate fantasiose che ti vengono in mente di notte, senza alcun significato.”

Lei mi guarda come un bestione ignorante.

“Ma cosa dici, i sogni hanno sempre dei significati. Prova a pensare a cosa significa il tuo..”

Io sbuffo, voglio un caffè, il discorso mi ha già stufato. “Non saprei, se proprio devo trovare un significato, è che forse in questo periodo sono stressato ed ho voglia di menare qualcuno. Si, ora che ci penso magari ho voglia di menare qualcuno.” Mi sembra una spiegazione sensata, anzi, ammazza che fine psicologo, penso tra me e me.

Lei invece mi guarda come si guarda  una merda di cane pestata.

“Meglio che taci, va, sempre a ridimensionare, a svalutare ogni cosa del suo significato. Taci o rovinerai tutto.”

“Rovinerò cosa?” La guardo meglio con gli occhi ancora cisposi e mi accorgo che è tutta contenta, con il suo sorriso così bello stampato come se dovesse rimanerle appiccicato  per sempre.

“Ma cosa c’è?”

Lei mi guarda e prima di voltarsi mi schiocca un: “Hai fatto un sogno bellissimo.”

E se ne va, con gli occhi che le brillano. Io rimango lì, curvo nelle spalle, con una voglia di caffè insoddisfatta.

E la solita, arcinota sensazione di non aver capito bene quello che è successo.


Codici binari

28 gennaio 2009

Lei è in doccia, io  alzato da un paio di minuti. Fa capoccella dal bagno:

“Fai il caffè anche a me?”

“Veramente mi sono già fatto un the.”

“Ah, vabbè, lo berrò fuori”.

Cinque minuti dopo esce dal bagno.

“Allora, questo caffè?”

“Quale caffè? Hai detto che lo prendevi fuori…”

Sbuffa. “Non impari proprio mai. Ma non hai capito dai sottintesi che lo volevo lo stesso?”

La guardo con una faccia un tantino stanca. “Donna”, le dico calmo ma già spossato di prima mattina, “io ragiono secondo un codice binario, per il quale se mi chiedi un caffè te lo faccio, se mi dici che non lo vuoi non te lo faccio. E’ così assurdo?”

Lei sbuffa di nuovo: “No, uomo, ma è di una noia mortale. E poi, sempre con questi codici binari, non se ne può più…”

Sta a vedere che anche stavolta ero io ad avere torto.


Frasario di vita quotidiana

19 gennaio 2009

peynetDopo qualche anno di convivenza di coppia, è facile riconoscere le frasi che si ripetono in modalità shuffle nell’arco del quotidiano amore. Nel mio caso, sono decine. Dopo una drammatica selezione, eccone un greatest hits…

Lei a Paperoga:

1. Fatti la doccia!

2. Sei un mostro…

3. Maiale schifoso…

4. Potremmo per una sola cena non guardare i Simpsons?

5. Andiamo all’Ikea?

6. Perchè diavolo non diventi ricco?

7. Ho perso il treno….

8. Smettila di sbadigliare (durante lo shopping)

9. Voglio cambiare casa (con possibili varianti tipo: mobili, stoviglie, televisore, fidanzato)

10. Stasera mangiamo cinese sul divano?

11. Chi era quella puttana?

Paperoga a Lei:

1. Ti sgozzo!

2. Ti stacco l’osso del collo…

3. Perchè non  spegni la  luce?  (della stanza da cui esce)

4. Perchè cazzo avevi il cellulare staccato?

5. NO. Non vengo all’Ikea.

6. Ce l’abbiamo già. E’ inutile comprarlo.

7. Prestami qualche euro…

8. Siamo in ritardo, cristo, ti vuoi decidere a scendere??

9. Cambiarmi? Ma se indosso questi vestiti solo da tre giorni….

10. Non posso, stasera c’è la Juve.

11. Devo proprio venirci anch’io?


E’ una serata perfetta

15 gennaio 2009

Lei è fuori, cena con le colleghe di lavoro.

Solo a casa. Ho invitato Copeland, così, per cortesia, ma lo stronzo ha cucinato pesce e non vede l’ora di magnarselo, alla faccia di suo fratello. Ma buon per me. C’è la Juve in tv, e la cucina a disposizione.

Prendo dal frigo la pancetta affumicata comprata in Toscana, la taglio a cubetti, nel frattempo metto sul fornello l’acqua per la pasta. Butto la pancetta sulla padella senza olio nè burro, a rosolare nel suo grasso. Una volta dorata e croccante, non ancora bruciata, spengo. Nel frattempo rompo due uova e le sbatto con vigore con una forchetta. Aggiungo pepe e pecorino grattugiato, e frusto ancora. L’acqua bolle, calo gli spaghetti. Scaraffo più di mezzo litro di vino rosso terrone da un cartone da 5 litri, se fossimo in Francia si direbbe un vin de pays en vrac decorosissimo. Scolo gli spaghetti, li verso in una terrina, aggiungo le uova sbattute, mescolo ben bene,  poi in un piatto fondo, ci metto sopra il restante pecorino. A tavola.

La Juve va che è un piacere, come il vino d’altronde. Subito Marchionni, ottima la pancetta, Giovinco Del Piero Giovinco, spaghetti perfettamente al dente, capolavoro del capitano, uova ben amalgamate col pecorino, altri bicchieri di rosso. Tre a zero, mi siedo sulla poltrona col il restante vino in mano, e mi vedo i replay.

Le undici. Lei suona il campanello. Non so perchè, ha le chiavi, ma Lei quando torna a casa suona. Io so già quello che mi aspetta. Che in casa c’è puzza di pancetta, che non ho messo l’aceto nei piatti sporchi di uova, che ho scaraffato del vino da ubriaconi quando c’erano tante ottime bottiglie regalateci da suo padre, che ho visto una partita di calcio mangiando spaghetti alla carbonara come un angosciante uomo medio …. insomma so tutto. Quindi so che fare. Mi alzo, brillissimo, le apro la porta.

Lei entra, mi saluta, un bacio, poi comincia ad annusare, prova a dire: “Ma cos’è sta puzz…”

“Taci. Facciamo sesso.”


Tempismo perfetto

10 gennaio 2009

Mi alzo presto, un caffè veloce, i denti e meno 7 gradi all’aperto. Vado a tagliarmi i capelli. Esco dal barbiere, vado in Feltrinelli e le compro un libro in regalo, dal titolo emblematico e romantico. Passo dal mercato del sabato dei coltivatori: le compro un cestello di ricotta fresca e uno yogurt bianco. Torno a casa, si è appena svegliata, le faccio un caffè, le do il libro in regalo, le faccio vedere la ricotta. Lei beve il caffè, è seduta sulla poltrona. Io accendo lo stereo, metto su Bardamù

e la invito a ballare, cominciando a mimare un passo lento come se fossimo in una sala da ballo in piena epopea asburgica. Lei mi guarda sorridente, poi meno sorridente, poi il viso si storce in una smorfia, due smorfie, per un attimo mi vedo incenerire con lo sguardo. Io noto il cambiamento, smetto di ballare da solo e la guardo  di sbiego, ebete.

“Mi sono venute le mestruazioni”, sbotta lei, alzandosi di scatto e correndo in bagno passandomi davanti.

E il bello è che, a giudicare dal tono, è come se le fossero venute per colpa mia. O forse della ricotta. O del libro. O del mio taglio di capelli. O di Bardamù.

Non capisco.