Misteriose presenze a Paperopoli

28 luglio 2009

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La via che mi ha ospitato per la bellezza di cinque anni, e che mi accingo a lasciare a giorni, è un budello lungo stretto e sovrappopolato. I bravi cittadini con il polso per gli affari hanno ricavato case anche dai garage e dalle cantine, e le affittano non certo a buon mercato agli studenti o immigrati di turno. Che le riempiono, i primi, di amici e alcool con cui giocare ogni sera a fare la vita da universitari spensierati; i secondi invece ci piazzano gioiosamente mogli, figli, parenti, amici di parenti, zii di cugini.  Risultato, nella mia via abitano credo almeno 700 persone.

Ecco dunque che, per chi non sa, l’impatto con la mia via è traumatico. Voci, grida, musica, chiacchiericcio, litigate furiose, il tutto in una babele di lingue sconosciute ai più, diventano la colonna sonora della tua giornata, sopratutto in primavera ed estate, quando le finestre sono spalancate e le vite e i cazzi degli altri diventano facilmente conoscibili anche senza tendere l’orecchio come delle comari.

Nella mia via però vige una legge di buon senso sostanzialmente rispettata da tutti, sia da chi il casino lo fa, sia da chi il casino lo subisce: a meno di comportamenti assurdi, tipo musica a palla alle 2 di notte o madornali litigate preludio di omicidi familiari, nessuno si mette a chiamare la polizia o a lamentarsi ad alta voce insultando l’altro. C’è un fil rouge di sostanziale tolleranza che in cinque anni non è mai stato spezzato.  Fino all’altro giorno.

Sotto casa mia si sono trasferiti un paio di mesi fa una giovane coppia dalla tipica aria scoppiata, poco più che ventenni, di quelli che lombrosianamente ti accorgi subito che non sono altro che dei coglioni cotti e mangiati. Lui sembra Pisellino di Braccio di Ferro, con in più un cappello da baseball che non toglie credo neanche quando va a letto, probabilmente nascondendo una inquietante alopecia a scacchiera. O una lobotomia. Lei è una simil dark dall’aria ovviamente incazzata, che sbatte porte e portoni e si muove a scatti sbuffanti.

Nulla mischiato con niente, ho detto tutto.

Davanti al mio condominio, italianissimo e finto per bene, c’è un condominio di vecchi pensionati abbastanza mal messi, prostitute sudamericane ed una famigliuola di rifugiati politici che sforna un figlio all’anno. Questi ultimi parlano una strana lingua mista ad un italiano fluente, non capisco da dove vengano e come si mantengano, visto che passano tutto il giorno in casa. Fatto sta che, grazie ai tripli vetri delle loro finestre, non li si sente per 9 mesi all’anno. Quando aprono le finestre, però, si rovesciano sulla via le vicende quotidiane di una madre grassa e nervosa, in perenne crisi isterica, che catechizza, sgrida, picchia, accarezza le proprie figliuole senza soluzione di continuità. Ovviamente, essendo una donna passionale, oltre che dalla prolificità quasi conigliesca, non si trattiene dal manifestare i suoi stati d’animo, letteralmente sbattendoli in faccia all’intera via che assiste silenziosa a questa sorta di Casa Vianello in versione extracomunitaria.

Io, dopo un primo momento di smarrimento, ho imparato anzi ad apprezzare le loro vicende quotidiane, ho visto crescere quelle bambine, la più grande delle quali ha ormai quasi sette anni, e dalla finestra di casa mi sono spesso messo a guardare quel monolocale mal messo, pieno di separè, in cui questa famiglia ha organizzato il proprio menage. Ho visto e sentito il padre raccontare le favole alle figlie quasi dormienti, ho visto la madre menarle come un tappeto persiano dopo aver rotto un vaso, ho visto parenti spiumare e sventrare uno strano animale da cortile prima di cuocerlo. Dalla finestra del mio primo piano, il loro piano terra davanti al mio è stato  una sorta di reality giornaliero,che mi ha tenuto compagnia in tutti questi anni.

Ma la coppia di scoppiati non la pensa così, evidentemente. Abitando al piano terra, si sorbiscono Casa Vianello come se fossero in prima fila, e pare che vogliano il rimborso del biglietto. Già da tempo li ho sentito bifonchiare di sotto, minacciare di chiamare i carabinieri, bestemmiare ad alta voce, ma il tutto era rimasto in quei margini. Io stesso, alcune volte, ho maledetto le corde vocali di quella virago. Leggi il seguito di questo post »


I Langolieri mi inseguono anche in treno

21 maggio 2009

leggi-razziali

Stazione Termini, Roma, mezzogiorno di fuoco. Salgo sull’intercity che mi riporterà in Emilia. Scompartimento unico, l’aria condizionata funziona. Mi accomodo al posto prenotato, ed aspetto che il treno parta di lì ad una decina di minuti.

D’improvviso si fa strada, chiedendo ad alta voce attenzione, un enorme caterpillar in forma di donna, vestito nero e vaporoso a contenere le sue enormi fattezze. Deve parlare a metà scompartimento, dunque imposta un tono baritonale in un italiano invero correttissimo. Chiederà l’elemosina, lo si capisce già da prima che apra bocca.

“Signori cari, signore care, un attimo di attenzione vi prego. Mio figlio deve mangiare, non ho soldi, se potet….”

La richiesta di pecunia viene interrotta ancor più improvvisamente da un urlo da mercato del pesce da parte di una ragazzetta sgraziata, tarchiata e con una di quelle facce che le vedi subito che sono segnate dall’ignoranza più nera.

“Aeeee….ma cosa gridi, non vedi che sto parlando al cellulare? Ma vattene a chiedere i soldi da un’altra parte, sta scassapalle”. Traduco così in italiano sulla scorta della mia lacunosa conoscenza del napoletano.

Il caterpillar straniero rimane interdetta per qualche secondo, si trattiene dal puntare alla gola della giovane napoletana perchè ha una clientela da blandire e deve dimostrarsi superiore.

“Eh, signora, mi scusi, non avevo visto, ma che modi sono..”

“Ancora stai parlando? Vedi di sparire va, che sennò passi i guai”.

Il caterpillar continua la sua questua più avanti, il treno ripartirà presto e lei deve concludere la sua richiesta in tempi brevi.

Dopo due minuti però torna. Sarà che non ha fatto una gran raccolta di grana, sarà il caldo che rende tutti meno pazienti, sarà che gli stanno girando i coglioni vorticosamente, fatto sta che si ripresenta dalla ragazzetta per restituirle un po’ della sua maleducazione.

“Signora, tu sei un’isterica e maleducata. Spero che muori”.

Minchia.

La ragazza, sarà che è di Napoli e magari superstiziosa, sarà che di sentirsi augurare la morte non gli va a nessuno, decide che è il caso di ricorrere al razzismo esplicito.

“Ma vattene, va, zingara, scendi che non hai il biglietto. Controlloreeee (e si guarda attorno)…Vattene va, e vatti a lavare che puzzi, questa chiede i soldi e puzza, ma vattene va che ti faccio passare un guaio.”

Il controllore, attirato da tutta quella piazza vociante, interviene e chiede alla signora di uscire, se non ha il biglietto. La donna se ne va, lenta e pesante masticando inaudite maledizioni in idiomi lovecraftiani, irrisa dalla ragazzetta che invece saltella e si agita muovendo le braccia come un burattinaio.

Il treno parte. Gli occhi della gente sono ovviamente tutti sulla ragazza. Compiacenti, indignati, o semplicemente incuriositi, tutti guardano lei. La quale decide di giustificare la sua condotta dilettandoci con un improvvisato saggio orale sul multiculturalismo e l’integrazione degli stranieri, d’appresso riassunto con in corsivo alcune mie sparute glosse.

“Ma l’avete sentito quello che mi ha detto? Speriamo che muori, ma che sono cose queste? (Beh, tu certo non le hai augurato buona giornata). Si mette a gridare per chiedere l’elemosina in un treno e manco c’ha il biglietto (mi sfugge la consecutio logica). E poi questi qui sono cattivi, aggressivi, ma non li vedete? Madò, ti chiedono l’elemosina tutti con quest’aria di chi pretende qualcosa. Signori miei, i veri poveri non fanno mica l’elemosina (no, in effetti, solitamente pasteggiano a champagne ed ostriche in Rue de Saint Honorè). Questi sono sfondati di soldi, un’amica di un amico mio mi ha detto che negli accampamenti degli zingari i cani a volte morivano perchè si strozzavano con le perle e i gioielli che ingerivano mischiate al cibo per cani (gesucristodiddio, questa le batte tutte come cazzata dell’anno).”

Un signore, anch’egli napoletano, si permette di osservare che il suo discorso è generico e offensivo. E qui scatta la fase due. Dopo lo scempio di parole il chiarimento politicamente corretto.

“Eh no signore, non mi faccia dire cose che non ho detto, qua abbiamo visto tutti che è successo (si, abbiamo visto che sei una subumana che non merita nemmeno l’ossigeno che si ritrova nei polmoni). Io, signore mio, (no, adesso dice che non è razzista, ti prego, fa che non…) non sono assolutamente razzista, non lo pensi manco per scherzo (speriamo che almeno non dica che ha molti amici stranieri…) Io ho un sacco di amici stranieri, che non si comportano come loro, come gli zingari.” Leggi il seguito di questo post »


Don Vito Paperoga

24 marzo 2009

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Quando più di dieci anni fa prese forma la mia emigrazione dal fetente paesone pugliese al grande Nord emiliano, arrivai in questa enorme landa (che allora non sapevo essere tanto desolata) con mille aspettative. Aspettative nei confronti dei settentrionali, da me terrone ipercritico della mia gente ritenuti una sorta di razza superiore in quanto a civismo e rispetto del bene pubblico. Aspettative nei confronti del Nord, inteso come country of opportunity, in contrapposizione a quella selvaggia madre che sbrana i suoi figli e che di nome fa Meridione d’Italia.

Sapevo di essere un terrone, e dei probabili pregiudizi settentrionali su questo mio dna che associa tra le altre cose fancazzismo e lassismo, aggressività e permalosità, scusazionismo e piagnisteo. Sapevo anche dell’associazione di idee tra sud e criminalità organizzata, che crea nella mente di chi non è avvezzo alle terrone cose l’idea che dietro ogni meridionale si nascondano chissà quali agganci, anche indiretti, con qualche sottomandamento mafioso.

Ma ero ottimista e ben disposto, e devo dire che le mie origini meridionali questa terra emiliana non me le ha mai fatte pesare manco lontanamente, manco di striscio, a volte solo per puro sfottò, i miei amici sapendomi uno strano meridionale privo di qualsiasi orgoglio fallace dell’esserlo, lontano da permalosità o isterie da tardo brigante.

Una volta però, ed è l’eccezione che conferma la regola, le mie origini meridionali mi sono state fatte pesare e sentire nella gola e anche nel naso, come le caramelle balsamiche Victors. E devo dire che, ne converrete anche voi, nonostante sia stato oggetto di un episodio dirazzismo stupido, sono stato io quello che ci ha guadagnato dalla storia che vi sto per raccontare.

Ero in Emilia da qualche mese appena. Avevo traslocato con una Fiat Uno Van, con targa terrona, di quelle con le grate che non hanno i sedili dietro, macchine per solo uso aziendale, e che io avevo avuto in prestito. Già nelle settimane precedenti avevo avuto delle difficoltà per via della macchina. Un giorno, mi ero ritrovato un adesivo della Lega Nord attaccato vicino alla targa, ma non avevo avuto difficoltà a staccarlo. Più difficile trovare qualcuno che officiasse un rito di purificazione dopo cotanto sfregio, ma alla fine tutto si risolse. Qualche giorno dopo ero fermo ad un semaforo in città, quando mi affianca un signore, che mi chiede se sono un muratore, se mi può chiamare per dei lavori, che voi calabresi siete i muratori migliori, altro che gli emiliani, tutto questo prima che potessi dirgli che no, non ero un muratore, e di imparare bene le targhe automobilistiche, visto che la mia era evidentemente pugliese. Leggi il seguito di questo post »