Genetliaco affogato nel piano padano

1 aprile 2009

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Qualche giorno fa era il compleanno di Paperoga. Tanti cari auguri e almeno altri 70 di questi giorni. (Al lettore che prova a darmi gli auguri nei commenti, mille anni di sfiga.)

Essendo una persona abbastanza scontata e di molto rientrante nella media, anche il sottoscritto tollera a malapena il giorno in cui compie gli anni. E’ una giornata di lieve imbarazzo, non sai perchè e non sai percome, però c’è una sapida tensione nell’aria, come se qualcosa fosse fuori posto o tu fossi fuori luogo. Nel mio caso, la spiegazione è semplice: essendo uno che cerca di sempre di evitare di essere messo, anche di sguincio, al centro dell’attenzione, anelando da sempre all’invisibilità e all’impalpabilità agli occhi del mondo esterno, il giorno del mio compleanno mi restituisce lampi di attenzione sotto forma di telefonate fotocopia, abbracci asfittici, auguri di stile e regali mai troppo apprezzati di cui farei volentieri a meno. Il compleanno perfetto lo passerei al mare, con una canna da pesca,  in spiaggia ad aspettare le prime mormore di primavera, da mattina fino a sera, con un paio di panini, gorzonzola e pomodoro l’uno, peperoni sott’olio e mozzarella l’altro. E qualche birra.

Ma torniamo alla realtà. Che si appalesa già da subito, sottoforma di squillo di cellulare, che ho ancore le cispe negli occhi e ciabatto alla ricerca della caffettiera. E’ mia madre, ovviamente, che vuole raccontarmi per l’ennesima volta che, trenta e passa anni or sono, in un ospedale lontano lontano, io facevo i capricci per nascere, e venni fuori solo dopo un parto cesareo e migliaia di ore di travaglio. Ogni anno è la solita storia, a volte arricchita da particolari credo inventati, ma è comunque un messaggio subliminale fisso che mi viene recapitato: anche prima di nascere rompevi il cazzo. Finita la favoletta mia madre tenta di passarmi mio padre, che è come me, dei compleanni se ne fotte e non riesce altro che a ciancicare un forzatissimo “auguri paperoga”  lontano dalla cornetta, con mia madre che inorridisce ogni volta di fronte a cotanta insensibilità di fronte al suo bambino che sta crescendo.

La mattinata in realtà procede abbastanza bene: non mi telefona nessun altro. Ricevo solo montagne di mail commerciali che mi augurano buon compleanno: ebay mi offre un’inserzione gratuita, nintendo mi dà 50 punti stella, eplaza mi offre il 5% su tutti i prodotti (ammazza vi siete sprecati perdio). Sono circondato da amici sotto forma di siti di e-commerce che attorno a me fanno il cerchio dell’amicizia e mi vogliono tanto bene, questo mi conforta. Nella realtà c’è un silenzio di tomba attorno, e anche questo mi conforta.

Inoltre, oggi arbitro di pomeriggio, perchè è una domenica  come tutte le altre, niente di meglio che qualche camionata di vaffanculi in due ore per ricordarmi che non c’è proprio niente da festeggiare. La rottura di scatole, se così la si vuole chiamare, è data dalla pioggia che solca l’Emilia ormai da due giorni. Sono abbastanza fiducioso di evitarmi l’arbitraggio, confido che mi capiti un bel campo di patate allagato e fangoso, e possa bellamente sospendere la partita per impraticabilità come da regolamento.

Ma la legge di Murphy è sempre incinta di assiomi empirici , ed uno di questi recita: “se piove molto e non ti va troppo di arbitrare, il tuo campo da gioco sarà perfettamente drenato che manco Wembley“. Puntualmente, accade. Arrivo al campo e sta piovendo che dio la manda senza soluzione di continuità. Mi cambio, indosso giacchetta nera e scarpe coi tacchetti, e chiedo un pallone per la verifica del campo. Con un ombrello aperto in una mano e il pallone in un’altra sembro tanto Collina a Perugia, ma questo è un ricordo che solo noi juventini possiamo capire e che mi provoca un conato di vomito. Il campo è perfetto, a parte qualche pozzanghera in prossimità del dischetto del rigore, il pallone rimbalza che è una bellezza. Il custode è tutto contento accanto a me, segue divertito i miei disperati tentativi di far palleggiare la sfera su qualche cazzo di pozzanghera e mi dice: “Oh, signor arbitro, visto che terreno? Dovrebbero chiamarmi a San Siro, non trova?” Io sorrido al (troppo) zelante giardiniere, e lo ringrazio apertamente di esistere, segretamente tirandogli decine di cancheri. Rinuncio, si gioca, mi tocca prendere acqua in divisa e pantaloncini per quasi due ore. Leggi il seguito di questo post »

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Squarci di Terronia in aperta Padania

17 febbraio 2009

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Rieccomi qua. Finalmente cazzo. Dopo otto mesi di inattività prolungata, dopo una fastidiosissima fascite plantare che mi ha impedito di correre per l’intera estate e l’intero autunno, a tacer degli spicchi di primavera e inverno, finalmente sono qui, davanti ad un campo di pallone in piena bassa padana. A sinistra si scorgono gli appennini, a destra le alpi. Freddo ladro, aria incredibilmente tersa e quasi (dico quasi) pulita.

Allaccio bene le scarpe coi tacchetti, sistemo la maglia sotto i pantaloncini, prendo il necessario ed esco dallo spogliatoio. Saluto, stringo mani, mi dirigo verso il centro del campo, ed emetto finalmente il sacro fischio ammonitore.

Sono di nuovo un arbitro di calcio.

Oggi però non voglio parlare del perchè e del percome arbitro. Ci sarà modo e tempo. Avrei da aprire un blog a parte per raccontare tutti gli aneddoti successi in otto anni di fischi e cartellini, ma diventerei monomaniaco.

Quindi faccio un passo indietro di qualche minuto dall’entrata in campo, e per oggi mi limito a raccontarvi del mio primo prepartita che mi ha visto ritornare nel dorato mondo del calcio amatoriale di provincia.

Arrivo al campo e mi accoglie un omino basso e sorridente.

Vi snocciolo subito tre leggi di murphy facili facili che si accaniscono sull’arbitro Paperoga:

1) quanto più vi sorridono i dirigenti al vostro arrivo, tanto più alla fine della partita vi vorranno cavare la pelle.

2) la squadra i cui dirigenti si sono comportati con più educazione  e cortesia con il sottoscritto è anche la squadra che fatalmente perderà l’incontro per un rigore dubbio o un fuorigioco incerto.

3) infine, ma non chiedetemi perchè, con me vincono sopratutto le squadre in trasferta. E di questo dovreste vedere quanto è contento quel cortese e selezionatissimo pubblico che viene a guardare la propria squadra di paese perdere contro la rivale.

L’omino mi stringe la mano, i soliti convenevoli, qualche salamelecco in più del solito, un po’ di sana invadenza che così poco sopporto nei miei conterronei,  insomma arriviamo allo spogliatoio.

“Prego, si accomodi, sono a sua disposizione”, mi dice con un marcato accento napoletano tipico della bassa padana.

Entro. Mi si palesa agli occhi un enorme stanzone poco illuminato dalle finestre schermate delle docce. Nessuna panca, solo due sedie ed una scrivania trafugate decenni prima dalla scuola elementare di Edmondo De Amicis in persona. Fa un freddo cane. I termosifoni sono stati appena accesi, perchè si scaldino quando sarò già in campo, il che capirete è molto utile.

Per terra c’è uno sporco imbattibile, per dirla con la pubblicità, anzi, per dirla tutta è uno strano e vivo lerciume misto di fango rinsecchito e insetti morti un po’ qua e un po’ là, enormi rotoloni regina di polvere e un continuo scalpicciare come di di ghiaia fina sotto ai piedi. I muri sono rigonfi di umidità, enormi bolle di intonaco alcune crepate e scoppiate, altre ancora belle globose. Sul termosifone sui cui vado a scaldare la divisa ci sono cacche di piccione. Come cazzo è  possibile non lo so, ma è vero. Guardo sopra la parete, alla ricerca di un nido. Niente. Ovviamente indosso la divisa bella fredda, ma almeno mi risparmio qualche orribile malattia in stile Dr. House.

Ma il bello dello stanzone sono gli oggetti assurdi disposti a caso da un arredatore d’interni cieco come una talpa e dotato di uno strano gusto per il modernariato. Nell’ordine noto:

1) un attaccapanni a forma di polpo dai sette tentacoli talmente arrugginito che se ci appendi realmente il giaccone il tentacolo si stacca sfarinandosi.

2) un frigorifero basso e tarchiato, funzionante e vuoto, anzi dentro c’è mezza bottiglia di chinotto che starà svernando lì da secoli. Mi trattengo dal berla.

3) tre barelle di diversa fattezza, una più gigantesca dell’altra, messe in verticale o in orizzontale, roba che ci puoi raccogliere con la pala un mucchio di persone e mettercele sopra comodamente. Tutta roba di ferro arrugginito, mica cazzi, anche qui il tempo si è fermato agli anni ’70;

4) un armadietto per il pronto soccorso inchiodato al muro, dove spunta solo una boccetta di mercurio cromo già aperta, una busta di garze piena di bollicine di condensa, e un inspiegabile termometro;

5) sullo stipite della porta che dà verso le docce hanno appiccicato due metri di carta dell’ikea per misurare l’altezza. Sotto una vecchia bilancia pesapersone che pare ancora funzionare. Decido di approfittarne. Mi denudo sfidanfo l’aria siberiana, e la bilancia indica 69 kg. Ho perso qualcosa dal Natale. Il metro ikea indica 1,78. Bene, ancora non mi sto ritirando.  Mi guardo in giro alla ricerca di un bel righello per misurare la dimensione delle pudenda, giusto per completare l’opera, ma non ve n’è traccia. Leggi il seguito di questo post »


Presente (la puzza di merda della pianura padana)

9 febbraio 2009

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(continua idealmente da qui…)

Mi sono trasferito in Emilia in età universitaria, attorno ai 22 anni. Non vivevo più nel sansificio già da qualche anno, e i miei vestiti si erano a fatica liberati dalla puzza di pastosi scarti di olive. Ero dunque pronto ad emigrare ripulito, col vestito buono, la scrima in ordine e il guardaroba rinnovato per fare bella figura nel grande Nord che mi attendeva.

Avevo sempre avuto una grande ammirazione per quella terra ricca, ordinata, verde, fatta di gente vestita con cura, dai modi discreti e misurati, che parlava piano con quell’accento arrotato e suadente. Mi sentivo chiaramente insicuro, inadeguato, con un lieve complesso da terrunciello. In quella terra di gente ricca dai gusti difficili e raffinati, in quel bailamme di benessere diffuso, io mi presentavo come quello che fino a ieri giocava nell’oleificio a pallate di sansa.

Dunque preparai la valigia con cura, facemmo lavare la macchina, mia madre andò dal parrucchiere, mio padre dal barbiere. Io, col mio taglio di fresco, chiusi il bagagliaio e diedi l’ultima occhiata ai miei sgarrupati luoghi, contorti e sporchi, puzzolenti, tenuti male, in perenne dissesto. Mi dissi: civiltà, buon gusto, igiene, aspettate che arrivo.

Il viaggio fu lungo ed io attendevo fremente. Puglia, Molise, Abruzzo, Marche, infine l’Emilia-Romagna. L’A14 mi recapitava come un pacco postale profumato e dabbene verso la Terra Promessa.

Passata Bologna, però, all’improvviso fummo assaliti da un fetore mostruoso, minchia roba che quello della sansa in confronto sembrava Obsession di Calvin Klein. Tra tutti, per primo fu mio padre a riconoscere, con  un commento appropriato e come al solito misurato, la portata e la provenienza dell’essenza che si stava rapprendendo  sulle pareti della trachea.

“Mamma mia che puzza di merda… Ma che è…Non è manco la fogna, è una merda strana…”

Mia madre non rispose, svenuta quasi com’era. Io col naso tappato pensavo: “deve essere un attentato di qualche sigla terroristica meridionale, avranno sparso da un aereo qualche schifezza made in terronia per vendicarsi di 50 anni di sfruttamento silenzioso, o perchè gli sta sui coglioni Umberto Bossi. Cazzo, deve essere così,  non ci possono essere cattivi odori al nord, qua sono tutti prati in fiore, viali alberati, verde su verde, e poi, non lo diceva anche  il Manzoni, “il cielo di Lombardia così bello quand’è bello?” . Invece, più avanzavamo in direzione nord, più ci trovavamo immersi in una cappa grigiastra che non dava impressione di avere nè principio nè fine,  con questo gas ad intermittenza che ci annebbiava i sensi e gettava una strana ombra sui luoghi che avevo scelto come esilio dalla terra ingrata che mi aveva dato il benservito.

Quando arrivammo a destinazione e ci spiegarono l’arcano, devo dire che non fummo sollevati.

“Ma no, ma è solamente una mistura di puzza di merda di animali vari. Dipende, in alcune zone sono escrementi di vacca, per lo più, in altre si associano al maiale, molto spesso il tutto è sotto forma di concime, che l’aria umida e a tratti paludosa di alcuni punti tende a propagare più in fretta”.

Io e i miei genitori ci guardammo con una faccia stordita. Silenziosi,  incrociavamo pensieri impliciti, che però non cambiarono il corso degli eventi.

In questa specie di terra di Mordor ci sono infatti rimasto, e posso testimoniare che esala ancora oggi fumi di smog e concime animale a getto continuo, ingrassando le nutrie impegnate a scavare tane sul greto dell’Enza, del Secchia e degli altri fiumiciattoli in cui sguazzano  allegri, verso la confluenza con il Po,  branchi di pesci triocchiuti pronti ad essere fagocitati da abominevoli pesci-siluro.

Ogni volta che attraverso l’A1 o la Via Emilia mi aggrediscono, come se avessero un’anima cattiva, zaffate putrebonde di cacca sciolta di milioni di animali messi ad ingrassare nei capannoni accanto alle statali, ingozzati con qualunque cosa sia ritenuta semplicemente ingoiabile. Leggi il seguito di questo post »


Il senso di un terrone per la neve (I)

9 gennaio 2009

Un giorno un amico settentrionale tra i più svegli mi chiese a bruciapelo, durante una nevicata cittadina: “Ma perchè tutti i meridionali che conosco quando nevica sbuffano, nicchiano, si lamentano, fanno i disfattisti, ridicolizzano chi è felice per la neve? Che problemi avete con la neve?”

Bella domanda. Non sto qui a generalizzare, ma in effetti anch’io conosco sopratutto conterronei che quando nevica non fanno salti di gioia. Ed è strano, perchè dalle mie parti la neve è un fenomeno talmente esotico da avere le stesse probabilità di verificarsi dell’aurora boreale o del sole di mezzanotte. Quindi potenzialmente affascinante.

La risposta dunque fu: “Che cazzo ne so”.

Però la domanda mi si è ripresentata ieri mattina, allorchè sono dovuto uscire da casa, peraltro influenzato, per compiere una delle fatiche di Ercole, ovvero riuscire a sbrigare una pratica in circa un’ora presso la temibile Agenzia del Demanio.

Esco fuori e la città è appena reduce da due giorni di neve. Adesso pioviggina. Ai lati della via, cumuli di neve misti a invisibili pozzanghere ghiacciate in superficie, camaleontiche sgualdrine che ti fanno subito sprofondare il piede dentro, giusto per saggiare la temperatura dell’acqua. Comincio a camminare sul marciapiede, scarpe da ginnastica cazzute e zigrinate, pantaloni imbottiti, cappello caldo in testa, giubbotto a prova di Siberia, sembro una versione aggiornata di Totò e Peppino che giungono alla stazione di Milano. Con la differenza che io al nord ci abito da un discreto mucchio di anni. Faccio qualche passo di assestamento nel pack che si è formato sui marciapiedi, il sale se lo devono essere mangiate le capre, visto che non ce n’è l’ombra. Dopo una ventina di metri ho preso il passo. Si,  il passo dell’anatra: sembro effettivamente un paperottolo che appoggia una zampa e poi l’altra cadenzando il passo e poggiando il piede ben fermo per non cadere. Ne perdo in dignità, ma risparmio la rottura scomposta del coccige. Dopo centro metri di strada a piedi comincio a notare che il colore della neve non è uniforme: è bianca, ma solo in pochi isolati punti dello stradone. Per il resto è grigetta, grigiastra,  cacchio in alcuni punti è quasi nero pece. Mi ricorda gli scogli galiziani dopo il naufragio della petroliera Prestige. E sopratutto mi ricorda, nel caso me lo fossi scordato, la qualità dell’aria che respiro,  roba che quasi Bombay; di solito infatti quel bel colorito me lo pappo tutto me, assieme agli inquilini della Casa del Grande Tumore, in diretta su Pianura Padana Channel. Il pensiero mi accascia, e non mi avvedo dei percorsi già segnati dagli altri bipedi che camminano con me, avventurandomi in deplorevoli fuori pista su cumuli di neve fresca che mi impiastricciano i pantaloni freschi di lavanderia.

Fuori c’è un casino di gente. E di ragazzi che hanno marinato la scuola. Anzi no, capisco, le scuole sono chiuse. E loro contenti vagano per la piazza principale della città correndo e derapando come se fossero su un campo di erba bagnata, mentre io faccio fatica a mantenermi verticale, e adesso più che un’anatra sembro un pinguino. Si tirano palle di neve addosso, urlano, si infilano di tutto  dentro le maglie, sopratutto i ragazzi alle ragazze, e chiamali scemi. Uno di loro, sfacciato, porta le mie stesse scarpe, peserà quanto me, ovvero non molto, ma a differenza di me si avventura in corse zigzaganti tra la neve fresca e le pozzanghere, irridendo senza saperlo i miei ultratrentanni fisici e i miei settantanni mentali. Dopo questo ennesimo sfregio generazionale (ne vivo ormai due o tre al giorno, così, non ci faccio più caso) arrivo alla fottuta Agenzia del Demanio. Sono bagnato dai piedi fin oltre le ginocchia, mi fa male il tallone  già infiammato al quale ho affidato per venti minuti tutto il peso del corpo per non cadere, e può essere, dico può essere, che mi girino anche i coglioni.

(continua…)