Paperoga salvato dall’Arca

8 marzo 2009

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Avevo neanche nove anni quando cominciai a soffrire di insonnia. Così all’improvviso, una sera, doveva essere la primavera dell’83. Mi ricordo che era un lunedì perchè alla televisione davano il “lunedì film” su Raiuno, introdotto da quella strana sigla di Lucio Dalla che noi fratelli provavamo ad imitare con risultati disgustosi. Sembravamo dei baby-rappers precursori dei tempi ma ahimè in preda ad una paralisi della parte sinistra del volto.

Finito il film mia madre mi accompagnò a letto, e semplicemente rimasi sveglio per cinque o sei ore senza un motivo, in preda al panico. Durò tre anni, fino all’inizio della scuola media, e per uno strano gioco del  mio cervello schizzato prese a capitarmi solo la domenica sera, al termine del week-end. Potevo rimanere sveglio un’ora o quattro, a seconda della tensione.Vagavo impigiamato negli interminabili corridoi di casa, con le lacrime agli occhi, stando attendo a non singhiozzare per non svegliare gli altri, finchè la stanchezza non prevaleva sull’orrore dei miei pensieri. Sembravo uno strano Kirillov senza samovar a portata di mano, ma in compenso potevo dargli dei punti in quanto ad angoscia (solita citazione dostoevskijana per far vedere che ce l’abbiamo grosso).

Fu in quel periodo che cominciai a leggere a letto. Topolini, Grandi Classici, MegaAlmanacchi, Almanacchi di Paperino, il mio comodino era sommerso dai giornalini. Erano i farmaci prescritti dai miei genitori. Leggi, addormentati, stai in pace e sopratutto non scassare il cazzo a me (quest’ultima la aggiungeva mio padre). Avessi avuto altri progenitori, forse avrei assaggiato pillole colorate e fantasmagoriche, ma i miei propendevano sempre, anzitutto, per soluzioni casalinghe. Nel frattempo quei tre anni procedettero crudeli e mi sembrano ancora essere durati una vita, come il pensiero di quelle domeniche passate nell’angosciante attesa della notte insonne mi fa venire ancora diverse dita di pelle d’oca. Sicuramente la letteratura disneyana mi aiutò, anche se fu un’altra cura improvvisata ad essere risolutiva.

Quello che  mi salvò dall’insonnia fu infatti l’incontro con Noè.

No, non mi facevo di acidi, nè frequentavo barboni dal nome tipicamente biblico. Semplicemente, vidi il film La Bibbia di John Huston. Non tutto il film, è evidente, dura miliardi di ore. Però all’episodio di Noè, che in fondo è a pagina due della Genesi, ci arrivai agevolmente. Bene, c’era una scena che mi colpì molto. Noè, dopo essersi fatto il mazzo per costruire un’arca gigantesca a colpi di accetta sega e martello, a sopportare gli insulti e pure le sputazze dei paesani che giustamente annegheranno come i topi che sono (noi sottovalutiamo la bellezza della giustizia divina dell’antico testamento, io ne rimango ogni volta ammirato per la sua perfezione), a radunare in tempo le fottute coppie di animali, insomma si fa un culo a strisce e alla prima notte di pioggia che fa? Semplicemente si distende nel suo giaciglio di fieno, accanto al bivacco, mentre fuori viene giù il diluvio universale e si gode il meritato riposo. In balìa delle onde che si formano, nel continuo crepitare della pioggia sul legno dell’arca, soddisfatto delle sue azioni e fiducioso nella volontà divina, Noè si addormenta accanto al fuoco, e nonostante la storia del mondo si stia compiendo esattamente in quel luogo e lui ne sia il factotum, il vecchio se ne astrae temporaneamente, semplicemente cadendo nel sonno profondo, come se per quelle poche ore tutto si annullasse, o non valesse nulla.

Il mio psichiatra mi dirà un giorno perchè quella scena mi colpì tanto. Fatto sta che quando la sera andavo a letto pensavo spesso al sonno di Noè in pieno diluvio, protetto dall’arca e scaldato dal fuoco, e la sensazione che mi restituiva quella scena era quella di placarmi l’ansia di rimanere sveglio per tutta la notte.

L’insonnia infantile passò definitivamente non appena mi accorsi che al mondo si poteva restare svegli per motivi molto più piacevoli, ad esempio i film porno che gli spumeggianti anni 80 sparavano dopo le 23 in qualsiasi rete locale. Ma quella è un’altra storia, e chiama in causa lo sport preferito dagli adolescenti, che non è certo la lettura della Bibbia.

Oggi, e in fondo spesso accade così, le piccole cose tendono a collegarsi a quello che vivevi ieri nel solito modo che mette impressione. Il pensiero di Noè è scomparso dalla mia mente quando vado a letto (forse). Ma la cosa incredibile, o forse solo quello strano processo di confronto/superamento che abbiamo in corso col nostro passato, ha fatto sì che da anni ormai il momento prima di dormire non sia più uno spauracchio, ma anzi è divenuto il momento più pacificante della giornata. Anche se mi trovo alla vigilia di impegni importanti o di scelte difficili e sanguinose, il ritrovarmi la sera a leggere a lume di candela di storie fantastiche, di gialli ambientati in pieno medioevo, di amene storielle paperopoliane, riesce ogni volta ad isolarmi dalle difficoltà che paiono paralizzarmi o angosciarmi, come se ogni sera fosse la mia preziosa zona franca in cui non può entrare alcun male. Un momento in cui posso permettermi di abbandonare le difese, nonostante la pioggia batta sull’arca e le onde la sballottino. E in cui possa magari anche brulicarmi una qualche mezza idea per decidere quello che domani è ancora informe ed incombe a poche ore di distanza, e che i miei occhi che cedono al sonno e alle fantasie dei libri letti, possono ancora permettersi di ignorare con la stessa biblica incoscienza di tanti anni fa.

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Notte prima del primo giorno di lavoro

8 gennaio 2009

Da qualche parte ho già ammesso di non aver mai praticamente lavorato. I miei  molti quarti di sangue terrone  (ora che ci penso sono quattro quarti) varranno pure qualcosa, diobono. Si, qualcosa ho fatto, ma con vincoli di orario e prestazione talmente allentati che chiamarlo lavoro sarebbe un dileggio al buonsenso. E ai lavoratori, va da sè.  Solo che adesso mi tocca iniziare davvero. Con tanto di orario a tempo pieno, treno da prendere la mattina, pausa pranzo e ritorno a casa esausto in tempo per mangiare e andare a letto. Insomma, l’orrore quotidiano da cui mi sono sempre tenuto distante scroccando un po’ qua e un po’ là.

Ad ogni modo, il primo giorno di lavoro è giunto, e sapevo che psicologicamente sarabbe stata una mazzata. Tant’è che , per una mera questione cronologica, temevo sopratutto la notte prima della fatidica inchiappettata.  Sono sempre stato un sensibilone, tant’è, e dunque le vigilie di appuntamenti particolarmente importanti sono sempre state dedicate all’insonnia. Sin dai tempi delle interrogazioni di greco,  o degli esami di istituzioni di diritto, o anche solo prima di andare a comprare Zelda per il primissimo Nintendo.

Mi ero dunque preparato, con un metodo affinato nel tempo: bere massicciamente discreti bicchieri di vino bianco, senza ubriacarsi, ma in modo da crollare a letto vestito e dormire il sonno di Bacco fino alla sveglia. La vernaccia fresca  di frigo è stata stappata, il vino bevuto assieme ad un risotto, il sonno è arrivato, faccio a tempo a mettermi il pigiama, e crollo.

Sarà come sarà, forse la Vernaccia di quest’anno l’hanno annacquata, o forse sono io che passati i trentanni sto diventando sempre più ansioso e candidato all’infarto, fatto sta che alle 3 e mezzo mi si sono aperti gli occhi come a Terminator. Tutti e due insieme, e dopo un secondo ero sveglio come il diavolo. Cazzo, che fare? Le soluzioni immediate come al solito sono due: alzarmi e vedere un po’ di televisione, possibilmente le videolezioni del Progetto Nettuno, in assenza di videochat erotiche, oppure svegliare chi mi sta accanto per un po’ di sano sesso pacificatore dei sensi e delle ansie. Entrambe le soluzioni se ne vanno però al diavolo: lei ha il sonno leggero del cane da guardia, e il solo tonfo leggero del mio piede sul pavimento la sveglierebbe, con la mortale conseguenza che mi chiederebbe di fare la cosa più orribile si p0ssa fare di notte: parlare. Inoltre ha l’influenza: svegliarla e fare sesso mentre è influenzata è crudele ed egoista, e poi sopratutto non me la darebbe mai. L’altra soluzione è solo per i single, ovvero fare da soli, ma tirarsi un bel raspone mentre la tua donna ti dorme accanto è francamente deprimente anche per me.

Dunque rimango a letto. Leggere il Grande classico Disney di terza mano poggiato sul comodino alla mia destra, manco per niente, perchè di accendere la luce non se ne parla. Dunque comincio a provare le posizioni più comode che facciano svanire l’ansia e ritrovare il sonno: pancia sotto, mano sotto il cuscino, mano sopra il cuscino, di lato, posizione fetale con tanto di pollice in bocca, supino, posizione cassa da morto con tanto di mani incrociate sul petto e rosario tra le dita, provo persino a mettermi una mano nelle mutande per trovare relax nel mio tepore scrotale, ma l’unico risultato alla lunga è di provocarmi una non richiesta e imbarazzante erezione, che provvedo subito a non incoraggiare, dato che resterebbe insoddisfatta per i motivi di cui sopra.

In tutto questo rigirarsi come un pollo allo spiedo è passata solo mezz’ora, puttana eva. L’orologio ad infrarossi puntato sul muro mi condanna ad una notte lunga imprigionato nelle coperte, a pensare alle peggiori sfighe possano accadermi nella vita: malattie mortali, povertà assoluta, impotenza coeundi et generandi, l’ennesimo scudetto all”Inter, un viaggio in treno solo con Sandro Bondi.

Pensando a tutto questo passa un’ora. E comincio a cedere col dormiveglia, facendo sogni orribili di vermi da pesca che , sfuggendo dalle mie mani, si trasformano in mostri con denti aguzzi e dilaniano ogni componente della mia famiglia. La scena splatter deve essere durata un bel po’, perchè mi sveglio e sono le cinque e mezzo. E penso che non doveva essere vernaccia quella che ho bevuto, ma mescalina di San Gimignano.

Lei dorme imbottita dalle droghe antinfiammatorie antipiretiche antibiotiche che si è ingurgitata quasi come fosse Marilyn Monroe, ed io con gli occhi fuori dalle orbite a fissare le luci della strada che filtrano dalla persiana. Conto le pecore, conto fantastiliardi di pecore,  compresi pastori e  cani da pastore. Questa stronzata delle pecore deve averla inventata uno che spero stia soffrendo all’inferno.

Poi, come ogni insonnia che si rispetti, arriva il momento della musica di sottofondo. Ovvero di una puttanissima canzone che ti si insinua nelle orecchie, nel silenzio agghiacciante della veglia, e che comincia a ripetersi ininterrottamente senza sosta, tipo Rosemary’s baby, come una sorta di punizione per qualcosa che sicuramente ho fatto ma che non credevo fosse così grave. Solitamente mi capita con canzoni dei cartoni animati, o con luride canzoni pop che nella vita di tutti i giorni disprezzo ma di cui il mio subconscio evidentemente  è patito. Stavolta no, la scelta random è sulla canzone d’autore, nientepopodimenoche Vinicio Capossela, Contratto per Karelias, dritto dritto da Canzoni a Manovella. Bella canzone direte. Beh, sentitevi trapanare le orecchie per due ore da quella nenia greca gracchiata dal buon Vinicio, e chiamerete a voce alta Sora Morte che vi venga a prendere per chiudere i conti., non prima di aver fatto a pezzi quel fottuto cd. Arrivo anche a canticchiarla pianissimo, ormai rincoglionito , sono stanco morto ma non ho sonno, credo non esista punizione corporale peggiore (beh, forse ne esistono). E in tutto questo bailamme di sottofondi di rebetico il sonno arriva e non te ne accorgi, nemmeno hai la soddisfazione di dire si, cazzo, muori troia di una insonnia. Niente, puf, mi addormento così come mi sono svegliato. Alle 6 e mezzo.

Alle 7 suona la sveglia, e ci vogliono le cuscinate di lei per farmi destare dalla catalessi. Ho certe occhiaie che sembrano due sgombri coricati sotto le palle degli occhi. Un colorito cadaverico e tutta una giornata di lavoro che mi attende. La mia prima giornata di lavoro.