Jonas vuole far gol

12 novembre 2009

mondiali2010L’autunno mite soleggiato e limpido di un sabato pomeriggio, ad esempio, è un buon momento per vivere. Anche in Emilia e anzi forse sopratutto in Emilia, considerato il tappeto di foglie cadenti di cui si ricoprono le piste ciclabili della periferia cittadina e l’appennino che si staglia enorme e riposante come una luna piena, come fosse appena fuori  o sopra la città.

Che poi alcuni quartieri di periferia sono di un bello che ti chiedi perchè non ci sia stato quel minimo di garbo necessario per costruirli anche nelle tue terre, dove è bastata una colossale colata di cemento per creare dormitori popolari e covi di sacre delinquenze riunite in aperta campagna a due passi dalle discariche abusive dove troneggiano i frigoriferi e le batterie per auto.

Questi quartieri sono ugualmente popolari e lontani dal centro, spesso assegnati a prezzo sociale, ma la gente che ci vive se li cura e se li vive, e tu che ci passi come un viandante te ne accorgi dell’attenzione, del rispetto, di quel legame tra la gente che una volta si soleva chiamare comunità.

In questo meraviglioso quartiere, fatto di spazi verdi a dispersione, di palazzi anni ’60 curati, di centri sociali anziani e centri sportivi e laboratori di danza e biblioteche di quartiere, il tutto comunale e pubblico, il tutto di tutti, insomma, io mi ci sono recato vestito di nero come un corvo, perchè arbitro sono e in uno dei tanti campetti in erba di quella zona di arbitrare mi toccava.

Nello spogliatoio, prima di iniziare la partita, a noi arbitri pervengono le liste dei giocatori e dei dirigenti che scenderanno in campo o si siederanno in panchina. Per me è sempre molto curioso leggere i nomi dei ragazzi, perchè è molto indicativo dei gusti diciamo un po’ pop dei loro genitori emiliani, il fatto che molti nati nell’86 si chiamino Maverick (vedi Top Gun) oppure Jonathan (vedi lo spopolare del libro Jonathan Livingston grazie all’omonimo programma di Ambrogio Fogar) senza parlare di storpiature anglosassoni come Maicol, Maikol, Gionatan, e compagnia bella. Inoltre la lista dei giocatori è interessante perchè su 18 giocatori ce ne sono sempre almeno 5-6 che sono figli di stranieri, magari nati in Italia, magari no, ma che hanno nomi e provenienza indiscutibilmente non italiane. Che ne so, trovare sotto il cognome Bossi, terzino padano, il cognome Onaymeyang, centrale difensivo nigeriano, oppure Arsim, ala albanese, è un paradosso effimero che spinge al sorriso.

Ad ogni modo nella squadra di casa, complice l’enorme afflusso in zona di immigrati, è un fluire di cognomi impronunciabili, di provenienze esotiche e di fisiognomiche tendenti al cosmopolitismo. Un ragazzo in particolare richiama la mia attenzione: Jonas, angolano, il cui documento è un allegato di permesso di soggiorno del padre, rifugiato politico. Quando vado a vedere chi è mi ritrovo un soldo di cacio nero nero di dodici anni, con la maglia tutta arrotolata nei pantaloncini, tutta la casacca è enorme e spropositata per quel nanetto tutto ansioso di andare in campo, maglia numero 10 a saltellare mentre faccio l’appello.

In campo, mentre arbitro lo osservo. Osservo anzitutto che negli spalti, tra i genitori, ci sono molti immigrati, ed in particolare una coppia attira la mia attenzione: un uomo vestito in doppio petto, tutto elegante, giacca nera e camicia bianca con cravatta, fermo immobile come un palo di ebano che pare un becchino a cui manca solo la pala e il metro da sarto. La moglie, al suo fianco, è uno sprigionarsi di colori sgargianti col suo vestito ampio e vaporoso, e invece si agita come un’ossessa, gridando a Jonas mezzo in italiano, mezzo in portoghese, mezzo in sa dio cosa. I genitori di Jonas, dunque. Leggi il seguito di questo post »

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Paperoga al Colosseo

15 ottobre 2009

tifoso

Credo, almeno in materia calcistica, di avere un curriculum di tutto rispetto che non pone dubbi sul fatto che io e questo sport ci amiamo sin dall’estate del 1982. Ho giocato a calcio a 11, a calcio a 5, su profumati campi d’erba della provincia emiliana come su pericolose strade statali salentine con quattro blocchi di tufo come pali. L’ho allenato, anche se per poco, e infine lo arbitro ogni maledetta domenica. Tanto per chiarire che non sono il classico snob che il calcio è uno sport per idioti. Però tant’è che non amo andare allo stadio. E sì che potrei andarci ogni volta che voglio, con la mia brava tessera federale che mi spalanca gratis le porte di qualsiasi stadio italiano. Ma alla fine allo stadio ci andrò una volta l’anno, a volte due, ma a volte anche zero. E il perchè di questa idiosincrasia è magistralmente spiegata dall’esperienza di ier sera, quando sono andato a vedere Italia – Cipro.

Arrivo alle porte della tribuna una ventina di minuti prima dell’inizio. C’è un assembramento inusitato, e la causa è che per entrare nel fottuto stadio devi passare tre controlli da parte di tre diversi addetti: uno ti guarda il biglietto, poi passi all’altro che ti guarda la carta d’identità, poi passi al terzo, che è quello diffidente, che te li riguarda tutti e due. Uno alla volta, manco fossimo a Ellis Island e lo stadio fosse l’agognata America. Manca in effetti solo un’ispezione corporale alla ricerca di pulci e zecche, per il resto pare proprio che per entrare in uno stadio ci si debba armare di santa pazienza come allo sportello per l’immigrazione.

Vabè, arrivo a sedermi che mancano cinque minuti all’inizio. L’altoparlante alterna una musica gracchiante un po’ fuori moda, tipo le Notti Magiche , che mi riporta alla mente i rigori di Italia Argentina, ovvero la notte che finì la mia ingenua giocosità puberale per iniziare una tormentata adolescenza trasudante sofferenza. Lo stadio è ancora pieno a metà, le formazioni vengono annunciate, per l’Italia giocano autentici carneadi che non conosco, tipo Bocchetti, o per quel che ho capito anche Fagiolari, Zigomini, Cazzilli e Fragomeni.

Il mio settore di tribuna è pieno di arbitri come me, provenienti da tutta l’Emilia e non solo. Una compagnia piacevole come un grappolo di emorroidi interne. Avete presente l’umorismo di una combriccola di preti o frati? Beh, sono Luttazzi o Guzzanti al confronto di questi portatori di chili e chili di sfiga addosso. Capirete meglio dopo.

Ma adesso l’inno, diamine, un po’ di rispetto. Prima l’inno cipriota, che dura si e no dieci secondi, manco il tempo di cominciare a fischiarlo. Che cazzo, non si fa così, infatti la gente la vedo infastidita per questa mancata occasione. Ma poi il nostro. Tutti in piedi, eretti come peni, a cantare l’inno accompagnati dalla solita banda militare, sostituendo le frasi che non si sanno con un sano po-po-po di mondialesca memoria. In tutto questo, io non mi sono alzato nè all’uno nè all’altro inno, ma non perchè sia un ottuso cosmopolita che non si riconosce nei valori della patria, ma solo perchè fa un freddo cane ed io ho passato gli ultimi quindici minuti a scaldare il mio seggiolino come una chioccia, e ritengo che una estemporanea e barocca esibizione di patriottismo non valga il mio culo nuovamente gelato.

Ma esiste un dio del rispetto patrio, pare, e decide di punirmi. Perchè dopo l’inno è il momento del minuto di silenzio in memoria delle vittime di alluvioni, e là bisogna alzarsi per forza, dai, non facciamo gli originaloni contestatori a tutti i costi. E devo dire che invece dei soliti applausi tipicamente italiani nei minuti di raccoglimento (per i quali ci vorrebbe la pena di morte a suon di calci nel culo) stavolta il silenzio è tenuto in modo molto composto. A romperlo, però, ci pensa il mio vicino di posto, un cinquantenne tenuto malissimo a cui cade il pesantissimo cellulare per terra. Il P O R C A M A D O * * * che viene eruttato tonante dalla sua bocca viene sentito da un centinaio di persone in pieno raccoglimento. Io non ce la faccio proprio a nascondere il riso, ma una ragazza che è lì vicino mi nota ed esprime gelida disapprovazione, salvo essere richiamata dal padre che la invita a guardare davanti, salvo poi essere lo stesso padre richiamato dalla moglie che le dice di lasciare in pace la figlia, e così via, nel giro di dieci secondi tutti stanno parlando commentando glossando criticando approvando il madonnone partito dalla bocca del devoto mariano che mi è accanto, e il minuto di silenzio va rapidamente a farsi benedire. Leggi il seguito di questo post »


Genetliaco affogato nel piano padano

1 aprile 2009

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Qualche giorno fa era il compleanno di Paperoga. Tanti cari auguri e almeno altri 70 di questi giorni. (Al lettore che prova a darmi gli auguri nei commenti, mille anni di sfiga.)

Essendo una persona abbastanza scontata e di molto rientrante nella media, anche il sottoscritto tollera a malapena il giorno in cui compie gli anni. E’ una giornata di lieve imbarazzo, non sai perchè e non sai percome, però c’è una sapida tensione nell’aria, come se qualcosa fosse fuori posto o tu fossi fuori luogo. Nel mio caso, la spiegazione è semplice: essendo uno che cerca di sempre di evitare di essere messo, anche di sguincio, al centro dell’attenzione, anelando da sempre all’invisibilità e all’impalpabilità agli occhi del mondo esterno, il giorno del mio compleanno mi restituisce lampi di attenzione sotto forma di telefonate fotocopia, abbracci asfittici, auguri di stile e regali mai troppo apprezzati di cui farei volentieri a meno. Il compleanno perfetto lo passerei al mare, con una canna da pesca,  in spiaggia ad aspettare le prime mormore di primavera, da mattina fino a sera, con un paio di panini, gorzonzola e pomodoro l’uno, peperoni sott’olio e mozzarella l’altro. E qualche birra.

Ma torniamo alla realtà. Che si appalesa già da subito, sottoforma di squillo di cellulare, che ho ancore le cispe negli occhi e ciabatto alla ricerca della caffettiera. E’ mia madre, ovviamente, che vuole raccontarmi per l’ennesima volta che, trenta e passa anni or sono, in un ospedale lontano lontano, io facevo i capricci per nascere, e venni fuori solo dopo un parto cesareo e migliaia di ore di travaglio. Ogni anno è la solita storia, a volte arricchita da particolari credo inventati, ma è comunque un messaggio subliminale fisso che mi viene recapitato: anche prima di nascere rompevi il cazzo. Finita la favoletta mia madre tenta di passarmi mio padre, che è come me, dei compleanni se ne fotte e non riesce altro che a ciancicare un forzatissimo “auguri paperoga”  lontano dalla cornetta, con mia madre che inorridisce ogni volta di fronte a cotanta insensibilità di fronte al suo bambino che sta crescendo.

La mattinata in realtà procede abbastanza bene: non mi telefona nessun altro. Ricevo solo montagne di mail commerciali che mi augurano buon compleanno: ebay mi offre un’inserzione gratuita, nintendo mi dà 50 punti stella, eplaza mi offre il 5% su tutti i prodotti (ammazza vi siete sprecati perdio). Sono circondato da amici sotto forma di siti di e-commerce che attorno a me fanno il cerchio dell’amicizia e mi vogliono tanto bene, questo mi conforta. Nella realtà c’è un silenzio di tomba attorno, e anche questo mi conforta.

Inoltre, oggi arbitro di pomeriggio, perchè è una domenica  come tutte le altre, niente di meglio che qualche camionata di vaffanculi in due ore per ricordarmi che non c’è proprio niente da festeggiare. La rottura di scatole, se così la si vuole chiamare, è data dalla pioggia che solca l’Emilia ormai da due giorni. Sono abbastanza fiducioso di evitarmi l’arbitraggio, confido che mi capiti un bel campo di patate allagato e fangoso, e possa bellamente sospendere la partita per impraticabilità come da regolamento.

Ma la legge di Murphy è sempre incinta di assiomi empirici , ed uno di questi recita: “se piove molto e non ti va troppo di arbitrare, il tuo campo da gioco sarà perfettamente drenato che manco Wembley“. Puntualmente, accade. Arrivo al campo e sta piovendo che dio la manda senza soluzione di continuità. Mi cambio, indosso giacchetta nera e scarpe coi tacchetti, e chiedo un pallone per la verifica del campo. Con un ombrello aperto in una mano e il pallone in un’altra sembro tanto Collina a Perugia, ma questo è un ricordo che solo noi juventini possiamo capire e che mi provoca un conato di vomito. Il campo è perfetto, a parte qualche pozzanghera in prossimità del dischetto del rigore, il pallone rimbalza che è una bellezza. Il custode è tutto contento accanto a me, segue divertito i miei disperati tentativi di far palleggiare la sfera su qualche cazzo di pozzanghera e mi dice: “Oh, signor arbitro, visto che terreno? Dovrebbero chiamarmi a San Siro, non trova?” Io sorrido al (troppo) zelante giardiniere, e lo ringrazio apertamente di esistere, segretamente tirandogli decine di cancheri. Rinuncio, si gioca, mi tocca prendere acqua in divisa e pantaloncini per quasi due ore. Leggi il seguito di questo post »


Essere Pierluigi Collina (o della tensione verso la neutralità)

24 febbraio 2009

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Quando dico a qualcuno che faccio l’arbitro di calcio, l’interlocutore (dopo avermi squadrato per dieci secondi per ricordarsi com’è fatta la faccia di uno sfigato a denominazione di origine controllata) mi pone la fatidica domanda: “Perchè?”

In quella domanda così concisa si nascondono una infinità di varianti ben più specifiche e meno diplomatiche, del tipo:

“Perchè sei così coglione da andarti a beccare un’ora e mezza di insulti dagli spalti, senza poter replicare, e anzi mantenendo un aplomb impeccabile che il tuo sistema nervoso o il tuo senso di autostima pagheranno per il resto della settimana a venire?”

Oppure:

“Perchè per 27 euro di diaria (rimborsi benzina a parte) mandi a puttane ogni sacrosanto sabato o domenica, invece di andartene una giornata in Liguria o in Toscana a goderti un po’ di aria buona, un piatto di testaroli  al pesto o un bicchiere di chianti classico?”

O ancora:

“Quali colpe ritieni di aver commesso in una precedente vita per autofustigarti in modo così masochista rapportandoti con educazione con ventidue ominidi che dopo una settimana di lavoro sottopagato vengono a sfogare la propria frustrazione dando calci a palloni, stinchi, gambe, e vomitandoti in faccia tutta la loro ignoranza e italico spregio delle regole?”

Potrei continuare ancora. Ma è meglio che rispondo subito.

Alcuni dei miei colleghi lo fanno per un motivo francamente penoso: esercitare uno straccio di potere. Perchè di potere si tratta, beninteso. Per un’ora e mezza tu sei giudice, giuria e giustiziere. Puoi sgridare omaccioni che digrignano i denti e che fuori da lì ti menerebbero come un tappeto bukara, puoi mettere a sedere come alunni  discoli degli iracondi allenatori cinquantenni che ti staccherebbero un braccio a morsicate. Puoi espellere, concedere o annullare gol, dare o non dare un fuorigioco, insomma interferire pesantemente nella gioia e nel dolore di un discreto mucchietto di persone e nella loro tristerrima vita. E se questo non fa certo sentire un Dio, solletica però l’ego piallato di molti miei colleghi.

E dunque sgombriamo il campo da strani pensieri: non sono un ubriaco di potere, e non sventolo in preda a raptus nazisti cartellini rossi a caso (anche se ne sventolo parecchi, in campo sono inflessibile riguardo ad educazione e rispetto).

Dunque perchè lo faccio? Perchè mi consente il privilegio – e badate che nella vita reale questo non mi è mai concesso  – di svolgere un compito senza avere alcun personale interesse nelle questioni di cui mi occupo. Perchè mi permette di svolgere una funzione, diciamo un lavoro in senso lato, senza dover perseguire alcun obiettivo, alcun traguardo, che non sia l’assicurare il totale rispetto delle regole del gioco. Perchè guardo questo tragicomico microuniverso girarmi intorno, dimenandosi senza motivo alla ricerca disperata del successo, con il distacco e la libertà che sono proprie solo di chi non gliene frega un amato cazzo. Leggi il seguito di questo post »


Squarci di Terronia in aperta Padania

17 febbraio 2009

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Rieccomi qua. Finalmente cazzo. Dopo otto mesi di inattività prolungata, dopo una fastidiosissima fascite plantare che mi ha impedito di correre per l’intera estate e l’intero autunno, a tacer degli spicchi di primavera e inverno, finalmente sono qui, davanti ad un campo di pallone in piena bassa padana. A sinistra si scorgono gli appennini, a destra le alpi. Freddo ladro, aria incredibilmente tersa e quasi (dico quasi) pulita.

Allaccio bene le scarpe coi tacchetti, sistemo la maglia sotto i pantaloncini, prendo il necessario ed esco dallo spogliatoio. Saluto, stringo mani, mi dirigo verso il centro del campo, ed emetto finalmente il sacro fischio ammonitore.

Sono di nuovo un arbitro di calcio.

Oggi però non voglio parlare del perchè e del percome arbitro. Ci sarà modo e tempo. Avrei da aprire un blog a parte per raccontare tutti gli aneddoti successi in otto anni di fischi e cartellini, ma diventerei monomaniaco.

Quindi faccio un passo indietro di qualche minuto dall’entrata in campo, e per oggi mi limito a raccontarvi del mio primo prepartita che mi ha visto ritornare nel dorato mondo del calcio amatoriale di provincia.

Arrivo al campo e mi accoglie un omino basso e sorridente.

Vi snocciolo subito tre leggi di murphy facili facili che si accaniscono sull’arbitro Paperoga:

1) quanto più vi sorridono i dirigenti al vostro arrivo, tanto più alla fine della partita vi vorranno cavare la pelle.

2) la squadra i cui dirigenti si sono comportati con più educazione  e cortesia con il sottoscritto è anche la squadra che fatalmente perderà l’incontro per un rigore dubbio o un fuorigioco incerto.

3) infine, ma non chiedetemi perchè, con me vincono sopratutto le squadre in trasferta. E di questo dovreste vedere quanto è contento quel cortese e selezionatissimo pubblico che viene a guardare la propria squadra di paese perdere contro la rivale.

L’omino mi stringe la mano, i soliti convenevoli, qualche salamelecco in più del solito, un po’ di sana invadenza che così poco sopporto nei miei conterronei,  insomma arriviamo allo spogliatoio.

“Prego, si accomodi, sono a sua disposizione”, mi dice con un marcato accento napoletano tipico della bassa padana.

Entro. Mi si palesa agli occhi un enorme stanzone poco illuminato dalle finestre schermate delle docce. Nessuna panca, solo due sedie ed una scrivania trafugate decenni prima dalla scuola elementare di Edmondo De Amicis in persona. Fa un freddo cane. I termosifoni sono stati appena accesi, perchè si scaldino quando sarò già in campo, il che capirete è molto utile.

Per terra c’è uno sporco imbattibile, per dirla con la pubblicità, anzi, per dirla tutta è uno strano e vivo lerciume misto di fango rinsecchito e insetti morti un po’ qua e un po’ là, enormi rotoloni regina di polvere e un continuo scalpicciare come di di ghiaia fina sotto ai piedi. I muri sono rigonfi di umidità, enormi bolle di intonaco alcune crepate e scoppiate, altre ancora belle globose. Sul termosifone sui cui vado a scaldare la divisa ci sono cacche di piccione. Come cazzo è  possibile non lo so, ma è vero. Guardo sopra la parete, alla ricerca di un nido. Niente. Ovviamente indosso la divisa bella fredda, ma almeno mi risparmio qualche orribile malattia in stile Dr. House.

Ma il bello dello stanzone sono gli oggetti assurdi disposti a caso da un arredatore d’interni cieco come una talpa e dotato di uno strano gusto per il modernariato. Nell’ordine noto:

1) un attaccapanni a forma di polpo dai sette tentacoli talmente arrugginito che se ci appendi realmente il giaccone il tentacolo si stacca sfarinandosi.

2) un frigorifero basso e tarchiato, funzionante e vuoto, anzi dentro c’è mezza bottiglia di chinotto che starà svernando lì da secoli. Mi trattengo dal berla.

3) tre barelle di diversa fattezza, una più gigantesca dell’altra, messe in verticale o in orizzontale, roba che ci puoi raccogliere con la pala un mucchio di persone e mettercele sopra comodamente. Tutta roba di ferro arrugginito, mica cazzi, anche qui il tempo si è fermato agli anni ’70;

4) un armadietto per il pronto soccorso inchiodato al muro, dove spunta solo una boccetta di mercurio cromo già aperta, una busta di garze piena di bollicine di condensa, e un inspiegabile termometro;

5) sullo stipite della porta che dà verso le docce hanno appiccicato due metri di carta dell’ikea per misurare l’altezza. Sotto una vecchia bilancia pesapersone che pare ancora funzionare. Decido di approfittarne. Mi denudo sfidanfo l’aria siberiana, e la bilancia indica 69 kg. Ho perso qualcosa dal Natale. Il metro ikea indica 1,78. Bene, ancora non mi sto ritirando.  Mi guardo in giro alla ricerca di un bel righello per misurare la dimensione delle pudenda, giusto per completare l’opera, ma non ve n’è traccia. Leggi il seguito di questo post »