Da Vlad, a lezione di sopravvivenza metropolitana

6 maggio 2009

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Segue un ciclo di post ispirati al mio recente soggiorno madrileno.

Io e Vlad siamo cresciuti assieme, belli stretti attorno alle poche parole che ci siamo scambiati in ventidue anni di amicizia.  Abbiamo fatto tante di quelle stronzate assieme che me ne sono scordate la maggior parte, eppure ne ho in mente comunque a centinaia. Non abbiamo mai parlato di nulla di più serio del come elaborare un motorino o come farsi una bomba carta coi botti di capodanno. Abbiamo stuprato il Salento in lungo e in largo con le vespe, d’inverno avvolti da pesanti giubbotti e cappelli di lana sotto i caschi. Decine di chilometri per fermarci, congelati in faccia, e non dirci niente, salvo qualche gioco di parole talmente stupido da poter far ridere solo due coglioni come noi.

Vlad è stato per tanto tempo l’unico che non se n’è andato. Emigrati per studio o lavoro, ce ne siamo scappati praticamente tutti, sparpagliati e atterrati a caso come un plotone di paracadutisti dilettanti lungo tutto il centro-nord. Lui è rimasto. Per pigrizia o amore di patria, non saprei. Ma è rimasto, e si è ingoiato sano un decennio di lavoro nero e sfruttamento alla luce del sole che solo il nostro caro meridione sa regalare ai suoi figli con tutta l’attenzione amorevole di cui è capace. Per noi emigrati, tornare e vederlo identico a se stesso era una consolazione. Qualcosa delle nostre vite non era cambiato, ed era lui. Il suo essere lì, fermo immobile, ci carezzava l’animo viceversa inquieto per i cambiamenti che provocavano i continui smottamenti di visuale delle nostre vite. Tornavamo in una città sempre più cambiata,  letteralmente gonfia di nuovi locali e nuovi palazzi,  altre vie e altri volti che ci avevano sostituiti, persino due tangenziali nuove di pacca a farci perdere come turisti,  ma poi bastava andare a casa sua, in quel quartiere infestato da immortali cani randagi a far da padroni delle strade. Un panino al galbanino e una birra ridavano vigore ai sorrisi, come la sua collezione di dvd in perfetto ordine, i suoi interessi, i suoi tic, le smorfie da clown, tutto sempre identico, come identici erano la sua voce ed il volto, il meglio conservato tra noi, come se rimanere  dove sei nato ti lasciasse intatto, ed andarsene ti strappasse via anni di vita e moltiplicando ragnatele di rughe.

Poi è successo che Vlad se n’è andato via anche lui. E non nell’italietta che viviamo noi altri, delusi e a disagio. Altro che cazzi, se n’è andato a Madrid. Vive a Malasaña, uno splendore architettonico popolato da giovani che emana energia e vitalismo (pure troppo, ma questo è argomento di un altro post a venire). Vive in una bella casa a piano terra, con una ragazza coi controcazzi (che bella immagine..) che lo ha sollevato di peso dalle sabbie mobili salentine e lo ha portato qui, davanti a me, agli Arrivi dell’aeroporto di Barajas, a fare gli onori di casa a Paperoga in trasferta spagnola.

Un abbraccio e qualche cazzata subito per gradire. E’ sempre identico, perdio, dice sempre un sacco di stronzate, intervallate da minuti di silenzio. Però qualcosa è cambiato. Si, si muove a suo agio in un mondo gigantesco, lui che ha calcato per secoli le stesse quattro vie in croce. Parla spagnolo alle persone che gli si rivolgono per un’informazione, anche se nelle sue risposte ci vedo qualche parola italiana di straforo e di troppo. Però cazzo, è qui da qualche mese, io avrei già imparato l’alfabeto dei sordomuti per manifesta incapacità di imparare una lingua che non sia l’italiano. Detto questo, però, io ho girato abbastanza, e da anni, per le grandi città italiane ed europee, da conoscere gli enormi spazi e le pecuriarità tipiche delle metropoli. Cioè, non sono proprio un coglione patentato da non sapere com’è fatta una metro e come orientarmici quando sono dentro, ad esempio. Ma Vlad è come in trance da metropoli, dopo secoli di provincia ai confini con il mondo civilizzato, e quindi decide che lui è Virgilio ed io sono Dante, ovvero lui è la guida ed io il deficiente che non è mai stato all’Inferno, e decide di impartirmi qualche agevole lezione for dummies per abituarmi alla vita metropolitana. Leggi il seguito di questo post »


Paulie Gualtieri, ovvero come eravamo

24 gennaio 2009

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(Premessa: I Soprano sono una delle serie televisive più geniali e profonde della storia. Appena se ne sono accorti, in Italia si sono precipitati a mandarli in onda rigorosamente dopo la mezzanotte, tra una televendita di Mediashopping e una replica di Don Tonino.)

Ci sono persone strambe che traggono dai grandi film di mafia significazioni filosofiche a getto continuo. Io sono uno di questi beceri praticanti della filosofia pop. (ci sono molte varianti, ad esempio sui simpsons, tipo questa) La trilogia del Padrino e Quei bravi ragazzi sono per me fonti di riflessioni filosofiche spicce, le uniche che posso concedermi di fare. I Soprano si sono aggiunti, in questa piccola biblioteca mentale, a completare ed amalgamare precedenti idee, portare nuovi spunti di pensiero, ritagliare nuove soluzioni in ordine ad alcuni problemi esistenziali. Non avendo studianto filosofia, e non potendo brandire in pugno la storia del pensiero occidentale come fa Chinasky77, posso e devo limitarmi a queste fiammate partorite come da una scoreggia con l’accendino.

E dunque volevo parlarvi di Paulie Gualtieri, uno dei capomandamento della mafia del Jersey, fidato e potente compare di Tony Soprano. Più che parlarvene, volevo mostrarvelo. In una prospettiva che impasta malamente frenologia e fisiognomica, Paulie Gualtieri rappresenta l’italiano come doveva essere 50-80 anni fa. Ho sempre pensato che, culturalmente e darwinianamente, l’emigrazione italo-americana abbia consegnato una fotografia indelebile dell’italiano della prima metà del novecento. Mentre noi ci imbarbarivamo con il grande boom, gli anni di piombo e quelle spiacevolezze chiamate anni ’80, gli italo-americani, pur divenendo americani a tutti gli effetti,  e dunque imbarbarendosi anche loro, conservavano tuttavia alcune scaglie di antichità tutta italiana, nei volti e nei modi, qualcosa che sopravviveva forse solo nei nostri nonni, e che noi abbiamo perso del tutto. Chi ha letto John Fante, sa che se vuole avere una immagine fedele di come erano gli italiani prima della barbarie che li ha sottratti al loro stato di primordiale e a suo modo straordinaria cattività, deve  tuffarsi nelle carni e nelle storie degli immigrati di prima e seconda generazione. Chi non lo ha letto, con tutto il rispetto, è un bel coglione. Leggi il seguito di questo post »