Un papàraccontastorie in libreria

22 settembre 2015

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Come a volte mi capita oggi sono ospite chissà quanto gradito delle vulcaniche e reggianissime amiche di Galline Volanti, per una serissima riflessione sulla passata e presente offerta libraria per i più piccoli.


Cenni di antropologia pugliese balneare comparata

19 agosto 2015

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La smisurata lunghezza della mia regione di nascita comporta almeno due conseguenze di natura pratica. La prima è l’illusione che l’ingresso autostradale nella regione, posta verso il casello di Poggio Imperiale, crea nel turista che deve recarsi per la prima volta a Leuca.

“Ehi, il cartello dice che siamo arrivati in Puglia!!”

“Bello, quanto manca a Leuca?”

“Boh, che ne so, ma quanto sarà mai, siamo in Puglia ormai, che ci frega, quanto mai sarà lunga sta regione, cento, centocinquanta kilometri?

“Infatti, sento già l’odore dellu sule, dellu mare e dellu ientu!!!”

” Possiamo già toglierci le cinture di sicurezza, risparmiamo tempo!”

Già, vaglielo a dire che a Leuca mancano ancora oltre 400 km, cinque cacchio di province da attraversare tra autostrade, superstrade, strade comunali e sentieri paludosi, e un botto di ore in cui si arriverà ad invocare la morte come una liberazione dall’abitacolo.

La seconda conseguenza della lunghezza della regione Puglia è la compresenza, all’interno della stessa, di spaccati antropologici assolutamente distanti e che in comune hanno ben poco. Per ragioni di brevità, mi concentrerò esclusivamente sugli stereotipi stucchevoli sulle differenze antropologiche esistenti tra il bagnante barese e il bagnante salentino nel loro modo di concepire il mare e la spiaggia.

1° Sottile Differenza: il chilometraggio percorso per recarsi al mare.

Il bagnante barese ha dovuto fare i conti con la dura realtà della geologia costiera pugliese, ovvero che a fronte a centinaia di coste paradisiache di spiaggia che la natura ha letteralmente vomitato in faccia al tacco d’Italia, alla città di Bari e al suo circondario è toccata una costa  lievemente infame, fatta di scogliere basse e poco praticabili, del tutto inadeguata a  recepire decine di migliaia di persone che sbavano voglia di mare, e che ogni volta che il termometro arriva ai 20 gradi si precipitano sul litorale manco fosse l’ultimo giorno su questa terra. Ecco dunque che, non essendoci posto per tutti, il barese deve mettersi in macchina e macinare fior di kilometri per soddisfare la sua fame di mare. Che siano le coste del Gargano, del tarantino o del brindisino, e fino al più basso Salento, i bagnanti baresi si spandono a macchia d’olio lungo la regione e approdano come novelli esploratori letteralmente dovunque, dalle località più rinomate ai luoghi più desolati sconosciuti ai più. Sciamano come cavallette dalla capitale e raggiungono qualunque luogo che sia minimamente raggiungibile. Nessun luogo è precluso al barese. Nessun luogo della Puglia è stato scoperto prima dell’arrivo di una comitiva barese.

Il barese è capace di alzarsi la mattina alle 5, partire in direzione Ugento, ovvero a 220 km dalla città, e tornare in giornata a casa in tempo per la cena. Traffico e distanze non lo impressionano, la scomodità è gestita con la stesso pratico spirito di adattamento che lo portano a passare una giornata al mare nei litorali vicini alla città nonostante siano composti da scogli aguzzi come lame di una katana giapponese e l’accesso all’acqua sia talmente difficoltoso da far desistere un sub professionista.

Il bagnante salentino è uno baciato dalla fortuna. Il più sfigato posto del Salento dista dal mare al massimo 25 km. Praticamente al massimo mezz’ora di macchina. Questa condizione, assieme all’atavica accidia tipica del salentino, ha fatto sì che il salentino medio non stia tanto a girare, ma faccia riferimento al posto di mare più vicino, senza star troppo a fare calcoli. Ogni Comune ha la sua marina di riferimento, e il criterio di vicinanza geografica trionfa sempre, e pur di non muovere le chiappe dieci kilometri più in là, il salentino accetta anche il tratto di mare meno affascinante a dispetto del tratto caraibico che dista qualche movimento di chiappa più a destra. Per il salentino il mare è tutto tranne che sbattimento, e dunque ben venga la spiaggia con a fianco il canale di scolo delle acque reflue, se dista dieci minuti di macchina. Leggi il seguito di questo post »


Scene quotidiane di un campeggio familiare

27 luglio 2015

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Memore dei suoi ruggenti anni di gioventù (quando imperversava nei campeggi pugliesi e mieteva intere piantagioni di maschi) Sunofyork quest’anno ha insistito perchè tutti e tre, marito moglie e piccola erede al guinzaglio, si andasse nei luoghi della sua giovinezza, per la precisione un campeggio per famiglie nel Gargano.
Da parte mia, ho sempre avuto una avversione preconcetta per i campeggi organizzati, sicuramente provocata dallo snobismo di ventanni passati da scout a campeggiare in modo selvaggio e libero e a concepire in quell’unica forma ribelle e probabilmente illegale il vero contatto con la natura.
Ma ho quarantanni da poco suonati, e ormai di questa e altre stronzate di convinzioni e paturnie ho fatto un bel fascio e le ho spedite in cantina, dunque ho detto sì alla mugghiera e siamo partiti destinazione Gargano, approfittando di una roulotte messa a disposizione dai munifici suoceri.
Il campeggio individuato era (da me) chiamato Feudo Crucco, per l’alta e inquietante percentuale di (civilissimi) villeggianti provenienti dalla Tedeschia, immerso nel verde delle pinete e con il mare talmente a portata di mano che se la sera avessi voluto liberarmi dell’urina in eccesso davanti alla nostra piazzola probabilmente avrei potuto centrare, con uno sforzo suppletivo vescicale, le chiare fresche e dolci acque che stavano di sotto.
La roulotte offriva comodità anguste ma sufficienti, due letti e un tetto robusto sulla testa. Conoscendo le mie capacità pratiche e la mia facilità di utilizzo di cose mai viste prima, tipo una roulotte, i suoceri si sono scapicollati ad arrivare in Gargano affrontando le code estive, il caldo lercio e il percorso rally tipico della litoranea garganica, pur di arrivare prima di me e sistemare la roulotte prima che facessi danni irreparabili.
Così, appena arrivati e con la roulotte montata di tutto punto dal parentame, abbiamo cominciato la nostra settimana da campeggiatori. Una settimana costellata da alcuni punti salienti che in modo conciso vado testè a descrivere in questi sotto capitoli.

NO PLACE FOR ELEGANCE
Devo dire che il campeggio mi ha subito conquistato perchè è un posto frequentato da gente assolutamente scazzata che veste informale dalla mattina alla sera. In campeggio non devi mai preoccuparti di quello che hai indosso, letteralmente. Metà della gente perennemente in ciabatte e costume a qualsiasi ora, o vestiti di abiti a caso indossati probabilmente al buio. Ho visto diversi bimbi nudi aggirarsi come membri di una strana tribù equatoriale, persino un dodicenne in bici con tanto di inquietante pisellone di fuori. Ovviamente, ça va sans dire, non me lo sono fatto ripetere due volte, ed anch’io vagavo per il campeggio quasi sempre in costume da bagno (intendo un bel succinto costume nero, non il boxer) e ciabatte, la sera al massimo mettevo una maglietta (sempre la stessa) ma non i pantaloncini, sicchè sembravo nudo dalla cinta in giù. Altre volte mettevo i pantaloncini ascellari ma non la maglietta. Unico accessorio per il mio personalissimo outfit, un bel rotolo di carta igienica al posto del borsello. Perchè? Leggere sotto.

NON E’ UN POSTO PER STITICI
Ahimè, e devo dire che me l’aspettavo, il campeggio risveglia la stipsi dormiente di decine e decine di campeggiatori, e nel mio caso si fa anche poca fatica, essendo la stitichezza mia non gradita compagna del quotidiano da un buon quarantennio. Magari è solo una questione psicologica, o magari pratico-logistica, fatto sta che non avere un bagno personale e sopratutto a portata di chiappa ha fatto si che per buona parte della settimana io abbia vagato affranto con un rotolo di carta igienica alla ricerca dello stimolo perduto. Per chi di voi si stesse facendo una risata, e per chi di voi è in possesso di un intestino che si srotola a comando una o due volte al giorno scosso come manco un pitone indiano, beh, non potete capire fino in fondo. Noi con l’intestino pigro viviamo nell’attesa diuturna di uno stimolo, di un segnale divino (tipo il padre di Portnoy nel libro di Roth, per chi l’avesse letto). Spesso accade che per giorni interi nulla si faccia sentire. Ma quando arriva il momento, allora bisogna schizzare in bagno come sparati da un cannone, avendo però l’accortezza di non muoversi troppo col bacino, perchè il nostro intestino è in equilibrio come su un crepaccio: una mossa sbagliata e tutto tornerà fermo.

Adesso prendete uno stitico e mettetelo in campeggio. Arriva lo stimolo e il bagno è a 150 metri. Comincia la transumanza, 3 minuti di passeggiata rapida ma senza correre, tipo marcia olimpica, si arriva in bagno, si pulisce la tazza, si improvvisa un copriwater, ci si siede e poi? E poi un bel niente. Silenzio, come se fossimo da soli nel deserto. Quindi a rivestirsi, si esce dal bagno, ci si riavvia alla roulotte, tutto questo per tornare al bagno dopo 5 o 30 o 50 minuti, sempre con lo stesso effetto. Per noi stitici lo stimolo è un attimo fuggente. Carpe stronzum. Un bagno lontano e scomodo significa che nel frattempo torna la bassa marea, e il campeggio prosegue con una bella panza gonfia e un senso di pesantezza poco simpatici. Per ovviare al problema ho fatto fuori metà del raccolto 2015 di prugne secche californiane, ma non è servito. Solo una piccola purghetta ha risolto parzialmente il problema ed ha sventrato un intestino che pareva corazzato di piombo. Nel frattempo anche la bimba (che pare aver ereditato, oltre al gruppo sanguigno e a molti tratti somatici, anche tutte le nevrosi paterne) soffriva di stitichezza. Immaginate che bella settimana per Sunofyork, circondata dalla stipsi, a parlare col marito di stimoli e puzzette e a cercare di tirar fuori la cacca della bimba con due pinze… Leggi il seguito di questo post »


Shiny happy people

18 gennaio 2015

Ho scazzato totalmente la promessa di un post al mese, lo ammetto. E’ che sono stati mesi tosti fatti di traslochi e dissanguamenti bancari. Potrei scriverci una decina di post sopra, ma non ne ho il tempo. A volte scrivo su questo blog http://gallinevolanti.com/lettura-papa-figlia/, ma non posso dire certo no alla storica marmaglia reggiana dei bei tempi andati. Per il resto, lavoro, mangio, gioco ai videogames in notturna, e quando sono a casa c’è un fitto programma di balli con mia figlia davanti ai video di youtube.

Attualmente, i più gettonati sono questo:

e questo

L’ultima coreografia tra l’altro è tostissima, pertanto mi perdonerete dell’assenza. Quando l’avremo imparata a dovere, forse vi posterò un bel video. Ma non so se vi conviene…

A presto.


La damigella del diavolo

20 settembre 2014

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Due nostri amici si sposano. Organizzano un matrimonio in una bella chiesa e il ricevimento in una splendida masseria. Prevedono tutto nel dettaglio, scelgono ogni particolare con gusto e attenzione. Ma dopo mesi di preparazione certosina perdono un po’ di lucidità, e fanno un errore mortale: chiedono che nostra figlia faccia da damigella e porti gli anelli in chiesa nel momento della sacra unione. Fatal error.

Il pomeriggio già era partito storto. Arrivati nel paesotto pugliese, manco il tempo di scendere dalla macchina, arriva un temporale da tregenda, con tanto di grandinata di sassi. In macchina cerchiamo di tenere ferma la bimba che si dimena tra il sedile davanti e di dietro aggrappandosi a volante e cambio, tra un piede in bocca al padre e una gomitata sulla tempia alla madre.

Il temporale finisce. Si entra in chiesa. Il problema è: come riuscire a farla stare buona in chiesa per un’ora e mezza, dovendo tra l’altro occupare i primi posti dopo i parenti prossimi? Qualcosa ci viene incontro. Ci sono musicisti che suonano durante la messa, un organo e un violino conquistano la bimba e durante l’esecuzione lei rimane in piedi, ritta e silenziosa ad ammirare lo spettacolo. Quando la musica finisce, cominciano i guai. Anzitutto la bimba non ne vuole sapere, e chiede che i musicisti continuino a suonare: “ANCOA!!! BAVI!!! ANCOA!!! Poi, siccome non è accontentata, comincia a vagare alla ricerca di divertimento. Noi cerchiamo di tenerla ferma con mille ammennicoli (ventagli, libretti della messa, giocattoli portati a posta), poi ricomincia la musica e lei di nuovo ritta in piedi, ma quando finisce decide di vagare inquieta per la chiesa. Mi metto al suo seguito come un bodyguard. La gente la guarda camminare vestita come un confetto e le sorride, ma non sa quale potenziale distruttivo nasconda il suo bel faccino da angioletto. Si avvicina alle candele votive delle offerte, chiede di essere presa in braccio. Io le faccio vedere  le candele, sono del tipo elettrico che si accende con la levetta, e le spiego che la gente mette i soldi, accendo la candela e dice una preghiera, ma mentre sto parlando lei sta accendendo e spegnendo di tutto, fulminandone una, quasi staccando una levetta dall’altra, ignorando le preghiere dei fedeli e i soldi pagati per poterli esprimere. La allontano per evitare un corto circuito, e manco la sposto che si sta già gettando a pesce dentro l’acquasantiera. La metto per terra, siamo in fondo alla navata, e si dirige verso il confessionale. Anzi, ci entra direttamente dentro. Dalla parte del prete. Per farla uscire ci metto mezzo minuto, ma alla fine è fuori. Giusto in tempo per notare un tavolino con delle ampolle di acqua e vino e un po’ di pane. Per i cristiani è l’offertorio che va benedetto dal prete, per lei è solo un tavolo da rivoltare. Per mezzo secondo evito il disastro.

Arriva il momento di portare gli anelli. Le fedi si trovano su un cuscino che la bimba deve porgere al prete o agli sposi, ora non ricordo. Fatto sta che lei guarda sto cuscinetto, guarda il prete, guarda sua madre, e butta per terra cuscino ed anelli e se ne va a sedersi ai piedi dell’altare. Sunofyork prende gli anelli, li porge a chi deve porgerli, chiede scusa a sposi, testimoni, prete e chierichetti, e torna al suo posto. La bimba vaga vicino all’altare, rischiando di far inciampare fotografi e sacrestano, e quest’ultimo manda a me padre uno sguardo da clint eastwood che conferma la massima evangelica “lasciate che i bambini vengano a me”. Ma non rompano i coglioni in chiesa.

Però alla fine il matrimonio è celebrato. Nel frattempo la bimba passa il tempo a colorare dei figlio coi pastelli a cera, ma comincia a colorare anche i banchi ed io a pulire con le salviettine come una colf. Usciamo dalla chiesa e prendiamo il riso per la solita lapidazione rituale. ma la bimba non può aspettare. Comincia a lanciarlo dentro la chiesa, con la conseguenza che diversi invitati rischiano di scivolare sul marmo e finire il pomeriggio al pronto soccorso. Le sottraggo il riso e scoppia in un pianto abissale. Le ridò il riso e me lo mette nella camicia. Gli sposi escono. Dalla furia repressa tiro il riso a chiunque.

Rientriamo in macchina. Ho perso un paio di chili, ho il vestito sporco di colori a cera, ed ho mezzo chilo di riso dentro ai pantaloni.

Ma sono solo le 18, e manca ancora l’intero ricevimento. La prossima volta che la vogliono come damigella la sedo come un cavallo.

 


Frasario ragionato di slang bolognese

27 luglio 2014

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Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, cantava Guccini. Avendo già vissuto a Reggio e Parma, nel venire ad abitare nel capoluogo quasi tre anni or sono, me ne sono accostato con deferenza e timore, convinto e quasi terrorizzato di abitare per la prima volta nella mia vita in una grande città del nord.
Ma manco per niente. Per mia grande fortuna, io che sono un provinciale nell’anima, Bologna è un grosso paesone lungo e stretto tra i colli e l’autostrada, che conserva dentro di sè un’anima abbastanza semplice.
Prova ne è che i bolognesi a volte parlano una lingua parallela, che non è dialetto ma che italiano non è certamente, e che mette in grossa difficoltà l’avventore che non sia nato tra Borgo Panigale e San Lazzaro, e che dà vita, come vedrete, a situazioni al limite del surreale. Eh si che 15 anni di Emilia mi avevano preparato bene: “Non c’è pezza”, “Non ne voglio mezza”, già le sapevo. Ma evidentemente non bastava.
Ecco dunque un breve frasario ragionato ad uso e consumo di studenti e lavoratori che siano in procinto di trasferirsi a Bologna e che probabilmente sentiranno pronunciare spesso questi vocaboli e frasi oscuri e incomprensibili.

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1) “Mi dai il tiro”?

Sono a casa, suona il campanello.
– Chi è?
– Salve, posta, mi dà il tiro?
– ….Eh?
– Mi dà il tiro?
– ….Mi scusi ma lei chi è?
– Il postino, chi vuole che sia, mi dà il tiro per piacere?
– Scusi ma non ho capito cosa le devo dare??
– Il tiro, diobono, il tiro!!!
– Ma che è sto tiro, che cosa vuole??
– Mi dà il tiro, mi apre per favore, in che lingua glielo devo chiedere?
– E ALLORA PERCHE’ CAZZO NON MI CHIEDE SEMPLICEMENTE DI APRIRLE, MA CHE CAZZO DI LINGUA PARLA??
Sento distintamente il postino mandarmi a cagare e, forse, anche il rumore della posta strappata.

Dare il tiro significa aprire il portone, dunque. Scemo io che non ci sono arrivato subito. E si che dovevo capirlo quando capitavo in quei condomini dove all’ingresso, accanto al pulsante “Luce” c’era un incomprensibile pulsante “Tiro”. Beh, era la porta. In cento anni di vita non ci sarei mai arrivato. Leggi il seguito di questo post »


Colonna sonora degli anni più complicati della mia vita

24 luglio 2014

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Per molte persone i ventanni hanno rappresentato e rappresentano gli anni più intensamente vissuti della loro vita.

Sono gli anni dell’università, del cazzeggio, degli esami a singhiozzo, della convivenza selvaggia con altri cazzoni come te. Sono anni di cinema, sport, viaggi estivi, estati ancora ragionevolmente lunghe. Nessun lavoro ancora ad incasellarti e a mangiarti il tempo libero, i soldi te li dà papà, e anche se non sono molti, sono comunque gratis, maledetti e subito.
Sono anni di sbronze con vino pessimo i cui vuoti sono collezionati sulle ante della cucina, di relazioni fisse a simulare un precoce matrimonio, oppure di turbinosi rapporti sessuali senza fissa dimora, sono anni in cui si ha persino il tempo e la presunzione di voler scrivere il grande romanzo italiano, o di sedere ad un tavolino di un bar dissertando di Celine dopo essersi limitati ad ascoltare Capossela.

Beh, per me i primi ventanni sono stati complicati. Noiosi. Pesanti. Sicuramente gli anni più insensati e sprecati della mia vita.
Nulla di grave, per carità. Nessun dramma, nessun lutto, nessuna malattia.
Semplicemente, un ordinario caso di post-adolescenza protrattosi magari un po’ più a lungo. Cosa ci faccio qui, voglio davvero crescere, voglio disperatamente una donna, il futuro mi spaventa e la gente attorno a me, ora che comincio a conoscere la vita fuori dalla famiglia, comincia a farmi schifo. Insomma, le solite cose.
Il quinquennio 1995-2000 è stato dunque il periodo più insulso della mia vita. Compiuti i ventanni, mi sono accorto che le cose attorno a me e dentro di me si stavano complicando. E ancor più si sarebbero complicate in futuro. La vita però continuava, le cose accadevano, ed eravamo nel pieno degli anni ’90. E come spesso capita, c’erano un sacco di canzoni a fare da colonna sonora, a volte triste, a volte esaltante, a quegli anni crudeli in cui crescevo vorticosamente, eppure mi sembrava di rimanere fermo ad un palo, a guardare la gente passarmi davanti quasi ad ostentarmi in faccia la mia stessa inadeguatezza.

1995.

Il mio primo anno di università fu sufficiente a farmi accorgere che avevo preso una cantonata. Di quelle serie. Giurisprudenza mi faceva cagare, quello che studiavo era nella migliore delle ipotesi noioso, l’ambiente universitario era una palla, ed i miei compagni di università erano delle dita in culo proiettate sui loro sogni da notai o da magistrati. Un intero inverno in treno ad andare e venire dal Salento all’Emilia, ogni settimana, con un pesante walkman ad ascoltare i Beatles nelle cuccette notturne che puzzavano di scoregge, attutendo il russare del panzone di turno. Rimango indietro col piano di studi neanche il tempo di finire i primi corsi, per la prima volta mi accorgo studiare non mi riesce naturale come è sempre stato, ed è frustrante. C’è chi all’università decolla, c’è chi frana. Io franavo. Poi viene l’estate, l’estate più piovosa del secolo, almeno in Salento. Ricordo temporali, acquazzoni, un freddo porco. Giocando a pallone mi lesiono un legamento, passo l’estate con una ginocchiera e facendo infiltrazioni di cortisone. L’inossidabile gruppo di amici che mi porto dietro sin dalla pubertà all’improvviso si ossida. I primi scazzi. Le prime persone che si perdono dietro incomprensioni e sfuriate.

E quando ascolto questa canzone, penso alla pioggia e ad un’estate passata in felpa e stampella, ad aspettare che spiovesse.

1996.

L’Università prosegue stanca e sono più le sessioni di esame che rimando che quelle a cui partecipo. Non frequento più le lezioni, di sentire i professori fare un tedioso sunto dei loro libri non ne ho alcuna voglia. Ritorno giù in Salento dopo un’annata mortale passata in Emilia, ma non trasferisco la sede universitaria, che rimane in Emilia forse per un’intuizione che mi salverà la vita anni dopo. Faccio la spola tra Emilia e Salento. Gli esami sono un orrore. Le iscrizioni sono ancora manuali in bacheca, ed essendo fuori sede devo telefonare ad un’agenzia che ti iscrive per la modica cifra di 5 euro. Le sessioni durano un paio di giorni di media, la facoltà di giurisprudenza pullula di aspiranti Di Pietro, passo il tempo a friggere nelle aule affollate di gente terrorizzata. Mi lascio con la mia ragazza dopo 5 anni. Rimando un paio di esami scolvolto. Giro il Salento in vespa con Gastone. L’estate passa malmostosa. In radio passa un pezzo dance un po’ criptico e non privo di ipnotica tristezza. Vorrei averlo ballato in discoteca come facevano i miei coetanei. Ma avevo la scopa nel culo.

1997.

Sono ancora in Salento, gli esami sgocciolano lenti, faccio il capo scout e ne faccio quasi un mestiere. La mia vita in Salento è triste. Mi guardo in faccia con i miei amici di sempre, i sabati sera passati a far niente, e da qualche occhiata profonda scambiata su un balcone in periferia mi accorgo che un paio di loro, come me, sono stanchi di star qui. L’estate la passo giocando a tennis e arrivano le prime sconfitte dopo una vita da imbattuto. Mi tolgo i primi nei di una lunga serie. Giocando a ping pong mi si aprono i punti e da allora avrò per sempre un buco nella schiena come se mi avessero sparato. A settembre con i miei amici vado a Reggio Emilia per lo storico concerto degli U2. Io non entro, non ne ho voglia, rivendo il mio biglietto. Passo la serata in un parco a forma di diamante, e il resto della notte ad aspettare il ritorno degli amici in uno stanzone prestatoci da amici di amici, guardando Telemarket. E decido, mentre per un pezzo di Emilia rimbombano i decibel del concerto, che è ora di darci un taglio. Un mese dopo faccio i bagagli e mi trasferisco in Emilia, definitivamente.

1998

Il primo anno emiliano è il più crudele degli anni. Spaesamento, freddo, solitudine e altre sfighe minori. Vivo in una casa gelida, non ho mai cucinato in vita mia e i primi mesi mi salvano toast e sofficini. Imparo a fare la moka e mi sembra chissà quale conquista. Mi innamoro non ricambiato. Scrivo storie divertenti, assieme a qualche stronzata pretenziosa. Passo moltissimo tempo da solo, quando sono depresso vado in libreria o mi infilo nei centri commerciali a non comprare niente o vado in duomo a guardare i quadri degli altari laterali. Faccio sempre meno esami. Li passo tutti, ma ne faccio sempre meno. Raggiungo il picco di insensatezza e mi chiedo se non sia il caso di mollare tutto e andarmene affanculo. Il capodanno lo passo sulla neve in una macchina gelata con due amici dopo una serata di discorsi tristi e colpi di pistola dai balconi delle case. L’estate la passo in Salento giocando a ping pong e a leggere in spiaggia di pomeriggio. Ho 23 anni e quell’estate la passo con mia sorella. Che non è mia sorella per davvero, ma da quell’estate sarà mia sorella minore, e per molti anni saremo davvero uniti. La sua vitalità, le nostre lotte nel mare e i caffè in ghiaccio di sua madre mi tengono a galla.
Quell’anno Natalie Imbruglia impazza in radio come una condanna. ma c’è sopratutto un gruppo che spara un gran bell’album pop, per poi scomparire nel nulla. Mi crogiolo con il loop di questa canzone, in un tripudio di autocommiserazione. da qualche parte ho ancora il mini CD.

1999.
Il secondo anno emiliano va meglio. Gioco a pallone come un matto. Vado al cinema come non succederà mai più. Si allarga la cerchia degli amici reggiani. Alcuni mi diventano davvero cari. Ma non sono a casa, e non mi sento a  casa quando torno in Salento. E’ una sensazione le cui propaggini avverto ancora oggi, e certo piacere non mi fanno. Faccio qualche esame in più, non manca molto, ma odio quello che faccio e quello che studio. la voglia di mandare tutto al diavolo c’è ancora, ma prevale la mia atavica pigrizia e la mia profondissima codardia. Mi vivo addosso, con meno tragicità ma con non meno tristezza. Ho 24 anni ma ne ne sento addosso il triplo. Guardo Dawson Creek e a volte mi commuovo. Mi commuovo spesso, ora che ci penso, per tantissime cose. Per certi versi sono sull’orlo di un pianto continuo, ma dentro ormai il cinismo ci ha fatto il nido, e da allora non se n’è più andato.
2000.
Vivo il nuovo millennio macinando esami e recuperando strada. Senza alcun entusiasmo, ma con un minimo di responsabilità, ho 25 anni che cazzo. Sono spesso alla Snai a guardare la juve assieme  spacciatori e altri falliti come me. Quando torno in Salento porto mio nonno in giro a trovare i fratelli ancora vivi.  Chiedo a mio papà di insegnarmi a pescare con la canna da lancio. Passo un’estate a pescare di notte o all’alba. Prendo anche qualche mormora, guardo albe meravigliose e mi sfiguro il viso nella tramontana più feroce. Comincio a starci bene, da solo, come quando ero bambino. Quell’estate ritorna la moda dello yo-yo. Sono pure abbastanza bravo. Ho una relazione un po’ disordinata con una ventenne. Finisce con il cuore spezzato ma molt meglio così. La lascio su un treno che parte per il nord, e vado da mio nonno a mangiare un ghiacciolo. Quando lo saluto da quel momento lo guardo ogni volta come fosse l’ultima volta. Un rituale che durerà ancora quattro anni. Torno in Emilia rinfrancato dal dolore. Mi tolgo di dosso chili di sfiga e rassegnazione. Faccio improvvisazione teatrale, ballo danze irlandesi. Per qualche mese non penso a nulla. L’anno successivo, poi, tutto sarebbe cambiato. E poi sarebbe cambiato ancora tutto, di nuovo.
E quei cinque anni mi sarebbero scivolati dietro nella preistoria come una sconfitta fastidiosa ma tutto sommato accettabile, proprio perchè necessaria a tutto quello che sarebbe venuto. Una sconfitta predettami qualche anno addietro da un motivetto irresistibile  che ancora oggi mi capita di di bofonchiare in doccia.
 

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