I Langolieri mi inseguono anche in treno

21 maggio 2009

leggi-razziali

Stazione Termini, Roma, mezzogiorno di fuoco. Salgo sull’intercity che mi riporterà in Emilia. Scompartimento unico, l’aria condizionata funziona. Mi accomodo al posto prenotato, ed aspetto che il treno parta di lì ad una decina di minuti.

D’improvviso si fa strada, chiedendo ad alta voce attenzione, un enorme caterpillar in forma di donna, vestito nero e vaporoso a contenere le sue enormi fattezze. Deve parlare a metà scompartimento, dunque imposta un tono baritonale in un italiano invero correttissimo. Chiederà l’elemosina, lo si capisce già da prima che apra bocca.

“Signori cari, signore care, un attimo di attenzione vi prego. Mio figlio deve mangiare, non ho soldi, se potet….”

La richiesta di pecunia viene interrotta ancor più improvvisamente da un urlo da mercato del pesce da parte di una ragazzetta sgraziata, tarchiata e con una di quelle facce che le vedi subito che sono segnate dall’ignoranza più nera.

“Aeeee….ma cosa gridi, non vedi che sto parlando al cellulare? Ma vattene a chiedere i soldi da un’altra parte, sta scassapalle”. Traduco così in italiano sulla scorta della mia lacunosa conoscenza del napoletano.

Il caterpillar straniero rimane interdetta per qualche secondo, si trattiene dal puntare alla gola della giovane napoletana perchè ha una clientela da blandire e deve dimostrarsi superiore.

“Eh, signora, mi scusi, non avevo visto, ma che modi sono..”

“Ancora stai parlando? Vedi di sparire va, che sennò passi i guai”.

Il caterpillar continua la sua questua più avanti, il treno ripartirà presto e lei deve concludere la sua richiesta in tempi brevi.

Dopo due minuti però torna. Sarà che non ha fatto una gran raccolta di grana, sarà il caldo che rende tutti meno pazienti, sarà che gli stanno girando i coglioni vorticosamente, fatto sta che si ripresenta dalla ragazzetta per restituirle un po’ della sua maleducazione.

“Signora, tu sei un’isterica e maleducata. Spero che muori”.

Minchia.

La ragazza, sarà che è di Napoli e magari superstiziosa, sarà che di sentirsi augurare la morte non gli va a nessuno, decide che è il caso di ricorrere al razzismo esplicito.

“Ma vattene, va, zingara, scendi che non hai il biglietto. Controlloreeee (e si guarda attorno)…Vattene va, e vatti a lavare che puzzi, questa chiede i soldi e puzza, ma vattene va che ti faccio passare un guaio.”

Il controllore, attirato da tutta quella piazza vociante, interviene e chiede alla signora di uscire, se non ha il biglietto. La donna se ne va, lenta e pesante masticando inaudite maledizioni in idiomi lovecraftiani, irrisa dalla ragazzetta che invece saltella e si agita muovendo le braccia come un burattinaio.

Il treno parte. Gli occhi della gente sono ovviamente tutti sulla ragazza. Compiacenti, indignati, o semplicemente incuriositi, tutti guardano lei. La quale decide di giustificare la sua condotta dilettandoci con un improvvisato saggio orale sul multiculturalismo e l’integrazione degli stranieri, d’appresso riassunto con in corsivo alcune mie sparute glosse.

“Ma l’avete sentito quello che mi ha detto? Speriamo che muori, ma che sono cose queste? (Beh, tu certo non le hai augurato buona giornata). Si mette a gridare per chiedere l’elemosina in un treno e manco c’ha il biglietto (mi sfugge la consecutio logica). E poi questi qui sono cattivi, aggressivi, ma non li vedete? Madò, ti chiedono l’elemosina tutti con quest’aria di chi pretende qualcosa. Signori miei, i veri poveri non fanno mica l’elemosina (no, in effetti, solitamente pasteggiano a champagne ed ostriche in Rue de Saint Honorè). Questi sono sfondati di soldi, un’amica di un amico mio mi ha detto che negli accampamenti degli zingari i cani a volte morivano perchè si strozzavano con le perle e i gioielli che ingerivano mischiate al cibo per cani (gesucristodiddio, questa le batte tutte come cazzata dell’anno).”

Un signore, anch’egli napoletano, si permette di osservare che il suo discorso è generico e offensivo. E qui scatta la fase due. Dopo lo scempio di parole il chiarimento politicamente corretto.

“Eh no signore, non mi faccia dire cose che non ho detto, qua abbiamo visto tutti che è successo (si, abbiamo visto che sei una subumana che non merita nemmeno l’ossigeno che si ritrova nei polmoni). Io, signore mio, (no, adesso dice che non è razzista, ti prego, fa che non…) non sono assolutamente razzista, non lo pensi manco per scherzo (speriamo che almeno non dica che ha molti amici stranieri…) Io ho un sacco di amici stranieri, che non si comportano come loro, come gli zingari.” Leggi il seguito di questo post »


Melting Coop

13 aprile 2009

ipercoop

Con una casa ormai svuotata di qualunque genere di prima necessità, sono tornato a fare la spesa al supermercato dopo secoli. Credevo che andarci il mercoledì di Pasqua fosse una mossa prudente, ad evitare l’affollamento da stadio della gente che, quando vede una festività, impazzisce e corre a svaligiare la grande distribuzione portandosi a casa di tutto.

Mi sbagliavo. Parcheggio praticamente a 400 metri dall’ingresso dell’Ipercoop, se lo avessi saputo mi sarei portato una borraccia d’acqua e della carne essiccata per superare indenne il lungo trekking nel deserto cementificato costellato da centinaia di vetture. Durante l’avvicinamento assisto a plurime litigate tra parcheggianti troppo lenti in uscita e troppo smaniosi in entrata, roboanti mandate affanculo perchè uno ha fottuto il posto all’altro, e intanto più m’avvicino più vedo macchine che si aggirano come cani randagi alla ricerca del miracoloso posto a tre metri dall’ingresso. In vita mia ho visto molti più accenni di rissa in un parcheggio che allo stadio o fuori da un’osteria, e se fossi un sociologo potrei scriverci un agile e ficcante pamphlet. Ma non lo sono, dunque tiro avanti.

Col mio carrello sferragliante a sbandare –  per la legge di murphy estraggo sempre è quello in cui le rotelline funzionano alla cazzo di cane – mi introduco nel magico mondo dell’ iperconsumo cooperativo. L’ingresso del supermercato vero e proprio è intasato di gente. Hanno piazzato in offerta centinaia di tipi di uova di Pasqua, e la gente sembra proprio non poterne fare a meno, caricano come facchini uova su uova nei carrelli, soppesano le sorprese, scegliendo inevitabilmente le uova dalla confezione più pacchiana. Io, che ritengo le uova di Pasqua una delle inutilità più lampanti create dal consumismo delle festività, spingendo e tuzzando i carrelli alla fine riesco a passare indenne. Il cioccolato lo prendo a barrette, è cinque volte più buono e lo pago diciotto volte meno, sembro voler dire con il mio sguardo pietoso alle coppie adulte che fanno incetta di simil cioccolato. E ancora non ci avete rinunciato al fatto che la sorpresa fa sempre cacare? Odio chi non si rassegna alle costanti della vita.

Ma non è della mia spesa che voglio parlarvi, figuratevi cheppalle. Ma di due famigliole di stranieri in cui mi sono imbattuto a qualche minuto di distanza l’una dall’altra. Di due esempi di integrazione nella nostra ancora nascente società multietnica e in particolare qui, nelle alcaline terre emiliane, da sempre terra di accoglienza – dicono – ma recente nuovo territorio di caccia – dico io – di visi pallidi sempre incazzati con abbacinanti camicie verdi.

Esempio di integrazione numero 1

Sono davanti agli scaffali dello scatolame, di fronte a cinque metri di distese di polpa di pomodoro. Leggo i prezzi al chilo, valuto le marche, confronto le confezioni. Cogito socraticamente, considero, prevedo, programmo, comparo. Alla fine scelgo la marca più sfattona, dove probabilmente ai pezzi di pomodoro saranno stati aggiunti anche torsoli di mela, giornali cinesi e scaglie di sapone, il tutto per insaporire. Dietro di me sento confabulare amenamente in una lingua misteriosa, i cui accenti arcaici ho sentito solo al cinema durante i dialoghi tra Frodo e la dama Galadriel. Mi volto e vedo una famigliola di rom, o almeno così paiono, che discute animatamente sul vasetto di maionese da accattare. Decidono, prendono, si muovono, il tutto con gesti improvvisi e nervosi, il carrello tenuto quasi alla briglia, il loro passo è sì ciondolante ma veloce, non perdono tempo inutile. Li seguo da dietro, mentre avanzano ciarlanti e sorridenti, sono tre donne praticamente identiche tra loro, secche secche coi loro scialli sgargianti da vecchie prozie, scure e grinzose come la strega Bacheca, un uomo sulla cinquantina altero con la barba grigia, una sorta di Raz Degan 20 anni dopo, e dopo almeno due enfisemi. Li seguo ancora un poco, prendono qua, mollano là, e si avvicinano alle casse. Io proseguo per la mia strada, e lì sì che partono infine le mie considerazioni sociologiche. Leggi il seguito di questo post »