A Faber, come ogni anno

11 gennaio 2011

(Come ogni anno, il mio pensiero per Fabrizio De Andrè, in un post pubblicato l’11 gennaio di due anni fa).

Una sciarpa del Genoa annodata al Collo

Once upon a time in Terronia: 16 years ago.

Già a dicembre si era sparsa la voce che De Andrè sarebbe venuto a cantare nell’unico teatro della città, durante il suo tour. Molti di noi si erano messi a caccia dei biglietti, ma erano scoraggiati dai prezzi mostruosi a prova di usura. Pezze al culo come eravamo ce li potevamo solo sognare.

Durante una cena natalizia, mia madre ad un certo punto se ne esce con:

“Sai che quell’astrologo che frequentiamo noi, Pinco Pallino?  Beh,  è molto amico di De Andrè. Ha detto che se vuoi ci procura i biglietti.” La mia risposta fu entusiasta: “Come no. Certo che ve li beccate tutti voi, i cazzari…”

Passa qualche giorno, mia madre rientra da lavoro e mi sbatte sul tavolo due biglietti di platea per il concerto. E aggiunge: “ha detto l’astrologo che se vogliamo ha dei posti liberi per la cena dopo il concerto, dove va a mangiare De Andrè coi musicisti”.

Assumere ancora una volta la postura a metà tra uno  spaccone e San Tommaso non me la sentivo, con quel popo’ di biglietti che mi ritrovavo in mano, quindi decisi di mangiare la foglia e scegliere la via dell’umiltà: “Va bene, sarebbe bello”. Dentro di me però pensavo, minchia è proprio un cazzaro.

Arriva il sabato del concerto. Siamo io e mia madre, accompagnati da mio padre, che aspetta fuori per raggiungerci solo a cena. A lui di De Andrè non fregava nulla, ma dico nulla, anzi, disprezzava tutti sti cantautori ricchi di sinistra tanto pieni di buone intenzioni, sti microintellettuali rintanati nelle loro magioni a descrivere vite e difficoltà che non avevamo mai vissuto in prima persona, sti snob ipocriti e scaltri che si facevano pagare 20 milioni a concerto, sti... insomma, s’è bello che capito, al mio elettore (allora) missino preferito i cantautori stavano sui coglioni.

Tre ore di concerto, canzoni e intermezzi di parole.  Attenzione. In uno di questi intermezzi De Andrè si mette a parlare del modo usato per tradurre le canzoni di Brassens. Parla di traduzioni libere, che lui prediligeva, e di traduzioni letterali, che odiava, portando ad esempio una meccanica traduzione di latino di un passo delle Catilinarie di Cicerone pretesa dal suo professore di latino quand’era studente. Mi accorgo però, da bravo secchione con la mia media dell’8 in latino, che citando quel passo lo stava traducendo male,  tramutando Cicerone nell’avvocato, anzichè nell’accusatore di Catilina. Vi viene il latte alle ginocchia? Sappiate che questo punto è tristemente cruciale per il seguito.

Usciamo e incontriamo mio padre, infreddolito e affamato. Sono  le 11 e mezzo, e per quanto siamo nel meridione d’Italia, non siamo  certo in Andalusia, e a quell’ora se non hai mangiato ti vengono i crampi, sopratutto se sei mio padre. Ci rechiamo al ristorantino in centro indicatoci, è aperto, diciamo chi siamo, e ci fanno entrare, insomma cazzo comincio a credere che il tutto sia vero. Ci mettiamo al tavolo, attendiamo. Mio padre, nervoso e poco a suo agio, sopratutto affamato come un lupo, comincia a tampinarmi coi suoi “figuriamoci quanto ci farà aspettare la rockstar, io tengo fame, perdio, io adesso ordino lo stesso”, e mia madre a placarlo e trattenerlo. Mio padre sa essere uno straordinario iconoclasta, quando gli gira, e distruggere i miti creati dalle persone è un compito, se non proprio un piacere, che si autoassegna ancora oggi con dedizione. Quella sera aveva deciso di distruggermi De Andrè. E l’occasione gli venne servita sul piatto d’argento dopo appena dieci minuti, quando alla chetichella arrivò dapprima tutta la band, infine, ve lo giuro sul canguro, arrivò proprio lui. Leggi il seguito di questo post »

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Una sciarpa del Genoa annodata al collo

11 gennaio 2009

deandre

Once upon a time in Terronia: 16 years ago.

Già a dicembre si era sparsa la voce che De Andrè sarebbe venuto a cantare nell’unico teatro della città, durante il suo tour. Molti di noi si erano messi a caccia dei biglietti, ma erano scoraggiati dai prezzi mostruosi a prova di usura. Pezze al culo come eravamo ce li potevamo solo sognare.

Durante una cena natalizia, mia madre ad un certo punto se ne esce con:

“Sai che quell’astrologo che frequentiamo noi, Pinco Pallino?  Beh,  è molto amico di De Andrè. Ha detto che se vuoi ci procura i biglietti.” La mia risposta fu entusiasta: “Come no. Certo che ve li beccate tutti voi, i cazzari…”

Passa qualche giorno, mia madre rientra da lavoro e mi sbatte sul tavolo due biglietti di platea per il concerto. E aggiunge: “ha detto l’astrologo che se vogliamo ha dei posti liberi per la cena dopo il concerto, dove va a mangiare De Andrè coi musicisti”.

Assumere ancora una volta la postura a metà tra uno  spaccone e San Tommaso non me la sentivo, con quel popo’ di biglietti che mi ritrovavo in mano, quindi decisi di mangiare la foglia e scegliere la via dell’umiltà: “Va bene, sarebbe bello”. Dentro di me però pensavo, minchia è proprio un cazzaro.

Arriva il sabato del concerto. Siamo io e mia madre, accompagnati da mio padre, che aspetta fuori per raggiungerci solo a cena. A lui di De Andrè non fregava nulla, ma dico nulla, anzi, disprezzava tutti sti cantautori ricchi di sinistra tanto pieni di buone intenzioni, sti microintellettuali rintanati nelle loro magioni a descrivere vite e difficoltà che non avevamo mai vissuto in prima persona, sti snob ipocriti e scaltri che si facevano pagare 20 milioni a concerto, sti... insomma, s’è bello che capito, al mio elettore (allora) missino preferito i cantautori stavano sui coglioni.

Tre ore di concerto, canzoni e intermezzi di parole.  Attenzione. In uno di questi intermezzi De Andrè si mette a parlare del modo usato per tradurre le canzoni di Brassens. Parla di traduzioni libere, che lui prediligeva, e di traduzioni letterali, che odiava, portando ad esempio una meccanica traduzione di latino di un passo delle Catilinarie di Cicerone pretesa dal suo professore di latino quand’era studente. Mi accorgo però, da bravo secchione con la mia media dell’8 in latino, che citando quel passo lo stava traducendo male,  tramutando Cicerone nell’avvocato, anzichè nell’accusatore di Catilina. Vi viene il latte alle ginocchia? Sappiate che questo punto è tristemente cruciale per il seguito.

Usciamo e incontriamo mio padre, infreddolito e affamato. Sono  le 11 e mezzo, e per quanto siamo nel meridione d’Italia, non siamo  certo in Andalusia, e a quell’ora se non hai mangiato ti vengono i crampi, sopratutto se sei mio padre. Ci rechiamo al ristorantino in centro indicatoci, è aperto, diciamo chi siamo, e ci fanno entrare, insomma cazzo comincio a credere che il tutto sia vero. Ci mettiamo al tavolo, attendiamo. Mio padre, nervoso e poco a suo agio, sopratutto affamato come un lupo, comincia a tampinarmi coi suoi “figuriamoci quanto ci farà aspettare la rockstar, io tengo fame, perdio, io adesso ordino lo stesso”, e mia madre a placarlo e trattenerlo. Mio padre sa essere uno straordinario iconoclasta, quando gli gira, e distruggere i miti creati dalle persone è un compito, se non proprio un piacere, che si autoassegna ancora oggi con dedizione. Quella sera aveva deciso di distruggermi De Andrè. E l’occasione gli venne servita sul piatto d’argento dopo appena dieci minuti, quando alla chetichella arrivò dapprima tutta la band, infine, ve lo giuro sul canguro, arrivò proprio lui. Leggi il seguito di questo post »