Scene quotidiane di un campeggio familiare

camping terrore

Memore dei suoi ruggenti anni di gioventù (quando imperversava nei campeggi pugliesi e mieteva intere piantagioni di maschi) Sunofyork quest’anno ha insistito perchè tutti e tre, marito moglie e piccola erede al guinzaglio, si andasse nei luoghi della sua giovinezza, per la precisione un campeggio per famiglie nel Gargano.
Da parte mia, ho sempre avuto una avversione preconcetta per i campeggi organizzati, sicuramente provocata dallo snobismo di ventanni passati da scout a campeggiare in modo selvaggio e libero e a concepire in quell’unica forma ribelle e probabilmente illegale il vero contatto con la natura.
Ma ho quarantanni da poco suonati, e ormai di questa e altre stronzate di convinzioni e paturnie ho fatto un bel fascio e le ho spedite in cantina, dunque ho detto sì alla mugghiera e siamo partiti destinazione Gargano, approfittando di una roulotte messa a disposizione dai munifici suoceri.
Il campeggio individuato era (da me) chiamato Feudo Crucco, per l’alta e inquietante percentuale di (civilissimi) villeggianti provenienti dalla Tedeschia, immerso nel verde delle pinete e con il mare talmente a portata di mano che se la sera avessi voluto liberarmi dell’urina in eccesso davanti alla nostra piazzola probabilmente avrei potuto centrare, con uno sforzo suppletivo vescicale, le chiare fresche e dolci acque che stavano di sotto.
La roulotte offriva comodità anguste ma sufficienti, due letti e un tetto robusto sulla testa. Conoscendo le mie capacità pratiche e la mia facilità di utilizzo di cose mai viste prima, tipo una roulotte, i suoceri si sono scapicollati ad arrivare in Gargano affrontando le code estive, il caldo lercio e il percorso rally tipico della litoranea garganica, pur di arrivare prima di me e sistemare la roulotte prima che facessi danni irreparabili.
Così, appena arrivati e con la roulotte montata di tutto punto dal parentame, abbiamo cominciato la nostra settimana da campeggiatori. Una settimana costellata da alcuni punti salienti che in modo conciso vado testè a descrivere in questi sotto capitoli.

NO PLACE FOR ELEGANCE
Devo dire che il campeggio mi ha subito conquistato perchè è un posto frequentato da gente assolutamente scazzata che veste informale dalla mattina alla sera. In campeggio non devi mai preoccuparti di quello che hai indosso, letteralmente. Metà della gente perennemente in ciabatte e costume a qualsiasi ora, o vestiti di abiti a caso indossati probabilmente al buio. Ho visto diversi bimbi nudi aggirarsi come membri di una strana tribù equatoriale, persino un dodicenne in bici con tanto di inquietante pisellone di fuori. Ovviamente, ça va sans dire, non me lo sono fatto ripetere due volte, ed anch’io vagavo per il campeggio quasi sempre in costume da bagno (intendo un bel succinto costume nero, non il boxer) e ciabatte, la sera al massimo mettevo una maglietta (sempre la stessa) ma non i pantaloncini, sicchè sembravo nudo dalla cinta in giù. Altre volte mettevo i pantaloncini ascellari ma non la maglietta. Unico accessorio per il mio personalissimo outfit, un bel rotolo di carta igienica al posto del borsello. Perchè? Leggere sotto.

NON E’ UN POSTO PER STITICI
Ahimè, e devo dire che me l’aspettavo, il campeggio risveglia la stipsi dormiente di decine e decine di campeggiatori, e nel mio caso si fa anche poca fatica, essendo la stitichezza mia non gradita compagna del quotidiano da un buon quarantennio. Magari è solo una questione psicologica, o magari pratico-logistica, fatto sta che non avere un bagno personale e sopratutto a portata di chiappa ha fatto si che per buona parte della settimana io abbia vagato affranto con un rotolo di carta igienica alla ricerca dello stimolo perduto. Per chi di voi si stesse facendo una risata, e per chi di voi è in possesso di un intestino che si srotola a comando una o due volte al giorno scosso come manco un pitone indiano, beh, non potete capire fino in fondo. Noi con l’intestino pigro viviamo nell’attesa diuturna di uno stimolo, di un segnale divino (tipo il padre di Portnoy nel libro di Roth, per chi l’avesse letto). Spesso accade che per giorni interi nulla si faccia sentire. Ma quando arriva il momento, allora bisogna schizzare in bagno come sparati da un cannone, avendo però l’accortezza di non muoversi troppo col bacino, perchè il nostro intestino è in equilibrio come su un crepaccio: una mossa sbagliata e tutto tornerà fermo.

Adesso prendete uno stitico e mettetelo in campeggio. Arriva lo stimolo e il bagno è a 150 metri. Comincia la transumanza, 3 minuti di passeggiata rapida ma senza correre, tipo marcia olimpica, si arriva in bagno, si pulisce la tazza, si improvvisa un copriwater, ci si siede e poi? E poi un bel niente. Silenzio, come se fossimo da soli nel deserto. Quindi a rivestirsi, si esce dal bagno, ci si riavvia alla roulotte, tutto questo per tornare al bagno dopo 5 o 30 o 50 minuti, sempre con lo stesso effetto. Per noi stitici lo stimolo è un attimo fuggente. Carpe stronzum. Un bagno lontano e scomodo significa che nel frattempo torna la bassa marea, e il campeggio prosegue con una bella panza gonfia e un senso di pesantezza poco simpatici. Per ovviare al problema ho fatto fuori metà del raccolto 2015 di prugne secche californiane, ma non è servito. Solo una piccola purghetta ha risolto parzialmente il problema ed ha sventrato un intestino che pareva corazzato di piombo. Nel frattempo anche la bimba (che pare aver ereditato, oltre al gruppo sanguigno e a molti tratti somatici, anche tutte le nevrosi paterne) soffriva di stitichezza. Immaginate che bella settimana per Sunofyork, circondata dalla stipsi, a parlare col marito di stimoli e puzzette e a cercare di tirar fuori la cacca della bimba con due pinze…

ANIMATORI, ALLA LARGA DA ME!
Uno dei motivi per cui non ho mai gradito troppo l’idea del campeggio organizzato era il terrore dell’animazione, ovvero di questo gruppo di fanatici del divertimento obbligatorio che ti saltano addosso di soppiatto in spiaggia o per le vie del camping conivolgendoti in garruli giochi di cui non te ne frega una mazza, non sapendo che stanno maneggiando da vicino un sociopatico con tutti i rischi che ciò comporta. Ma devo dire che nel Feudo Crucco gli animatori si tenevano discreti, e non ti rompevano le palle. Forse rendendosi conto dei loro stessi limiti, perchè diciamocelo, discreti erano discreti, ma scarsi lo erano pure di più. Era dai miei campi estivi di lupetto negli anni ’80 che non vedevo giochi e sketch così datati, vecchi e pieni di ragnatele. Diosanto, guardandoli pareva che l’arte dell’animazione turistica fosse rimasta ferma di trentanni. Mi sentivo male per loro, in quel tentativo maldestro di far ridere un pubblico che per metà era tra l’altro pure tedesco e stranamente sobrio.

Ma il punto di non ritorno c’è stato una sera quando, di fronte all’ennesima mancanza di coinvolgimento del pubblico, un animatore ha proferito suddetta battuta: “Scusate, ma siete in vacanza o state andando ad Auschwitz?” No, ve lo ripeto, ha detto proprio questo:Scusate, ma siete in vacanza o state andando ad Auschwitz?”

Ora, io non ho mai percepito un silenzio così agghiacciante come quello sceso nel piccolo anfiteatro del campeggio. Persino i bambini di 3 anni devono essersi accorti che qualcosa era andato storto nel disegno della ragione umana. Persino mia figlia, che stava ballando come una mattoide pur in assenza di una qualsivoglia musica, si è fermata. Io mi sono messo le mani in faccia ed ho sperato in un rewind, in un deus ex machina, in qualcosa che cancellasse quel momento. I tedeschi probabilmente non hanno afferrato la battuta (e questo ha probabilmente salvato l’animatore da un linciaggio meritato) ma hanno sentito chiaramente la parola “Auschwitz”. E non bisogna essere per forza dei docenti di “Storia della Shoah” o aver scritto una monografia intitolata “Conseguenze psico-sociologiche dell’Olocausto nel popolo tedesco” oppure anche aver letto una breve e agile guida intitolata “Non si fanno battute sull’Olocausto, sopratutto in presenza di tedeschi, gigantesco idiota“, per comprendere che hai detto la cagata della tua vita. Alla fine, a parte le proteste veementi a fine spettacolo di un gruppo di turisti italiani lievemente incazzati come bestie, la questione si è chiusa qui, sperando che l’animatore l’estate prossima la passi sui libri.
Ma non si è chiusa qui l’animazione, che ci ha rallegrato con giochi sperimentali quali il lancio della ciabatta in spiaggia (vinceva chi la tirava più lontana, io avrei offerto un premio supplementare a chi la lanciava sulla testa dell’animatore), spettacolini serali che dopo 5 minuti avresti voluto prendere tutti quei tangheri a bastonate sulla nuca, e infine la babydance! Una gragnuola di balli per bambini in serie, per quindici minuti in cui una ventina di ubriachi tutti al di sotto dei 6 anni si dimenavano in modo assolutamente amorevole ma anche inquietante, e mia figlia certo non faceva eccezione. Anzi. Mentre tutti cercavano di seguire le mosse degli animatori, oppure si davano la mano, la bimba se ne sbatteva proprio le palle, e ballava per conto suo separata, avulsa, seguendo di giorno le proprie inclinazioni artistiche anarcoidi, e di sera semplicemente la propria ombra, dando vita ad un ballo patafisico partorito dalla mente di un coreografo in camicia di forza e strafatto di acidi.

NATURA MATRIGNA, TERRORE DELLE MOGLI
Stare in campeggio significa essere immersi nella natura, senza neanche tante barriere atte a separare l’uomo dal resto dell’ambiente. E’ un contatto diretto che richiede un compromesso con le proprie fisime da cittadino. Credevo che Sunofyork lo sapesse, da navigata campeggiatrice. E invece mi sa che mi sbagliavo. La sera, messa a letto la bimba, si rifiutava di mettersi fuori dalla roulotte accanto a me perchè aveva paura che gli cadesse una cicala in testa da un albero. Correva via come una forsennata appena le si avvicinava una mosca. In spiaggia correva via dalle pulci d’acqua quasi fosse una scena di Jurassic Park. Se aggiungiamo che la bimba aveva terrore assoluto degli aghi di pino e pretendeva che io le togliessi tutte le alghe dal mare, diciamo che non esisteva un terzetto meno improbabile di noi in tutto il campeggio.

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4 Responses to Scene quotidiane di un campeggio familiare

  1. Bia ha detto:

    …c’è di buono che non vi siete certo annoiati!!! 😀

  2. Alessandro Madeddu ha detto:

    Be’, meglio togliersi subito fobie come quelle per gli aghi di pino e le alghe 😀

    • Vivienne ha detto:

      Ma che battuta orrenda ha fatto L animatore..mio Dio..guai a fare una battuta simile.

      Ma davvero davvero?

      Mi pare che da quando esiste il tuo blog,battute ne hai fatte anche tu, e magari pure peggiori. Ci si fa due risate e si passa sopra.

      Augurare all animatore di passare L estate sui libri invece è proprio una triste uscita.

      Peccato.

      • Paperoga ha detto:

        Se non trovi nulla di male in una battuta sui campi di concentramento fatta davanti ai tedeschi, vuol dire che forse qualche libro dovresti leggerlo anche tu. saludos.

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