Scene quotidiane di un campeggio familiare

27 luglio 2015

camping terrore

Memore dei suoi ruggenti anni di gioventù (quando imperversava nei campeggi pugliesi e mieteva intere piantagioni di maschi) Sunofyork quest’anno ha insistito perchè tutti e tre, marito moglie e piccola erede al guinzaglio, si andasse nei luoghi della sua giovinezza, per la precisione un campeggio per famiglie nel Gargano.
Da parte mia, ho sempre avuto una avversione preconcetta per i campeggi organizzati, sicuramente provocata dallo snobismo di ventanni passati da scout a campeggiare in modo selvaggio e libero e a concepire in quell’unica forma ribelle e probabilmente illegale il vero contatto con la natura.
Ma ho quarantanni da poco suonati, e ormai di questa e altre stronzate di convinzioni e paturnie ho fatto un bel fascio e le ho spedite in cantina, dunque ho detto sì alla mugghiera e siamo partiti destinazione Gargano, approfittando di una roulotte messa a disposizione dai munifici suoceri.
Il campeggio individuato era (da me) chiamato Feudo Crucco, per l’alta e inquietante percentuale di (civilissimi) villeggianti provenienti dalla Tedeschia, immerso nel verde delle pinete e con il mare talmente a portata di mano che se la sera avessi voluto liberarmi dell’urina in eccesso davanti alla nostra piazzola probabilmente avrei potuto centrare, con uno sforzo suppletivo vescicale, le chiare fresche e dolci acque che stavano di sotto.
La roulotte offriva comodità anguste ma sufficienti, due letti e un tetto robusto sulla testa. Conoscendo le mie capacità pratiche e la mia facilità di utilizzo di cose mai viste prima, tipo una roulotte, i suoceri si sono scapicollati ad arrivare in Gargano affrontando le code estive, il caldo lercio e il percorso rally tipico della litoranea garganica, pur di arrivare prima di me e sistemare la roulotte prima che facessi danni irreparabili.
Così, appena arrivati e con la roulotte montata di tutto punto dal parentame, abbiamo cominciato la nostra settimana da campeggiatori. Una settimana costellata da alcuni punti salienti che in modo conciso vado testè a descrivere in questi sotto capitoli.

NO PLACE FOR ELEGANCE
Devo dire che il campeggio mi ha subito conquistato perchè è un posto frequentato da gente assolutamente scazzata che veste informale dalla mattina alla sera. In campeggio non devi mai preoccuparti di quello che hai indosso, letteralmente. Metà della gente perennemente in ciabatte e costume a qualsiasi ora, o vestiti di abiti a caso indossati probabilmente al buio. Ho visto diversi bimbi nudi aggirarsi come membri di una strana tribù equatoriale, persino un dodicenne in bici con tanto di inquietante pisellone di fuori. Ovviamente, ça va sans dire, non me lo sono fatto ripetere due volte, ed anch’io vagavo per il campeggio quasi sempre in costume da bagno (intendo un bel succinto costume nero, non il boxer) e ciabatte, la sera al massimo mettevo una maglietta (sempre la stessa) ma non i pantaloncini, sicchè sembravo nudo dalla cinta in giù. Altre volte mettevo i pantaloncini ascellari ma non la maglietta. Unico accessorio per il mio personalissimo outfit, un bel rotolo di carta igienica al posto del borsello. Perchè? Leggere sotto.

NON E’ UN POSTO PER STITICI
Ahimè, e devo dire che me l’aspettavo, il campeggio risveglia la stipsi dormiente di decine e decine di campeggiatori, e nel mio caso si fa anche poca fatica, essendo la stitichezza mia non gradita compagna del quotidiano da un buon quarantennio. Magari è solo una questione psicologica, o magari pratico-logistica, fatto sta che non avere un bagno personale e sopratutto a portata di chiappa ha fatto si che per buona parte della settimana io abbia vagato affranto con un rotolo di carta igienica alla ricerca dello stimolo perduto. Per chi di voi si stesse facendo una risata, e per chi di voi è in possesso di un intestino che si srotola a comando una o due volte al giorno scosso come manco un pitone indiano, beh, non potete capire fino in fondo. Noi con l’intestino pigro viviamo nell’attesa diuturna di uno stimolo, di un segnale divino (tipo il padre di Portnoy nel libro di Roth, per chi l’avesse letto). Spesso accade che per giorni interi nulla si faccia sentire. Ma quando arriva il momento, allora bisogna schizzare in bagno come sparati da un cannone, avendo però l’accortezza di non muoversi troppo col bacino, perchè il nostro intestino è in equilibrio come su un crepaccio: una mossa sbagliata e tutto tornerà fermo.

Adesso prendete uno stitico e mettetelo in campeggio. Arriva lo stimolo e il bagno è a 150 metri. Comincia la transumanza, 3 minuti di passeggiata rapida ma senza correre, tipo marcia olimpica, si arriva in bagno, si pulisce la tazza, si improvvisa un copriwater, ci si siede e poi? E poi un bel niente. Silenzio, come se fossimo da soli nel deserto. Quindi a rivestirsi, si esce dal bagno, ci si riavvia alla roulotte, tutto questo per tornare al bagno dopo 5 o 30 o 50 minuti, sempre con lo stesso effetto. Per noi stitici lo stimolo è un attimo fuggente. Carpe stronzum. Un bagno lontano e scomodo significa che nel frattempo torna la bassa marea, e il campeggio prosegue con una bella panza gonfia e un senso di pesantezza poco simpatici. Per ovviare al problema ho fatto fuori metà del raccolto 2015 di prugne secche californiane, ma non è servito. Solo una piccola purghetta ha risolto parzialmente il problema ed ha sventrato un intestino che pareva corazzato di piombo. Nel frattempo anche la bimba (che pare aver ereditato, oltre al gruppo sanguigno e a molti tratti somatici, anche tutte le nevrosi paterne) soffriva di stitichezza. Immaginate che bella settimana per Sunofyork, circondata dalla stipsi, a parlare col marito di stimoli e puzzette e a cercare di tirar fuori la cacca della bimba con due pinze… Leggi il seguito di questo post »


Colonna sonora degli anni più complicati della mia vita

24 luglio 2014

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Per molte persone i ventanni hanno rappresentato e rappresentano gli anni più intensamente vissuti della loro vita.

Sono gli anni dell’università, del cazzeggio, degli esami a singhiozzo, della convivenza selvaggia con altri cazzoni come te. Sono anni di cinema, sport, viaggi estivi, estati ancora ragionevolmente lunghe. Nessun lavoro ancora ad incasellarti e a mangiarti il tempo libero, i soldi te li dà papà, e anche se non sono molti, sono comunque gratis, maledetti e subito.
Sono anni di sbronze con vino pessimo i cui vuoti sono collezionati sulle ante della cucina, di relazioni fisse a simulare un precoce matrimonio, oppure di turbinosi rapporti sessuali senza fissa dimora, sono anni in cui si ha persino il tempo e la presunzione di voler scrivere il grande romanzo italiano, o di sedere ad un tavolino di un bar dissertando di Celine dopo essersi limitati ad ascoltare Capossela.

Beh, per me i primi ventanni sono stati complicati. Noiosi. Pesanti. Sicuramente gli anni più insensati e sprecati della mia vita.
Nulla di grave, per carità. Nessun dramma, nessun lutto, nessuna malattia.
Semplicemente, un ordinario caso di post-adolescenza protrattosi magari un po’ più a lungo. Cosa ci faccio qui, voglio davvero crescere, voglio disperatamente una donna, il futuro mi spaventa e la gente attorno a me, ora che comincio a conoscere la vita fuori dalla famiglia, comincia a farmi schifo. Insomma, le solite cose.
Il quinquennio 1995-2000 è stato dunque il periodo più insulso della mia vita. Compiuti i ventanni, mi sono accorto che le cose attorno a me e dentro di me si stavano complicando. E ancor più si sarebbero complicate in futuro. La vita però continuava, le cose accadevano, ed eravamo nel pieno degli anni ’90. E come spesso capita, c’erano un sacco di canzoni a fare da colonna sonora, a volte triste, a volte esaltante, a quegli anni crudeli in cui crescevo vorticosamente, eppure mi sembrava di rimanere fermo ad un palo, a guardare la gente passarmi davanti quasi ad ostentarmi in faccia la mia stessa inadeguatezza.

1995.

Il mio primo anno di università fu sufficiente a farmi accorgere che avevo preso una cantonata. Di quelle serie. Giurisprudenza mi faceva cagare, quello che studiavo era nella migliore delle ipotesi noioso, l’ambiente universitario era una palla, ed i miei compagni di università erano delle dita in culo proiettate sui loro sogni da notai o da magistrati. Un intero inverno in treno ad andare e venire dal Salento all’Emilia, ogni settimana, con un pesante walkman ad ascoltare i Beatles nelle cuccette notturne che puzzavano di scoregge, attutendo il russare del panzone di turno. Rimango indietro col piano di studi neanche il tempo di finire i primi corsi, per la prima volta mi accorgo studiare non mi riesce naturale come è sempre stato, ed è frustrante. C’è chi all’università decolla, c’è chi frana. Io franavo. Poi viene l’estate, l’estate più piovosa del secolo, almeno in Salento. Ricordo temporali, acquazzoni, un freddo porco. Giocando a pallone mi lesiono un legamento, passo l’estate con una ginocchiera e facendo infiltrazioni di cortisone. L’inossidabile gruppo di amici che mi porto dietro sin dalla pubertà all’improvviso si ossida. I primi scazzi. Le prime persone che si perdono dietro incomprensioni e sfuriate.

E quando ascolto questa canzone, penso alla pioggia e ad un’estate passata in felpa e stampella, ad aspettare che spiovesse.

1996.

L’Università prosegue stanca e sono più le sessioni di esame che rimando che quelle a cui partecipo. Non frequento più le lezioni, di sentire i professori fare un tedioso sunto dei loro libri non ne ho alcuna voglia. Ritorno giù in Salento dopo un’annata mortale passata in Emilia, ma non trasferisco la sede universitaria, che rimane in Emilia forse per un’intuizione che mi salverà la vita anni dopo. Faccio la spola tra Emilia e Salento. Gli esami sono un orrore. Le iscrizioni sono ancora manuali in bacheca, ed essendo fuori sede devo telefonare ad un’agenzia che ti iscrive per la modica cifra di 5 euro. Le sessioni durano un paio di giorni di media, la facoltà di giurisprudenza pullula di aspiranti Di Pietro, passo il tempo a friggere nelle aule affollate di gente terrorizzata. Mi lascio con la mia ragazza dopo 5 anni. Rimando un paio di esami scolvolto. Giro il Salento in vespa con Gastone. L’estate passa malmostosa. In radio passa un pezzo dance un po’ criptico e non privo di ipnotica tristezza. Vorrei averlo ballato in discoteca come facevano i miei coetanei. Ma avevo la scopa nel culo.

1997.

Sono ancora in Salento, gli esami sgocciolano lenti, faccio il capo scout e ne faccio quasi un mestiere. La mia vita in Salento è triste. Mi guardo in faccia con i miei amici di sempre, i sabati sera passati a far niente, e da qualche occhiata profonda scambiata su un balcone in periferia mi accorgo che un paio di loro, come me, sono stanchi di star qui. L’estate la passo giocando a tennis e arrivano le prime sconfitte dopo una vita da imbattuto. Mi tolgo i primi nei di una lunga serie. Giocando a ping pong mi si aprono i punti e da allora avrò per sempre un buco nella schiena come se mi avessero sparato. A settembre con i miei amici vado a Reggio Emilia per lo storico concerto degli U2. Io non entro, non ne ho voglia, rivendo il mio biglietto. Passo la serata in un parco a forma di diamante, e il resto della notte ad aspettare il ritorno degli amici in uno stanzone prestatoci da amici di amici, guardando Telemarket. E decido, mentre per un pezzo di Emilia rimbombano i decibel del concerto, che è ora di darci un taglio. Un mese dopo faccio i bagagli e mi trasferisco in Emilia, definitivamente.

1998

Il primo anno emiliano è il più crudele degli anni. Spaesamento, freddo, solitudine e altre sfighe minori. Vivo in una casa gelida, non ho mai cucinato in vita mia e i primi mesi mi salvano toast e sofficini. Imparo a fare la moka e mi sembra chissà quale conquista. Mi innamoro non ricambiato. Scrivo storie divertenti, assieme a qualche stronzata pretenziosa. Passo moltissimo tempo da solo, quando sono depresso vado in libreria o mi infilo nei centri commerciali a non comprare niente o vado in duomo a guardare i quadri degli altari laterali. Faccio sempre meno esami. Li passo tutti, ma ne faccio sempre meno. Raggiungo il picco di insensatezza e mi chiedo se non sia il caso di mollare tutto e andarmene affanculo. Il capodanno lo passo sulla neve in una macchina gelata con due amici dopo una serata di discorsi tristi e colpi di pistola dai balconi delle case. L’estate la passo in Salento giocando a ping pong e a leggere in spiaggia di pomeriggio. Ho 23 anni e quell’estate la passo con mia sorella. Che non è mia sorella per davvero, ma da quell’estate sarà mia sorella minore, e per molti anni saremo davvero uniti. La sua vitalità, le nostre lotte nel mare e i caffè in ghiaccio di sua madre mi tengono a galla.
Quell’anno Natalie Imbruglia impazza in radio come una condanna. ma c’è sopratutto un gruppo che spara un gran bell’album pop, per poi scomparire nel nulla. Mi crogiolo con il loop di questa canzone, in un tripudio di autocommiserazione. da qualche parte ho ancora il mini CD.

1999.
Il secondo anno emiliano va meglio. Gioco a pallone come un matto. Vado al cinema come non succederà mai più. Si allarga la cerchia degli amici reggiani. Alcuni mi diventano davvero cari. Ma non sono a casa, e non mi sento a  casa quando torno in Salento. E’ una sensazione le cui propaggini avverto ancora oggi, e certo piacere non mi fanno. Faccio qualche esame in più, non manca molto, ma odio quello che faccio e quello che studio. la voglia di mandare tutto al diavolo c’è ancora, ma prevale la mia atavica pigrizia e la mia profondissima codardia. Mi vivo addosso, con meno tragicità ma con non meno tristezza. Ho 24 anni ma ne ne sento addosso il triplo. Guardo Dawson Creek e a volte mi commuovo. Mi commuovo spesso, ora che ci penso, per tantissime cose. Per certi versi sono sull’orlo di un pianto continuo, ma dentro ormai il cinismo ci ha fatto il nido, e da allora non se n’è più andato.
2000.
Vivo il nuovo millennio macinando esami e recuperando strada. Senza alcun entusiasmo, ma con un minimo di responsabilità, ho 25 anni che cazzo. Sono spesso alla Snai a guardare la juve assieme  spacciatori e altri falliti come me. Quando torno in Salento porto mio nonno in giro a trovare i fratelli ancora vivi.  Chiedo a mio papà di insegnarmi a pescare con la canna da lancio. Passo un’estate a pescare di notte o all’alba. Prendo anche qualche mormora, guardo albe meravigliose e mi sfiguro il viso nella tramontana più feroce. Comincio a starci bene, da solo, come quando ero bambino. Quell’estate ritorna la moda dello yo-yo. Sono pure abbastanza bravo. Ho una relazione un po’ disordinata con una ventenne. Finisce con il cuore spezzato ma molt meglio così. La lascio su un treno che parte per il nord, e vado da mio nonno a mangiare un ghiacciolo. Quando lo saluto da quel momento lo guardo ogni volta come fosse l’ultima volta. Un rituale che durerà ancora quattro anni. Torno in Emilia rinfrancato dal dolore. Mi tolgo di dosso chili di sfiga e rassegnazione. Faccio improvvisazione teatrale, ballo danze irlandesi. Per qualche mese non penso a nulla. L’anno successivo, poi, tutto sarebbe cambiato. E poi sarebbe cambiato ancora tutto, di nuovo.
E quei cinque anni mi sarebbero scivolati dietro nella preistoria come una sconfitta fastidiosa ma tutto sommato accettabile, proprio perchè necessaria a tutto quello che sarebbe venuto. Una sconfitta predettami qualche anno addietro da un motivetto irresistibile  che ancora oggi mi capita di di bofonchiare in doccia.
 

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Appunti a Mondiale in corso

4 luglio 2014

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Questo Mondiale di calcio sta scorrendo in un’atmosfera in parte surreale. Il periferico eremo bolognese in cui viviamo fa sì che la visione delle partite, di solito massimo momento di convivialità alcolica con fratelli ed amici, sia stata da me fruita nella più completa solitudine.
Italia Inghilterra, complice l’orario notturno, è stata vista con Sunofyork a volume basso e rigorosamente seduti sul divano, perchè la bimba dormiva e non potevamo interrompere un miracolo come quello. Io sono abituato a vedere le partite della Nazionale e della Juve in piedi, zompando, smoccolando, ruttando, scattando verso il televisore o mimando il gesto atletico che il giocatore avrebbe dovuto fare, producendomi in beceri insulti razzisti o in cori ultrà pieni di parolacce rimate.
Vedere la partita seduto e composto ha fatto sì che io dovessi sfogare la mia ansia in altri modi, accanendomi sulla consorte al mio fianco, oggetto di calcetti, pizzicotti, strette al braccio al limite della frattura, e frasi sconnesse, isteriche, urlate nel silenzio. Ai due gol dell’Italia, non potendo seguire una fragorosa esultanza, mi sono fiondato insensatamente a mordere il braccio mogliesco come si fosse una costina alla brace.
Le due successive partite, giocate in pieno pomeriggio, vedevano presente anche l’erede che, noncurante dell’importanza dell’evento televisivo nazionale, reclamava attenzioni che solo in parte le venivano assicurate. La tristezza delle due sconfitte e la noia mortale dello spettacolo offerto ha mitigato la stizza del dover vedere la partita inseguendo la bimba nelle sue peregrinazioni a caccia di un serio infortunio domestico, costruendo torri con le costruzioni alla cieca, con gli occhi a palla sullo schermo, o cantando canzoni dello zecchino senza poter sfogare l’istinto barbaro e primordiale che solo il calcio richiama dal subconscio. Leggi il seguito di questo post »


Trekking vegan style

24 giugno 2014

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Nostalgici dei bei tempi andati che furono, quando adolescenti con foulard al collo zompettavamo per le montagne zaino in spalla, ricapita ogni tanto che noi amici di sempre ci ritroviamo possibilmente una volta l’anno, per camminare in montagna giusto il tempo di un week end.
Il tempo ci ha portato in dote figli ed impegni lavorativi, oppure si è divertito a sballottarci chi qua e chi là, e qualcuno addirittura si ritrovano esiliato oltre oceano, ma anche quest’anno siamo riusciti a ritagliarci una due giorni di salite, aria buona e schiena a pezzi.
Certo, persi per strada Il Merda, disperso nel contado di Washington DC, e Il Dottor Kildare, impegnato in un massacrante turno di segaggio ossa in pronto soccorso, siamo rimasti in tre: il sottoscritto, Gastone e Vlad.
Sobbarcatami l’organizzazione logistica, ovvero il dove si va, quando si va, come ci si arriva e quando si torna, ho lasciato a Gastone la restante parte inerente il recupero di una tenda e la spesa per la cena davanti al fuoco della sera. E qui mal me ne incolse.
Perchè il buon Gastone, per per quasi quarantanni della sua vita ha divorato carne di qualunque specie animale commestibile, protetta o non protetta che fosse, addentando bancali di costate di manzo ogni volta come se fosse l’ultima, ripulendo le ossa delle braciole o dei fusi di pollo come manco i cani, sprofondando le ganasce fin dentro le pentole di carne di cavallo dal sugo riemergendone sporco, felice e mai del tutto sazio, beh, quest’uomo qui è diventato vegetariano, con spiccata tendenza al veganesimo.
Ora, quando di solito si fanno scelte epocali come queste, c’è normalmente di mezzo una donna. E siccome le uniche scelte epocali di Gastone, nella sua gattesca esistenza, sono sempre uscite fuori dalla sovrana influenza che nella sua vita hanno avuto le donne che si voleva fare, o che si è fatto, o che si è fatto più volte, o con cui si è fidanzato, o con cui si è sposato, o con cui ha avuto dei figli, è stato abbastanza facile riconoscere lo stampino di sua moglie nella sua scelta di rinunciare a mangiare carne.
La Milanese, è di lei che stiamo parlando, lentamente ha abbandonato molteplici fonti di alimentazione animali, e probabilmente mentre sto scrivendo è arrivata fino alla variante in cui si filtra persino l’acqua per evitare di mangiare microorganismi.
Il suo fido marito l’ha seguita, in più maturando con gli anni tutta una serie di fastidi alimentari che rendono oggi Gastone, uno che pochi anni fa si mangiava persino la carta delle merendine, un personaggio difficile da rifocillare, se lo si ospita a casa propria.
E’ in questo quadro di cose che Gastone assieme a Vlad si presenta a casa mia una sera bolognese di inizio giugno, proveniente da Milano. La spesa, dice, l’ha fatta lui, mangeremo davanti al fuoco solo verdure grigliate, fagioli, con gran finale di pannocchie. Io e Vlad ci guardiamo in faccia, e già presentiamo i morsi della fame in aperta montagna.
Per la serata bolognese ho preparato una cena fredda, rigorosamente senza carne, per chi volesse approfittarne. Gastone ha fame, e si fionda sulla pasta alla crudaiola che ho preparato, ma scartando minuziosamente tutti i pomodori.
– Perchè non li mangi?
– Perchè la sera non riesco a digerirli.
– Ah. Vabè, vuoi un po’ di vino?
– No, non bevo vino da due anni.
– Come!! E da dove salta fuori sta storia? Ma se prima bevevi direttamente dalla bottiglia come i clochard.
– Mi fa venire la gastrite.
– Andiamo bene. Va be, per domattina ti ho preso il latte per colazione, ci sono anche le Macine.
– No, non bevo più latte da tempo.
– Ziocane, ma se prima bevevi un litro di latte a colazione assieme a mezzo chilo di biscotti dentro, e ingollavi sto preparato che pareva calcina a presa rapida!!
– Non lo digerisco, se hai dei cereali mangio quelli.
– Da soli?
– No ci metto del caffè e dell’acqua in una tazza.
– Dell’acqua?
– Si.
– Cristosanto.

L’indomani si parte in macchina alla volta della località appenninica in cui andremo a camminare.
– Preso tutto?
– Si, Vlad, prendi la busta con dentro la spesa per stasera.
– Quale busta, Gastone? L’hai presa tu la busta.
– No, io ho preso lo zaino, la busta col cibo che era in treno sul bagagliaio..
– ….
– Non dirmi che abbiamo dimenticato in treno la busta con dentro 40 euro di spesa biologica!! No, puttana eva, no!!
Gastone sarà pure diventato vegetariano, ma non ha perso il gusto per la profanazione divina, considerato che, nella mezz’ora seguita alla terribile scoperta di essersi fumato una spesa bio-vegan delle bellezza di 40 euro, masticherà macrobiotiche bestemmie come fossero chewingum. Leggi il seguito di questo post »


L’esercito del selfie

5 dicembre 2013
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Se c’è una cosa che Internet ha senza dubbio peggiorato nella vita dell’uomo, è che qualsiasi stronzata di moda oggi si propaga alla velocità della luce, divenendo una stronzata collettiva nel giro di qualche giorno, dagli Appennini alle Ande,dal Manzanarre al Reno

Una volta le mode, i vezzi, le puttanate facevano un lungo giro di passa parola, e l’unico mezzo di massa che ne aiutava la proliferazione virale era la televisione, che però, pure lei, era profondamente provinciale, e ci metteva un po’ a collegare i vari pezzi di mondo.

Con Internet, e in particolare con quegli immondezzai che sono diventati ben presto i social network, le mode dilagano, si moltiplicano, inondano il mondo. Da una parte Internet è come al solito il fedele e neutro specchio dell’idiozia umana. Facebook e twitter sono meno neutri, perchè sono nati e fanno soldi proprio grazie ai cumuli di stronzate che nella rete girano e girano e girano.

Anche per me, che sono fuori da Facebook da sempre e fuori da Twitter da qualche mese, è ben difficile non essere letteralmente sommerso dal ciclico vagare delle social-stronzate.

Potrei citare casi su casi, ma quello che mi viene in mente oggi è il dilagare di questa moda del “selfie”, ovvero del farsi un autoscatto con lo smartphone alla minima stronzata.

Anche prima capitava, anche ad avere una comune macchina fotografica, che si fotografasse un qualche evento che interrompeva la routine della nostra quotidianità. Che ne so, i romantici fotografavano un tramonto particolarmente bello o una coppia di vecchietti abbracciati su una panchina, gli amanti del pulp un tamponamento in tangenziale, i voyeurs una coppia che limona duro in spiaggia. Poi la tecnologia ha concesso di filmare video senza telecamere ingombranti, ed è iniziata la produzione di contenuti vari, di cui internet e youtube in particolare sono stati i recettori principali. Poi, con il delirio dello smarphone, non se n’è capito più niente. Leggi il seguito di questo post »


Il web 2.0 mi ha rotto le palle (Parte III: la fuga dei ratti dai muri)

3 novembre 2013
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In questa gigantesca rete dell’idiozia, grande quanto il mondo, ci siamo caduti tutti:
1) i ragazzini che si minacciano di morte a vicenda per difendere l’onore della loro boyband;
2) gli adolescenti che riprendono le loro stesse risse da ubriachi o le palpate alle coetanee;
3) i ventenni universitari che gonfiano kilometri di polemiche su ignobili cazzate, o che cercano di diventare twitstars arrovellandosi il cervello su cosa postare di straordinariamente intelligente;
4) i padri o le madri di famiglia che postano 72 foto al giorno del proprio figlio, pannolino sporco di merda liquida compreso;
5) i trentenni artistoidi sedicenti intellettuali che di professione fanno o vorrebbero fare le blogstar in attesa che qualcuno gli pubblichi il fenomenale romanzo italiano che hanno nel cassetto e che nel frattempo ci ammorbano con il loro fine senso estetico, la loro incorrotta moralità antiberlusconiana, la loro stravolgente incuranza dei canoni borghesi, piccoli bukowskini tutti uguali  in fila per sei col resto di due, che ti fanno pensare a quanto talento incompreso e sprecato ci sia nel sottobosco di questo paese.
Ora, i ragazzini e gli adolescenti hanno la scusa di essere adolescenti. Si tratta di ragazzi con poche e confuse idee, privi ancora della necessaria dose di empatia, che si fanno spazio nel loro spietato e cattivo mondo con i loro consueti modi privi di misura. E che usano facebook con la stessa ottusa e acerba violenza con cui si gridano in faccia invece di parlare, o fanno gli alternativi vestendosi tutti identicamente come gonfi pagliacci, o gli esibizionisti narcisoidi allo stesso modo con cui occupano eroicamente e senza motivo la loro scuola d’autunno.
Gli universitari hanno la scusa che non hanno un cazzo da fare, e passano le loro toste giornate a girovagare per i portici di via zamboni (o i corrispettivi luoghi dello struscio accademico per i non bolognesi) o bere scadente vino da 1 euro al litro per poi collezionarne le bottiglie sui pensili della cucina dissertando confusamente su autori mai letti e musica mai ascoltata.
Gli adulti non hanno scuse, dovrebbero avere idee e cucuzza sufficienti, ma sono peggio degli adolescenti e degli universitari, come in tutte le cose della vita.
Avete mai letto i commenti agli articoli dei giornali online? Lì c’è la conferma che la razza umana meriterebbe l’estinzione mediante dolore. Che la prossima generazione di esseri umani dovrebbe nascere monca di lingua e arti per digitare, come contrappasso. Gli adulti usano gli spazi per esprimere le proprie opinioni producendo una concentrazione di insulsa ignoranza, di insipiente saccenza, di vigliacchissima violenza verbale, di razzismo becero in ogni forma consueta o meno. Commentano ogni cosa dall’incidente stradale ai tatuaggi di Belen, e danno il meglio di sè quando c’è di mezzo un immigrato o un frocio o una qualunque minoranza diversa dalla loro merdosissima maggioranza di stronzi.
Insomma, il 2.0 ha attirato nella rete una sconfinata colonia di ratti che dalle loro tane non fanno altro che cliccare e digitare con l’ossessione tipica dei disturbati mentali. Per loro internet non è un gioco: internet è lo spazio che viene loro negato nella vita vera, e che non riflettono sul perchè, nella vita vera, nessuno li si incula di pezza: non perchè siano delle povere vittime della negazione della libertà, ma perchè nella vita vera le loro cazzate passano indisturbate come scoregge che manco puzzano. Internet è il loro modo di uscire dai muri. Su internet invece questa gente ritrova il fiero orgoglio da troll di ammorbarci con la loro merda in forma di post. Leggi il seguito di questo post »

Il web 2.0 mi ha rotto le palle (Parte II: l’assordante caciara dei social network)

2 novembre 2013
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Comunicare è da insetti: esprimerci ci riguarda” (Manlio Sgalambro)
Perchè mi sono rotto le palle del web 2.0?
Perchè odio le chiacchiere inutili. La gente che tiene voglia di parlare e non sta mai zitta. Le loro voci ciarlanti che si sovrappongono e producono solo rumore. E poi la gente che si sbraccia, che gesticola, che ti tira per la giacchetta. E le parole che nessuno sente perchè tutti sono impegnati a pensare cosa dire poi.
Ho sempre odiato trovarmi in un bar a sorseggiare il cappuccino col giornale, e sorbirmi ogni fallito avventore quotidiano che ti dice la sua sul mondo, sul calcio, sulla figa.
Ho sempre detestato i viaggiatori di treno che ti attaccano bottone perchè non sanno stare zitti per due ore consecutive, e ti ammorbano con discorsi inutili sui massimi sistemi salvo poi andarsene senza manco salutarti.
Ho sempre deriso i battibecchi tra militanti politici, tra tifosi di calcio, tra maniaci di cinema, perchè ho sempre detestato la caciara, la presunzione, la mancanza di pazienza che la gente manifesta nel non saper ascoltare, la fretta con cui giudica e condanna, e la facilità con cui si contraddice.
Ho dunque sempre cercato di fuggire quei luoghi sociali in cui è più facile incontrare questi professionisti della parola, del finto confronto, del rumore di pensieri gettati lì alla cazzo.
E diciamo che ci sono anche riuscito, per lo meno in buona parte.
E poi cosa succede? Che te li ritrovi tutti sul web.
I fanatici del bar dello sport, i maniaci del cineforum del venerdì, gli scassacazzo che strologano in treno, i militanti politici che te la menano a cena. Hanno tutti traslocato. Sono tutti connessi, col loro smartfon o aipad o sailcazzo che cosa, e passano la giornata a postare, tuittare, retuittare, taggare, commentare, linkare, farsi bannare. Sono tutti in rete, e da quando tutti parlano in rete c’è un casino, una sovrabbondanza di parole che nessuno poi legge, una totale mancanza di confronto, una mica tanto sottile violenza vigliacca, che francamente la metà mi basta per tagliare la corda.
I social network, in tutto questo, sono solo il punto di arrivo di come si sia riusciti a mandare in vacca anche una cosa bella come internet. Leggi il seguito di questo post »