Fenomenologia del concorsista (capitolo I, Geografia)

22 febbraio 2010

Nella mia vita precedente di cazzeggiatore professionista, laddove ogni mio sforzo era proteso fino allo spasmo nel cercare di rimandare il più possibile il giorno in cui avrei dovuto lavorare sul serio, ho provato mille strade per provare a temporeggiare, a menare il can per l’aia, insomma, a resistere disperatamente alla spada di damocle che stava per calare sul mio collo pennuto di aspirante fancazzista a vita.

La prima mossa è stata quella di laurearmi fuori corso, ma talmente fuori corso da farmi quasi dedicare un’ala della facoltà con tanto di busto in marmo e un epitaffio latino sotto accanto alle teste d’uovo che hanno reso famosa l’università di Parmaperopoli. Però succede che prima o poi ti laurei, anche se a 27 anni, ma ti laurei. Sei fuori dal mondo protetto dell’università, in cui il tuo lavoro era studiare, male e lentamente. Che fai? Ma ovviamente un’esperienza post-universitaria di 4 anni, che ti porta in tasca due lire due di elemosina, più altro tempo guadagnato facendo finta di fare il ricercatore impegnato in innovativi percorsi accademici. Poi però finisce anche quello, e a 32 anni ti ritrovi con l’ansia da lavoro. E’ forse arrivato il momento, ti chiedi? Certo che no, c’è un’ultima possibilità: i concorsi pubblici. Mettersi a studiare a tempo pieno per decine di concorsi, e rimandare ancora la ricerca dell’occupazione vera. E’ quello che ho fatto per due anni fino a pochi mesi fa (anche se nel frattempo il lavoro l’ho trovato) ed è stata un’esperienza interessante sulla quale è bene svolgere uno sforzo teorico di sistematizzazione. Cominciamo dalla mia materia preferita, la geografia.

Colui che si dedica anima corpo e culo ai concorsi proviene  9 volte su 10 dal sud. No, troppo generico, non va bene, chi prendo per il culo, tagliamola corta:  il concorsista medio proviene dalla Campania. Noi pugliesi, siciliani o calabresi siamo comparse non certo esigue, ma poche balle, l’idioma che regna sovrano nel marasma delle preselezioni nei palasport, i cognomi che vengono scolpiti nelle graduatorie pubblicate dai ministeri, i treni della speranza che partono in direzione Roma o Milano per affrontare megaselezioni nazionali, tutto ci dice che, se il lato oscuro della Forza  ha preso possesso di Darth Vader,  il lato concorsuale della Forza scorre invece vigoroso nel cittadino campano.

Ma volendo rimanere nel più vago orizzonte del meridione d’italia, è indubbio che noi zappaterra siamo i più abili compilatori di domande, i più solerti spedizionisti di raccomandate, le più voraci locuste che prendono possesso del garage dell’Ergife di Roma come della Fiera di Rho, riducendo la popolazione concorsuale di visi pallidi settentrionali a coraggiosi rappresentanti di una specie che non è in via di estinzione solo perchè lo è sempre stata.

Mentre noi figli della Magna Grecia prendiamo possesso fisico delle postazioni, facciamo amicizia con i vigilanti, ci snoccioliamo le decine di concorsi già fatti come se fossero figurine Panini da scambiare, e lamentarci con la sfiga o le raccomandazioni che ci hanno impedito di vincere, insomma organizziamo una piccola piazza coperta colorata come al nostro solito, i pochi settentrionali che hanno il coraggio di insinuarsi in quel girone dantesco si guardano straniti, pavidi, lievemente inquieti, come qualunque minoranza accerchiata da una ingorda e chiassosa maggioranza. Leggi il seguito di questo post »

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Non è un paese per Paperoga (atto primo)

16 giugno 2009

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Il paese in cui sono cresciuto e in cui ancora vivono i miei genitori è uno sgangherato ed ipertrofico postaccio in cui si annidano, mica tanto nascosti, individui irragionevoli, lividi, invidiosi, cattivi sin dagli scavati lineamenti del viso, molti dei quali presentano un colore terrastro, marciti come sono dal sole. Quando aprono bocca ne esce fuori, quasi come una fiatella pestilenziale, la più  cacofonica tra le inflessioni salentine.

Tornare a casa per me è, oltre che un dolce ritorno all’ovile, un esercizio di pazienza infinita, che necessita di controllo e training autogeno sufficiente ad impedire che io sbrocchi, come Michael Douglas in un giorno di ordinaria follia, e faccia fuori a calci nel ventre un bel po’ di questi maledetti tangheri.

Sono tornato in Terronia per un matrimonio. Il giorno dei fiori d’arancio ci sono già 35 gradi secchi secchi alle nove di mattina, ed un sole che ingiallisce la vista dell’esterno giorno quasi come in CSI Miami. Ho tre ore di tempo per spedire tre pacchetti in posta, tornare a casa, fare una doccia, vestirmi ed andare al matrimonio. Un tempo ragionevole si dirà, anzi, c’è da prendersela comoda. Ma io so che non c’è nulla di ragionevole nel posto in cui sono cresciuto. Quindi esco alle nove in punto da casa, devo comprare delle buste, scriverci sopra, andare in posta, spedirle e tornare a casa. E so già che sarà una lunga mattinata e che c’è una cosa che devo fare anzitutto: andare in posta a prendere il numero.

L’ufficio postale del mio paese è una stamberga mal coibentata che serve una popolazione di 15mila abitanti. E’ dunque sempre piena come un uovo, con pochi ed esasperati dipendenti che non so se siano più vittime o carnefici dell’inefficienza che vi alberga come un batterio invincibile. Ci arrivo a piedi ed entro. Una fiumana di gente, per lo più anziani, è già riversata dentro, io prendo il numerino e vedo che ci sono 20 persone prima di me. E poi dici che i terroni si alzano tardi e se la prendono comoda.

La cartoleria è ancora più vicina a casa mia. Il commerciante, come avviene di solito in estate nella maggior parte dei negozi del paese, non è dentro dietro al bancone che ti attende, ma fuori, e nello specifico è un ammasso di gelatina di carne seduto anzi sprofondato su una sedia, con in mano quella che ha tutta l’aria di essere una cedrata, da cui sorseggia quasi voluttuosamente con una cannuccia. Il dialogo dunque si svolge fuori.

“Buongiorno, avete delle buste per pacchi, di quelle imbottite?

“No, non le tengo quelle.”

“Sa dove posso trovarle?”

Mi guarda, guarda dietro di me e pare scuotere lievemente il capo.

“A piedi stai?”

“Si”.

“E allora niente, c’è un posto, ma sta lontano, ti serve la macchina”.

“Beh, dov’è più o meno..”

“Dritto per questa via, quasi duecento metri”

“(Mavaff…) Beh, allora è qui vicino, ci vado subito”

Ma te sta coddhra propriu cu camini comu a nu ciucciu sutta allu scattu te lu sule?”*

“Correrò questo rischio. Grazie per l’interesse, buongiorno”.

Duecento metri a piedi e a quel batrace pare la traversata nel deserto. Lo guardo ancora che mi saluta col capo mentre continua a sorseggiare la sua cedrata. Camina, fessa..**, sembra volermi dire. Leggi il seguito di questo post »


Don Vito Paperoga

24 marzo 2009

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Quando più di dieci anni fa prese forma la mia emigrazione dal fetente paesone pugliese al grande Nord emiliano, arrivai in questa enorme landa (che allora non sapevo essere tanto desolata) con mille aspettative. Aspettative nei confronti dei settentrionali, da me terrone ipercritico della mia gente ritenuti una sorta di razza superiore in quanto a civismo e rispetto del bene pubblico. Aspettative nei confronti del Nord, inteso come country of opportunity, in contrapposizione a quella selvaggia madre che sbrana i suoi figli e che di nome fa Meridione d’Italia.

Sapevo di essere un terrone, e dei probabili pregiudizi settentrionali su questo mio dna che associa tra le altre cose fancazzismo e lassismo, aggressività e permalosità, scusazionismo e piagnisteo. Sapevo anche dell’associazione di idee tra sud e criminalità organizzata, che crea nella mente di chi non è avvezzo alle terrone cose l’idea che dietro ogni meridionale si nascondano chissà quali agganci, anche indiretti, con qualche sottomandamento mafioso.

Ma ero ottimista e ben disposto, e devo dire che le mie origini meridionali questa terra emiliana non me le ha mai fatte pesare manco lontanamente, manco di striscio, a volte solo per puro sfottò, i miei amici sapendomi uno strano meridionale privo di qualsiasi orgoglio fallace dell’esserlo, lontano da permalosità o isterie da tardo brigante.

Una volta però, ed è l’eccezione che conferma la regola, le mie origini meridionali mi sono state fatte pesare e sentire nella gola e anche nel naso, come le caramelle balsamiche Victors. E devo dire che, ne converrete anche voi, nonostante sia stato oggetto di un episodio dirazzismo stupido, sono stato io quello che ci ha guadagnato dalla storia che vi sto per raccontare.

Ero in Emilia da qualche mese appena. Avevo traslocato con una Fiat Uno Van, con targa terrona, di quelle con le grate che non hanno i sedili dietro, macchine per solo uso aziendale, e che io avevo avuto in prestito. Già nelle settimane precedenti avevo avuto delle difficoltà per via della macchina. Un giorno, mi ero ritrovato un adesivo della Lega Nord attaccato vicino alla targa, ma non avevo avuto difficoltà a staccarlo. Più difficile trovare qualcuno che officiasse un rito di purificazione dopo cotanto sfregio, ma alla fine tutto si risolse. Qualche giorno dopo ero fermo ad un semaforo in città, quando mi affianca un signore, che mi chiede se sono un muratore, se mi può chiamare per dei lavori, che voi calabresi siete i muratori migliori, altro che gli emiliani, tutto questo prima che potessi dirgli che no, non ero un muratore, e di imparare bene le targhe automobilistiche, visto che la mia era evidentemente pugliese. Leggi il seguito di questo post »


Qui giacerà Paperoga

22 marzo 2009

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Quando torno al mio paese, di solito mi guardo bene dall’uscire di casa e fare quattro passi. Anzitutto, perchè è un paesaccio di quindicimila e rotti abitanti, brutto sgarrupato e popolato da gente irragionevole, in cui il tempo pare essersi sì in parte fermato, ma produce nell’aria un immobilismo tragico e per nulla affascinante. Sa di stantìo, per la precisione. Di rancido. Ecco, il mio è un paese rancido. Inoltre, l’ infanzia l’ho passata chiuso nel mio adorato sansificio dall’enorme portone di ferro verde che sbarrava il passo agli ultracorpi (leggi, i miei compaesani), e le uniche fughe erano verso la città poco distante, in cui ho fatto le scuole, il catechismo, ho trovato gli amici, la ragazza, e insomma, capirete che ben poco mi lega a questo abnorme ammasso di case spesso abusive e quasi sempre condonate.

L’unica eccezione alla regola è data dalla mia abitudine di andare al cimitero ogni qualvolta torno in Terronia. In quel caso esco di casa e mi smazzo un paio di chilometri a piedi, percorrendo una fetta di paese esemplificativa delle sue tante storture.

Anzitutto, la prima cosa che capisci vagando nel paese è che il codice della strada, come Cristo, si è fermato ad Eboli, e qua non ci è arrivato. In che senso? C’è ben poco da spiegare: ognuno sceglie il senso di marcia che gli pare, dà la precedenza che gli aggrada, parcheggia dove cazzo gli salta in testa a lui, e se osi protestare, il minimo che rischi è di assistere allo spettacolino da sceneggiata paesana che la faccia tosta di turno organizza in un misto di ignoranza manifesta e dolosa consapevolezza di essere nel torto ma sbattendosene alla grande. Il peggio che ti può capitare è che l’energumeno ti meni. O, se emergumeno non è, ti fa menare. O che dopo tre giorni ti sparisce la macchina. O te la trovi col parabrezza fracassato.

I negozi del paese, alimentari esclusi, sono un capolavoro di sovvertimento delle regole dell’economia. Non ci va nessuno, ma sono sempre aperti da quando sei nato, e saranno aperti per sempre. Probabilmente nel mio paese si usano i soldi del monopoli, oppure si ricorre ancora ad un sano baratto, del tipo io di dò dieci kili di olive in cambio di un maglione, insomma non me lo so spiegare tutta sto gran pavese di negozi aperti pieni di merce invenduta. I proprietari o le commesse sono tutti fuori, a fumare, seduti su una sedia, e aspettano che si palesi l’avventore. E mi guardano strano, di sottecchi.

Già. Perchè al mio paese non mi conosce nessuno. Da sempre. Ora, non dico che in un paesone si conoscano tutti, è una balla colossale buona per i romanzi. Però i paesani riescono a captare quando di fronte c’hanno qualcuno che non c’entra un cazzo, uno straniero, insomma uno che non è del paese. E non dico uno del paese vicino. Dico proprio uno che non sai come ci è capitato là in mezzo. Un turista, un settentrionale, uno extracomunitario, fate voi. Io per loro sono questo. Mi guardano, si chiedono sicuramente ma questo di chi è figlio e dove abita, no questo non è manco pugliese, sarà del nord. Saranno i capelli e la carnagione chiara in un paese dove trovi gente letteralmente abbrustolita, caramellata dal sole, sarà il fare discreto e silenzioso in mezzo a gente che comunica gridando e mulinando le braccia, sarà il passo incerto di chi non è mai sicuro che la traversa per il cimitero sia quella, visto che anche l’urbanistica, come Cristo e il codice della strada, si è fermata nella fottuta Eboli. Un coacervo indistricabile di viuzze tutte uguali, manco un cartello che ti indichi “di qua” o “di là”, come nella vecchia cara Paperopoli, e tu che vaghi sbandando da un marciapiede all’altro maledicendo l’assenza di una bussola.

Tutti mi scrutano, in questo zig-zagare, anche dopo che sono passato, e per i vecchi in vestito gessato e cappello  seduti fuori dal Bar Inter all’incrocio con la statale, rappresento un argomento di conversazione a monosillabi e sguardi teatrali che durerà un minutino scarso, fino alla prossima scatarrata per terra. Leggi il seguito di questo post »


In viaggio con i Langolieri (dall’imbarco a prima del decollo)

10 marzo 2009

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Sono seduto sulla poltroncina davanti al gate. Non riesco a leggere, un bimbo che c’avrà manco un anno è lì alla mia destra che mi fissa sorridente, il che capirete mi imbarazza da sempre, in generale reggo poco gli sguardi, soprattutto quando sono così inspiegabilmente ammiranti.  La mia autostima in realtà sa che ha poco da gongolare. IL marmocchio guarda la mia barba nera da muezzin, incolta, quasi vaporosa, destinata ancora a crescere finchè non mi si annideranno le zecche. Il gioco di sguardi col bimbo riesce a distrarmi dalla tensione che pian piano monta.

Hanno aperto l’imbarco, ed io mi chiedo come ogni volta chi cazzo me l’ha fatta fare a prendere un aereo al posto del treno, visto che puntualmente ho come la premonizione nitida del momento esatto in cui mi schianterò al suolo polverizzandomi. Ormai prendo l’aereo più volte all’anno, eppure è sempre come se fosse la prima volta. Non mi capaciterò mai del come  quella bestia pesantissima faccia a sollevarsi in aria, riesca allegramente a rimanerci per poi atterrare senza grattuggiarsi sulla pista. Però intanto lo prendo, e mi sorbisco un paio d’ore di gratuita angoscia esistenziale, dato sì che non è mica il dottore a prescrivermelo, che il volo mi è costato uguale al treno, e che alla fine, tra spostamenti vari per arrivare all’aeroporto, ci metterò solo una schifosa ora e mezza in meno per arrivare in Terronia.

Questo cappello vi serva perchè capiate che il post snob e spocchioso e anche consapevolmente razzista che sto per scrivere è anche frutto delle mie percezioni distorte raccolte durante quell’autentica passione di cristo vissuta ben al di sopra del livello del mare.

Appena aprono l’imbarco, ecco la solita scena di cui non capirò mai il significato. La gente, quelli che ormai ho scolpito nella mia mente come i veri Langolieri,  si accalca, alcuni sono in piedi già da un quarto d’ora. Tutti rimarranno lì, inutilmente per minuti e minuti, anche se ognuno ha il posto già assegnato. Io, assieme a pochi altri, ho il tempo di poltrire ancora comodamente per un sacco di tempo, prima di alzarmi e mettermi in coda alla fila che si sta esaurendo. Mi chiedo se si vinca qualcosa, a salire per primi sull’aereo, se magari si abbia l’illusione di partire prima degli altri, o che ne so.

Di solito la gente si alza e fa la fila al gate, ordinatamente, davanti alla hostess di terra. Ma oggi l’aereo è stato prenotato da una allegra congrega di terronazzi che gravitano nella mia regione, che la fila non sanno manco come si scrive, dunque osservo come la procace hostess  venga letteralmente circondata, quasi come avvolta, da una coperta informe di Langolieri che si accalcano davanti a lei agitando carta di imbarco e documento. Leggi il seguito di questo post »


Paulie Gualtieri, ovvero come eravamo

24 gennaio 2009

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(Premessa: I Soprano sono una delle serie televisive più geniali e profonde della storia. Appena se ne sono accorti, in Italia si sono precipitati a mandarli in onda rigorosamente dopo la mezzanotte, tra una televendita di Mediashopping e una replica di Don Tonino.)

Ci sono persone strambe che traggono dai grandi film di mafia significazioni filosofiche a getto continuo. Io sono uno di questi beceri praticanti della filosofia pop. (ci sono molte varianti, ad esempio sui simpsons, tipo questa) La trilogia del Padrino e Quei bravi ragazzi sono per me fonti di riflessioni filosofiche spicce, le uniche che posso concedermi di fare. I Soprano si sono aggiunti, in questa piccola biblioteca mentale, a completare ed amalgamare precedenti idee, portare nuovi spunti di pensiero, ritagliare nuove soluzioni in ordine ad alcuni problemi esistenziali. Non avendo studianto filosofia, e non potendo brandire in pugno la storia del pensiero occidentale come fa Chinasky77, posso e devo limitarmi a queste fiammate partorite come da una scoreggia con l’accendino.

E dunque volevo parlarvi di Paulie Gualtieri, uno dei capomandamento della mafia del Jersey, fidato e potente compare di Tony Soprano. Più che parlarvene, volevo mostrarvelo. In una prospettiva che impasta malamente frenologia e fisiognomica, Paulie Gualtieri rappresenta l’italiano come doveva essere 50-80 anni fa. Ho sempre pensato che, culturalmente e darwinianamente, l’emigrazione italo-americana abbia consegnato una fotografia indelebile dell’italiano della prima metà del novecento. Mentre noi ci imbarbarivamo con il grande boom, gli anni di piombo e quelle spiacevolezze chiamate anni ’80, gli italo-americani, pur divenendo americani a tutti gli effetti,  e dunque imbarbarendosi anche loro, conservavano tuttavia alcune scaglie di antichità tutta italiana, nei volti e nei modi, qualcosa che sopravviveva forse solo nei nostri nonni, e che noi abbiamo perso del tutto. Chi ha letto John Fante, sa che se vuole avere una immagine fedele di come erano gli italiani prima della barbarie che li ha sottratti al loro stato di primordiale e a suo modo straordinaria cattività, deve  tuffarsi nelle carni e nelle storie degli immigrati di prima e seconda generazione. Chi non lo ha letto, con tutto il rispetto, è un bel coglione. Leggi il seguito di questo post »


Il senso di un terrone per la neve (II)

10 gennaio 2009

(…continua da qui)

Esco dall’Agenzia un’ora e mezza dopo, con tempistiche quasi civili, civili quantomeno per l’Impero Romano d’Oriente durante l’Alto Medioevo. Il ritorno a casa è più o meno funestato dagli stessi fastidi. Poi cazzo manco posso prenderla in mano, sta nevaccia lurida tanto è incatramata di polveri sottili, o sentirne la soffice consistenza, insomma giocare a fare un po’ quello a cui piace tanto. No, mi fa cagare. Quella fila di neve ammucchiata dagli spazzaneve ai bordi della strada sembra la schiena di un interminabile bue muschiato di cui non si vede la testa. Quindi lascio perdere, e sempre a passo d’anatra torno verso casa. Quasi arrivato, mi fermo di soprassalto e dico: e la macchina, in che condizioni sarà? Boh, allungo di poco, e vado a vedere dov’è parcheggiata. Ci metto dieci minuti per capire dov’è, perchè tutte le macchine ferme da prima della nevicata sono ricoperte da quindici centimetri di neve. Dopo aver cominciato a spalare scrupolosamente a manate la neve da due macchine che non erano mie, al terzo tentativo la becco.  Da qui, la brillante idea di aprire lo sportello ed entrarci: una piccola slavina penetra in macchina beccando l’intercapedine tra il mio capocollo e il giubbotto, ovvero facendomi penetrare la neve lungo buona parte del dorso. Il ghiaccio sulla schiena me lo ricordavo più erotico, devo dire. La neve inoltre, come una d’annunziana pioggia nel pineto, cade altresì sul sedile, su alcuni documenti sparsi, su un paio di cd senza custodia salmastri ed arsi. Tutta questa poesia non mi impedisce di  smoccolare la prima bestemmia della giornata. Pulisco alla bene meglio, ovvero lascio che la neve si sciolga sul sedile e vaffanculo, chiudo la macchina e mi dirigo verso casa. Oltre ai pantaloni mi si è bagnato ormai il 70 per cento dei vestiti, sento il naso richiudersi come i ghiacci artici d’inverno, e la sinusite arrivare da lontano per occludermi i sensi. Dopo cento metri di cammino mi imbatto in un tratto di marciapiede di neve fresca quasi intonsa, saranno 10 centimetri almeno. Voglio provare la magia della neve, lo voglio lo voglio. Ci sprofondo il piede, poi l’altro, poi ancora l’altro: ehi insomma non è male, forse possiamo venire a patti io e te, neve…ma alla quarta pedata che affonda vedo schizzare dovunque, ma sopratutto sui miei pantaloni e sulle scarpe, della strana gelatina arancione. Come se avessi schiacciato le cervella di qualche strano essere dalle meningi arancioni. Anzi no, avete presente il film Tremors, e quei vermacci sottoterra? Bene, la scena in cui si spiaccicano sulla roccia?  Poltiglia arancione dappertutto. Non faccio in tempo a tirare la seconda bestemmia che mi accorgo che è un caco. Un caco. Sono sotto un albero di cachi, anzi, l’intera via è costeggiata da alberi di cachi, quasi ormai spogli, ma che ogni tanto sganciano la bomba. Ed io ho schiacciato un caco nascosto sotto la neve.Ma non uno di quelli che compri al supermercato, stitico e senza succo. No, uno bello maturo. Di quelli che ci mangiano in cinque. Tolgo quel che posso, pulisco con la neve, uso bastoncini di legno, non serve a nulla, il disastro è servito. Riprendo la strada, dopo cento metri incontro un pupazzo di neve, alto un metro: il solito pupazzo con la carota al posto del naso e due pomodorini al posto degli occhi, un bastoncino per bocca e un vaso di coccio per cappello. Che carino. Sono tentato dal colpo di kung fu, ma ci sono testimoni in zona pronti a cantarsela. Leggi il seguito di questo post »