Il senso di un terrone per la neve (I)

9 gennaio 2009

Un giorno un amico settentrionale tra i più svegli mi chiese a bruciapelo, durante una nevicata cittadina: “Ma perchè tutti i meridionali che conosco quando nevica sbuffano, nicchiano, si lamentano, fanno i disfattisti, ridicolizzano chi è felice per la neve? Che problemi avete con la neve?”

Bella domanda. Non sto qui a generalizzare, ma in effetti anch’io conosco sopratutto conterronei che quando nevica non fanno salti di gioia. Ed è strano, perchè dalle mie parti la neve è un fenomeno talmente esotico da avere le stesse probabilità di verificarsi dell’aurora boreale o del sole di mezzanotte. Quindi potenzialmente affascinante.

La risposta dunque fu: “Che cazzo ne so”.

Però la domanda mi si è ripresentata ieri mattina, allorchè sono dovuto uscire da casa, peraltro influenzato, per compiere una delle fatiche di Ercole, ovvero riuscire a sbrigare una pratica in circa un’ora presso la temibile Agenzia del Demanio.

Esco fuori e la città è appena reduce da due giorni di neve. Adesso pioviggina. Ai lati della via, cumuli di neve misti a invisibili pozzanghere ghiacciate in superficie, camaleontiche sgualdrine che ti fanno subito sprofondare il piede dentro, giusto per saggiare la temperatura dell’acqua. Comincio a camminare sul marciapiede, scarpe da ginnastica cazzute e zigrinate, pantaloni imbottiti, cappello caldo in testa, giubbotto a prova di Siberia, sembro una versione aggiornata di Totò e Peppino che giungono alla stazione di Milano. Con la differenza che io al nord ci abito da un discreto mucchio di anni. Faccio qualche passo di assestamento nel pack che si è formato sui marciapiedi, il sale se lo devono essere mangiate le capre, visto che non ce n’è l’ombra. Dopo una ventina di metri ho preso il passo. Si,  il passo dell’anatra: sembro effettivamente un paperottolo che appoggia una zampa e poi l’altra cadenzando il passo e poggiando il piede ben fermo per non cadere. Ne perdo in dignità, ma risparmio la rottura scomposta del coccige. Dopo centro metri di strada a piedi comincio a notare che il colore della neve non è uniforme: è bianca, ma solo in pochi isolati punti dello stradone. Per il resto è grigetta, grigiastra,  cacchio in alcuni punti è quasi nero pece. Mi ricorda gli scogli galiziani dopo il naufragio della petroliera Prestige. E sopratutto mi ricorda, nel caso me lo fossi scordato, la qualità dell’aria che respiro,  roba che quasi Bombay; di solito infatti quel bel colorito me lo pappo tutto me, assieme agli inquilini della Casa del Grande Tumore, in diretta su Pianura Padana Channel. Il pensiero mi accascia, e non mi avvedo dei percorsi già segnati dagli altri bipedi che camminano con me, avventurandomi in deplorevoli fuori pista su cumuli di neve fresca che mi impiastricciano i pantaloni freschi di lavanderia.

Fuori c’è un casino di gente. E di ragazzi che hanno marinato la scuola. Anzi no, capisco, le scuole sono chiuse. E loro contenti vagano per la piazza principale della città correndo e derapando come se fossero su un campo di erba bagnata, mentre io faccio fatica a mantenermi verticale, e adesso più che un’anatra sembro un pinguino. Si tirano palle di neve addosso, urlano, si infilano di tutto  dentro le maglie, sopratutto i ragazzi alle ragazze, e chiamali scemi. Uno di loro, sfacciato, porta le mie stesse scarpe, peserà quanto me, ovvero non molto, ma a differenza di me si avventura in corse zigzaganti tra la neve fresca e le pozzanghere, irridendo senza saperlo i miei ultratrentanni fisici e i miei settantanni mentali. Dopo questo ennesimo sfregio generazionale (ne vivo ormai due o tre al giorno, così, non ci faccio più caso) arrivo alla fottuta Agenzia del Demanio. Sono bagnato dai piedi fin oltre le ginocchia, mi fa male il tallone  già infiammato al quale ho affidato per venti minuti tutto il peso del corpo per non cadere, e può essere, dico può essere, che mi girino anche i coglioni.

(continua…)

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