Mi sa che Eastwood ce lo siamo giocato

6 gennaio 2011

E sì che la serata era iniziata già male. Questa bella pensata di andarmene al cinema il 5 gennaio prefestivo, vado sul sito del multisala ad acquistare il biglietto, e noto che la sala sarà pressochè piena. Già questo mi infastidisce anzichenò, se penso che sarò rinchiuso con circa 200 cristiani, almeno metà dei quali probabilmente degli idioti.

Arrivo al multisala, ed è la suburbia delle suburbie. Parcheggio praticamente in tangenziale, tra un platano e una prostituta, 5 minuti a piedi ed entro nell’atrio, dove un’orda di cavallette prende d’assalto la biglietteria, mentre la restante metà affluisce alle sale come se fossimo a San Siro. Entro in sala, ho scelto il mio classico posto defilato e vicino all’uscita, accanto a me una coppia di decerebrati si scambiano baci con un secchiello di popcorn in mano grande quanto il cesso del mio bagno.

Vabè, inizia il film. E’ Eastwood, e solo questo vale il prezzo del biglietto. Per carità, i dubbi ce li ho, e tanti. Anzitutto, ho ancora davanti agli occhi il suo ultimo, Invictus, ed è un campanello d’allarme mica da poco. Poi il tema del film, il paranormale, la vita dopo la morte, mi pare una roba fritta e rifritta su cui mi pare difficile tirarci fuori qualcosa di interessante e nuovo. Certo, se Eastwood è ancora lui, ce la può fare. Se ha fatto piangere  a 20 anni un vecchio stronzo come me con I Ponti di Madison County, un melodramma che sembrava fatto per le serate solitarie delle vecchie zitelle, Eastwood può farcela, mi dico. Leggi il seguito di questo post »


E intanto anche Clint Eastwood mi sbaglia un film

22 marzo 2010

Non sono uno di quei tipi che vanno al cinema a scatola chiusa, così per il piacere di andarci. Vado al cinema per vedere dei bei film, visto che pago profumatamente per la loro visione. Detesto uscire dal cinema con le balle che mi fumano perchè ho sprecato oltre sette euro per vedere una colossale cagata. Dunque seleziono molto attentamente l’offerta e, scartando a priori quasi in blocco l’orrendo cinema italiano, mi affido ad autori fidati, o a generi che amo particolarmente.

Clint Eastwood, per dire, è per me il miglior regista vivente. Fa cinema classico, solido, universale, girato con maestria. Con lui vado sul sicuro, da un decennio circa. E’ stato capace di far commuovere questo vecchio orso privo di cuore per ben due film consecutivi, Mystic River e Million Dollar Baby. Per non parlare di quando ho visto in tv I ponti di Madison County e, per la prima (e ultima) volta in vita mia, mi sono commosso come una Bridget Jones qualunque di fronte ad un melò che, ad una lettura veloce della trama, sembrava essere il solito polpettone melenso per casalinghe avvinazzate.

Ecco dunque che, uscito questo Invictus, ho trovato finalmente tempo e soldi per recarmi baldanzoso nel multisala vicino casa.

La trama del film in soldoni è questa, e non credo di spoilerare dato che si tratta di una storia sostanzialmente accaduta: narra della vittoria della nazionale sudafricana di rugby nel mondiale giocato in casa nel 1995. Nei primi anni ’90, abolito l’apartheid, Nelson Mandela è eletto presidente del Sud Africa dopo oltre 20 anni passati in gattabuia a spaccar pietre. Il rugby è da sempre lo sport dei bianchi, e la squadra degli springboks, da sempre l’orgoglio sportivo degli afrikaner, è invece detestata dalla maggioranza nera. Invece di far fuori uno storico simbolo della segregazione razziale abolendo la maglia verde oro e sbattendo fuori a calci un bel po’ di visi pallidi mettendoci al posto qualche bel colored, Mandela ritiene che proprio da quella squadra si possa partire per una bella pacificazione nazionale. Il suo sogno è che si vinca i Mondiali e la nazione nera si stringa attorno a quella squadra di bianchi. Ovviamente, ci riuscirà.

Ora, questo vuole essere un film che celebra l’intuizione quasi eretica di un uomo straordinario, nonchè la sua capacità sovraumana di perdono: un uomo rinchiuso per decenni in una cella due metri per due che, quando esce, invece di far fuori col gas nervino quella minoranza di tangheri razzisti che gli ha rovinato la vita, si dedica alla riconciliazione tra bianchi e neri.

Come puoi tirare merda su un film così, mi chiederete? Perchè l’avete già intuito che sto per farlo….

Perchè sì, cazzo. Il film non è brutto, chiariamoci. E’ solido e di ampio respiro. Ma stavolta non è un film asciutto. E’ un film piatto, che scorre verso la fine senza un sussulto di emozione, troppo impegnato a celebrare un uomo che è dipinto come un Santo, anzi, una sorta di concentrato di tutti li santi. Un uomo così perfetto che quasi ti annoia, ti irrita per la capacità di fare sempre la scelta giusta, e sopratutto ti fa venire il dubbio, anzi ti fa proprio sperare, dopo due ore di patinata agiografia allo stato puro, che magari nella realtà Mandela sia un tantino più stronzo di come viene dipinto.

Per tutto il film non fa che essere gentile come il più affettuoso dei nonni, il più galante dei gentlemen, il più interessato degli amici, il più buono dei filantropi, il più comprensivo dei datori di lavoro. Sorride sempre, saluta tutti, anche quando nella sua prima comparsa nello stadio la gente lo fischia e gli tira secchiate di birra quasi addosso, lui continua a salutare come il papa a San Pietro.

Poi sta cosa della fissa per il rugby che per lui diventa un’ossessione. Comincia a vedersi tutte le partite, interrompe vertici intergovernativi per vedere la sintesi della partita, manca poco che si porta la radiolina nascosta nella giacca come Fantozzi. Impara a memoria tutti i nomi dei giocatori, magari si scambia le figurine panini con i ministri, ce l’ho, mi manca, ce l’ho, mi manca. La sua consigliera ad un certo punto gli chiede senti Mandela, cristo, ma occuparsi di disoccupazione, inflazione, scuola, sanità, ti pare brutto? E lui davanti alla tv col secchiello di popcorn che risponde zitta porcatroia che c’è un piazzato da posizione favorevole. Quando la Nuova Zelanda passa avanti nel secondo tempo della finale, al rallenty è possibile tradurre il labiale di Mandela che alza le mani al cielo e butta un gigantesco porcod…

E poi i dialoghi, santoddio, i dialoghi. Pare un libro stampato, quando parla. Speri per tutto il film che mentre sta piazzando la sua ennesima perla di saggezza gli scappi un rutto o una scoreggia, o mandi affanculo qualcuno. E invece è un aforisma umano, illumina e ispira persino quando sorseggia il thè senza il tipico risucchio che fanno gli anziani. Leggi il seguito di questo post »