Colonna sonora degli anni più complicati della mia vita

24 luglio 2014

download

Per molte persone i ventanni hanno rappresentato e rappresentano gli anni più intensamente vissuti della loro vita.

Sono gli anni dell’università, del cazzeggio, degli esami a singhiozzo, della convivenza selvaggia con altri cazzoni come te. Sono anni di cinema, sport, viaggi estivi, estati ancora ragionevolmente lunghe. Nessun lavoro ancora ad incasellarti e a mangiarti il tempo libero, i soldi te li dà papà, e anche se non sono molti, sono comunque gratis, maledetti e subito.
Sono anni di sbronze con vino pessimo i cui vuoti sono collezionati sulle ante della cucina, di relazioni fisse a simulare un precoce matrimonio, oppure di turbinosi rapporti sessuali senza fissa dimora, sono anni in cui si ha persino il tempo e la presunzione di voler scrivere il grande romanzo italiano, o di sedere ad un tavolino di un bar dissertando di Celine dopo essersi limitati ad ascoltare Capossela.

Beh, per me i primi ventanni sono stati complicati. Noiosi. Pesanti. Sicuramente gli anni più insensati e sprecati della mia vita.
Nulla di grave, per carità. Nessun dramma, nessun lutto, nessuna malattia.
Semplicemente, un ordinario caso di post-adolescenza protrattosi magari un po’ più a lungo. Cosa ci faccio qui, voglio davvero crescere, voglio disperatamente una donna, il futuro mi spaventa e la gente attorno a me, ora che comincio a conoscere la vita fuori dalla famiglia, comincia a farmi schifo. Insomma, le solite cose.
Il quinquennio 1995-2000 è stato dunque il periodo più insulso della mia vita. Compiuti i ventanni, mi sono accorto che le cose attorno a me e dentro di me si stavano complicando. E ancor più si sarebbero complicate in futuro. La vita però continuava, le cose accadevano, ed eravamo nel pieno degli anni ’90. E come spesso capita, c’erano un sacco di canzoni a fare da colonna sonora, a volte triste, a volte esaltante, a quegli anni crudeli in cui crescevo vorticosamente, eppure mi sembrava di rimanere fermo ad un palo, a guardare la gente passarmi davanti quasi ad ostentarmi in faccia la mia stessa inadeguatezza.

1995.

Il mio primo anno di università fu sufficiente a farmi accorgere che avevo preso una cantonata. Di quelle serie. Giurisprudenza mi faceva cagare, quello che studiavo era nella migliore delle ipotesi noioso, l’ambiente universitario era una palla, ed i miei compagni di università erano delle dita in culo proiettate sui loro sogni da notai o da magistrati. Un intero inverno in treno ad andare e venire dal Salento all’Emilia, ogni settimana, con un pesante walkman ad ascoltare i Beatles nelle cuccette notturne che puzzavano di scoregge, attutendo il russare del panzone di turno. Rimango indietro col piano di studi neanche il tempo di finire i primi corsi, per la prima volta mi accorgo studiare non mi riesce naturale come è sempre stato, ed è frustrante. C’è chi all’università decolla, c’è chi frana. Io franavo. Poi viene l’estate, l’estate più piovosa del secolo, almeno in Salento. Ricordo temporali, acquazzoni, un freddo porco. Giocando a pallone mi lesiono un legamento, passo l’estate con una ginocchiera e facendo infiltrazioni di cortisone. L’inossidabile gruppo di amici che mi porto dietro sin dalla pubertà all’improvviso si ossida. I primi scazzi. Le prime persone che si perdono dietro incomprensioni e sfuriate.

E quando ascolto questa canzone, penso alla pioggia e ad un’estate passata in felpa e stampella, ad aspettare che spiovesse.

1996.

L’Università prosegue stanca e sono più le sessioni di esame che rimando che quelle a cui partecipo. Non frequento più le lezioni, di sentire i professori fare un tedioso sunto dei loro libri non ne ho alcuna voglia. Ritorno giù in Salento dopo un’annata mortale passata in Emilia, ma non trasferisco la sede universitaria, che rimane in Emilia forse per un’intuizione che mi salverà la vita anni dopo. Faccio la spola tra Emilia e Salento. Gli esami sono un orrore. Le iscrizioni sono ancora manuali in bacheca, ed essendo fuori sede devo telefonare ad un’agenzia che ti iscrive per la modica cifra di 5 euro. Le sessioni durano un paio di giorni di media, la facoltà di giurisprudenza pullula di aspiranti Di Pietro, passo il tempo a friggere nelle aule affollate di gente terrorizzata. Mi lascio con la mia ragazza dopo 5 anni. Rimando un paio di esami scolvolto. Giro il Salento in vespa con Gastone. L’estate passa malmostosa. In radio passa un pezzo dance un po’ criptico e non privo di ipnotica tristezza. Vorrei averlo ballato in discoteca come facevano i miei coetanei. Ma avevo la scopa nel culo.

1997.

Sono ancora in Salento, gli esami sgocciolano lenti, faccio il capo scout e ne faccio quasi un mestiere. La mia vita in Salento è triste. Mi guardo in faccia con i miei amici di sempre, i sabati sera passati a far niente, e da qualche occhiata profonda scambiata su un balcone in periferia mi accorgo che un paio di loro, come me, sono stanchi di star qui. L’estate la passo giocando a tennis e arrivano le prime sconfitte dopo una vita da imbattuto. Mi tolgo i primi nei di una lunga serie. Giocando a ping pong mi si aprono i punti e da allora avrò per sempre un buco nella schiena come se mi avessero sparato. A settembre con i miei amici vado a Reggio Emilia per lo storico concerto degli U2. Io non entro, non ne ho voglia, rivendo il mio biglietto. Passo la serata in un parco a forma di diamante, e il resto della notte ad aspettare il ritorno degli amici in uno stanzone prestatoci da amici di amici, guardando Telemarket. E decido, mentre per un pezzo di Emilia rimbombano i decibel del concerto, che è ora di darci un taglio. Un mese dopo faccio i bagagli e mi trasferisco in Emilia, definitivamente.

1998

Il primo anno emiliano è il più crudele degli anni. Spaesamento, freddo, solitudine e altre sfighe minori. Vivo in una casa gelida, non ho mai cucinato in vita mia e i primi mesi mi salvano toast e sofficini. Imparo a fare la moka e mi sembra chissà quale conquista. Mi innamoro non ricambiato. Scrivo storie divertenti, assieme a qualche stronzata pretenziosa. Passo moltissimo tempo da solo, quando sono depresso vado in libreria o mi infilo nei centri commerciali a non comprare niente o vado in duomo a guardare i quadri degli altari laterali. Faccio sempre meno esami. Li passo tutti, ma ne faccio sempre meno. Raggiungo il picco di insensatezza e mi chiedo se non sia il caso di mollare tutto e andarmene affanculo. Il capodanno lo passo sulla neve in una macchina gelata con due amici dopo una serata di discorsi tristi e colpi di pistola dai balconi delle case. L’estate la passo in Salento giocando a ping pong e a leggere in spiaggia di pomeriggio. Ho 23 anni e quell’estate la passo con mia sorella. Che non è mia sorella per davvero, ma da quell’estate sarà mia sorella minore, e per molti anni saremo davvero uniti. La sua vitalità, le nostre lotte nel mare e i caffè in ghiaccio di sua madre mi tengono a galla.
Quell’anno Natalie Imbruglia impazza in radio come una condanna. ma c’è sopratutto un gruppo che spara un gran bell’album pop, per poi scomparire nel nulla. Mi crogiolo con il loop di questa canzone, in un tripudio di autocommiserazione. da qualche parte ho ancora il mini CD.

1999.
Il secondo anno emiliano va meglio. Gioco a pallone come un matto. Vado al cinema come non succederà mai più. Si allarga la cerchia degli amici reggiani. Alcuni mi diventano davvero cari. Ma non sono a casa, e non mi sento a  casa quando torno in Salento. E’ una sensazione le cui propaggini avverto ancora oggi, e certo piacere non mi fanno. Faccio qualche esame in più, non manca molto, ma odio quello che faccio e quello che studio. la voglia di mandare tutto al diavolo c’è ancora, ma prevale la mia atavica pigrizia e la mia profondissima codardia. Mi vivo addosso, con meno tragicità ma con non meno tristezza. Ho 24 anni ma ne ne sento addosso il triplo. Guardo Dawson Creek e a volte mi commuovo. Mi commuovo spesso, ora che ci penso, per tantissime cose. Per certi versi sono sull’orlo di un pianto continuo, ma dentro ormai il cinismo ci ha fatto il nido, e da allora non se n’è più andato.
2000.
Vivo il nuovo millennio macinando esami e recuperando strada. Senza alcun entusiasmo, ma con un minimo di responsabilità, ho 25 anni che cazzo. Sono spesso alla Snai a guardare la juve assieme  spacciatori e altri falliti come me. Quando torno in Salento porto mio nonno in giro a trovare i fratelli ancora vivi.  Chiedo a mio papà di insegnarmi a pescare con la canna da lancio. Passo un’estate a pescare di notte o all’alba. Prendo anche qualche mormora, guardo albe meravigliose e mi sfiguro il viso nella tramontana più feroce. Comincio a starci bene, da solo, come quando ero bambino. Quell’estate ritorna la moda dello yo-yo. Sono pure abbastanza bravo. Ho una relazione un po’ disordinata con una ventenne. Finisce con il cuore spezzato ma molt meglio così. La lascio su un treno che parte per il nord, e vado da mio nonno a mangiare un ghiacciolo. Quando lo saluto da quel momento lo guardo ogni volta come fosse l’ultima volta. Un rituale che durerà ancora quattro anni. Torno in Emilia rinfrancato dal dolore. Mi tolgo di dosso chili di sfiga e rassegnazione. Faccio improvvisazione teatrale, ballo danze irlandesi. Per qualche mese non penso a nulla. L’anno successivo, poi, tutto sarebbe cambiato. E poi sarebbe cambiato ancora tutto, di nuovo.
E quei cinque anni mi sarebbero scivolati dietro nella preistoria come una sconfitta fastidiosa ma tutto sommato accettabile, proprio perchè necessaria a tutto quello che sarebbe venuto. Una sconfitta predettami qualche anno addietro da un motivetto irresistibile  che ancora oggi mi capita di di bofonchiare in doccia.
 

Leggi il seguito di questo post »

Annunci

Nove mondiali di calcio

1 giugno 2014

albumond8_1982

Premessa: non bazzico questi lidi da molto, mi pare, e a quei quattro lettori cui sia rimasto inavvertitamente attivato l’alert sui miei nuovi post, chiedo scusa in ginocchio (per essere mancato o per essere tornato, a seconda dei gusti). E’ un periodo pieno di cose da fare nella vita reale, e mi manca tanto il tempo materiale quanto la forza mentale di scrivere cazzate su un blog. Mi sono ripromesso di scrivere almeno un post al mese. Vedremo se ce la farò.

Per molti di noi (e “per molti di noi” intendo maschi nati all’incirca tra il 1970 e il 1985, tifosi di calcio e inclini al passatismo) i Mondiali di calcio rappresentano un’unità di misura temporale seria ed affidabile, come possono esserlo gli anni per gli uomini o i cerchi sui tronchi per le sequoie.
Ogni 4 anni, la storia della nostra vita viene scandita con precisione assoluta da questo mesetto scarso in cui si succedono come un turbine una sessantina di partite di pallone tra una trentina di nazionali del mondo.
Per noi malati di pallone, quando arriva, il Mondiale ci fotografa in un momento esatto della nostra vita, di modo che, quando ce ne ricorderemo tra qualche anno, potremo identificare con precisione dove eravamo e cosa facevamo.
Alla luce di questa premessa, nella mia personale sequoia (non fate i maiali)  ci sono ben 9 cerchi vissuti. La mia storia si incrocia con 9 edizioni della Coppa del mondo, e sono momenti facilmente riconoscibili, che ricordo quasi tutti alla perfezione. E devo ammettere come la cosa mi faccia effetto, e non sempre un effetto piacevole.  Sarò pure cresciuto, i calciatori avranno anche perso ormai totalmente il loro appeal di supereroi, il mio stesso sentimento nazionale sarà anche costantemente messo alla prova dal profondo disprezzo che nutro nei confronti dei miei connazionali, ma, chiamatemi pure minchia, il fascino di questo carrozzone per me è lo stesso che per su un bambino esercita Babbo Natale.

Vediamola, allora, questa carrellata della mia vita a suon di Mondiali.

1) Mondiali 1978. Un po’ presto per emozionarsi.

Il primo mondiale lo possiamo anche scartare, perchè avevo solo 3 anni e non ho alcun ricordo nemmeno subliminale. Ex post, con le informazioni ottenute, posso dire di essermi perso poco, sia per la formula astrusa creata per far vincere il mondiale ai generali fascio-golpisti, sia per la pochezza di squadre presenti (solo 16). Erano tempi tristi, parlo del 1978, e pare che quel Mondiale, pur giocato da una squadra italiana divertente da vedersi, non sollevò di molto le italiche genti alla prese con terrorismo e crisi economica.

Coinvolgimento emotivo: 0

Percentuale di partite viste in tv rispetto al totale: 0%.

Mole di semolino ingurgitata in quel mese: 3 kg.

Canzone maggiormente ascoltata in quel mese: probabilmente il carillon con le api sopra la culla di mio fratello Pfaff.

2) Mondiali 1982. Come mi prese la malattia del calcio.

Nella torrida estate 1982 avevo 7 anni, reduce dalla seconda elementare (facevo gli esami tutti i dannati anni perchè andavo dalle suore), e prima di quel giugno di calcio non mi ero mai interessato. Non tifavo per nessuna squadra, e forse manco avevo mai preso un pallone in mano. Ero dunque l’uomo perfetto per quella che sarebbe diventata mia moglie. Peccato che quell’estate tutto era destinato a cambiare, e per sempre.
Non ricordo come mai ma cominciai a vedere tutte le partite dell’Italia, anche quelle dalla fase eliminatoria in cui pareggiammo circa ottomila volte persino con la nazionale cantanti. Non solo, nei pomeriggi da 40 gradi ottenebrato dall’afa salentina e lontano dal mare (il mio paese distava ben 11 km dalla spiaggia, e per le medie salentine era come essere in Baviera) cominciai a guardare anche altre partite, e sarà il fascino delle nazionali che si sfidavano, la bellezza degli inni nazionali (mi piaceva quello sovietico, ma il mio preferito degli anni ’80 rimane quello della Germania est) o anche solo il fatto che la noia pomeridiana lontana dal mare permeava ogni mio poro, guardavo con avidità ogni partita che mi capitasse a tiro.
La storia di quei mondiali la conoscono tutti: li vincemmo battendo le nazionali più forti e scatenando un delirio nazionale che ancora oggi un po’ mi commuove, perchè quella povera Italia in jeans maglietta e baffi usciva da anni abbastanza crudeli, e non gli capitava da tempo di gioire foss’anche per l’effimera vittoria di un torneo di calcio. Ho il ricordo un po’ virato seppia ma comunque nitido dell’attesa per quella finale, che si respirava nelle vie di una Lecce ancora priva di turisti, una fornace silenziosa in cui sbucavano bandiere italiane persino dai tubi delle grondaie. Ho il ricordo del rigore sbagliato di Cabrini, e di mio papà che mi consola a fine primo tempo dicendo che avremmo vinto sicuramente. E ricordo il caldo, le zanzare, l’odore di birra Raffo delle lattine svuotate dagli adulti, le tre reti, la vittoria, le braccia alzate di Pertini, i caroselli impazziti nelle vie del mio paesucolo, e il sigillo posto su quell’amore spassionato per il gioco del calcio che da quel momento mi avrebbe deviato mentalmente.

Coinvolgimento emotivo: 8

Percentuale di partite viste in tv rispetto al totale: 13%

Quantità di ghiaccioli al limone leccata in quel mese: 25

Canzone maggiormente ascoltata in quel mese: Un’estate al mare di G. Russo, ma mi ricordo anche della roba oggi agghiacciante di Miguel Bosè.

3) Mondiali 1986. Tanto lo sapevo che non lo vincevamo di nuovo.

Nel giugno 1986 avevo 11 anni e stavo prendendo la licenza elementare, e per il quinto anno consecutivo passavo giugno a fare esami, porcaccio cane.
Aspettavo i Mondiali con enorme ansia, comprai persino l’album delle figurine Panini, mania solitamente riservata solo ai campionati della serie A. Ma nonostante l’illusione di quell’età e l’enorme attesa, in cuor mio sapevo che non avremmo vinto di nuovo. Sia perchè venivamo da 4 anni di sberle prese praticamente da chiunque, sia perchè quel Mondiale in cui metà delle partite si giocavano dalla mezzanotte in poi, tagliandomi fuori da qualsiasi possibilità di vederle, mi stava un po’ sul cazzo sin dall’inizio. Poi durante il mondiale, più o meno quando venemmo sbattuti fuori dalla Francia agli ottavi di finale, morì mio nonno, e quel pezzo di estate divenne strana, con la famiglia tutta riunita fino a quasi metà luglio per far fronte al lutto nella immensa magione della casa dei nonni, in cui alla tristezza di fondo si univano i rumori delle telecronache delle partite del mondiale e di sotto, nel cortile interno, le partite a pallone tra cuginetti in cui giocavamo a fare Maradona.

Coinvolgimento emotivo: 6

Percentuale di partite viste in tv rispetto al totale: 12%

Canzone maggiormente ascoltata in quel mese: mi pare Easy Lady di Ivana Spagna

Numero di Calippo al limone seccati in quel mese: 17

4) Mondiali 1990: l’apoteosi irrisolta della prima giovinezza.

I mondiali 90 si tenevano in Italia. Questo già bastava ad attenderli ferocemente. Aggiungiamoci anche che tra il 1986 e il 1990  passai 4 anni di totale rincoglionimento per il gioco del calcio con punte di delirio mai più raggiunte. Aggiungiamoci infine che la Juve, la mia squadra del cuore, dopo 4 anni di mazzolate aveva rivinto qualcosa e al mondiale presentavano un congruo pacchetto di giocatori della mia squadra del cuore.
Avevo 15 anni ed avevo appena finito il IV ginnasio, un anno di una difficoltà massacrante, sia perchè l’apparire del greco e del latino nella mia vita mi aveva provato non poco, sia perchè in casa nostra era arrivato il Nintendo 8 bit e ciò rendeva difficile il ritagliarsi una vita sociale che potesse in qualche modo dirsi decente.
Ad ogni modo giugno venne, io ero libero da qualsiasi impegno scolastico già a fine maggio, e quella sarebbe stata una delle estati più lunghe e godute della mia vita.
Sin dai primi giorni del mondiale cominciai a comprare ogni giorno la Gazzetta e ritagliare articoli, statistiche e quant’altro potesse interessare un malato di mente o un serial killer, e le incollavo in un quadernone a quadretti andato sicuramente al macero nei mesi successivi dopo uno dei tanti raid nazisti di mia madre.
Non posso dire che le guardai tutte, ma quasi. Vivevo respirando un’atmosfera di illogica e fremente attesa di un successo che non poteva sfuggirci.
L’Italia era forte, giocava bene, giocava in casa. L’esplosione di Schillaci, mio idolo già con la maglia della Juve, rese il tutto ancora più bello. Una cavalcata trionfale al suono di quelle Notti Magiche cantate da Nannini e Bennato, che non era possibile far terminare altro con la vittoria della coppa. Arriviamo il semifinale, ed è la sera del 3 luglio. Nella nostra casa di mare, tutto è pronto per un’altra notte magica. Segna Schillaci, siamo in vantaggio, tutto procede come previsto. Poi tutto però rallenta e s’incarta. Siamo sempre più stanchi, e lasciamo la palla agli avversari. La nuca di Caniggia. L’uscita a farfalle di Zenga. Il pareggio. E’ il primo gol subito in tutto in Mondiale. Ma basterà. Perchè andiamo ai rigori e la perdiamo. Io quei rigori non li ho visti, ero dietro un mobile e sentivo solo le urla di gioia o le imprecazioni. Poi sbaglia Serena e cala un silenzio che durò giorni. La finale del mondiale manco la vidi. Se devo essere sincero, è una delusione che stento ancora oggi, dopo 24 anni, a digerire. E sono sicuro che per molti freschi quarantenni sia la stessa cosa. Traslando esageratamente quel momento nella storia di questo paese, probabilmente quel 3 luglio 1990 terminò definitivamente quell’onda lunga di ottimismo e (finto) benessere che i drogati anni ’80 ci trasmisero illudendoci tutti quanti. Quel giorno ci svegliammo nella realtà di un declino iniziato anni prima ma percepito solo quel giorno.

Coinvolgimento emotivo: 10 (non sarò mai più preso da un evento sportivo con lo stesso trasporto).

Percentuale di partite viste in tv rispetto al totale: 80%

Canzone maggiormente ascoltata in quel mese: Notti Magiche di Bennato e Nannini, ovviamente.

Quantità di Cuccioloni Algida pieni di barzellette da sganasciarsi smozzicati in quel mese : 19 Leggi il seguito di questo post »


Tre buone ragioni per non rimpiangere gli anni ’80

7 dicembre 2013
jovanni-anni-80-300x269
I revival dei decenni passati sono una condanna che sconteremo per l’eternità. Non c’è niente da fare, passati 15-20 anni dalla fine di un decennio, si alza sempre un pirla che sente il bisogno di rimpiangere i tempi andati, che quegli anni sì che erano tempi felici”, “altro che sta merda di presente che viviamo”.

E di seguito a quel pirla vanno centinaia, migliaia, milioni di altri pirla. E così nasce dal nulla la nostalgia per come ci si vestiva, per quello che si faceva, per la musica e il cinema di quegli anni, per i gadget dell’epoca, e mille altre minchiate.

Da un po’ di anni a questa parte, con uno zelo degno di miglior causa, sulla cresta dell’onda della nostalgia ci sono i famigerati anni ’80.

Chi porta avanti questa operazione nostalgia sono solitamente freschi quarantenni non cresciuti, o cresciuti male (proprio per colpa degli anni ’80, che vissuti da adolescenti credo abbiano mietuto generazioni di neuroni), che ci baloccano con le meraviglie di quegli anni, solitamente citando una serie di luoghi comuni: la nascita della tecnologia domestica per come la intendiamo oggi, la musica pop, Maradona e Platini, l’esplosione della tv commerciale, il mini-boom economico, l’uscita dai lugubri anni di piombo, la Milano da bere, il Drive-in, ecc. ecc.

Stupisce poi, ma mica tanto, che tra i fedeli adepti di questa operazione rimpianto ci sia anche gente che trentanni ce li ha appena e a volte manco, ovvero gente nata a metà degli anni ’80, che di quegli anni non può che avere ricordi sparuti e più che altro associati ad indimenticabili momenti come imparare a fare cacca nel vasino.

A questa gente che si sente intimamente cresciuta negli anni ’80 pur avendo vissuto coscientemente solo il decennio successivo chiedo con forza: ma perchè? Ma chi ve lo fa fare a sentirvi figli degli anni ’80? Perchè lo considerate un decennio così fico da volervene appropriare facendo a botte con la vostra carta di identità? Cosa c’è di così indimenticabile in quegli anni?

Ve lo dico col cuore, come uno che ha vissuto gli anni ’80 in piena faccia, dai 5 ai 14 anni. Degli anni ’80 c’è da rimpiangere ben poco, forse una cosa sola o forse due, e ve le dirò alla fine. Ma nel frattempo vi dirò 3 buone ragioni per preferire qualunque altro decennio.

1 Motivo: l’incubo nucleare. Leggi il seguito di questo post »


Il web 2.0 mi ha rotto le palle! (Parte I: un tuffo nella preistoria)

1 novembre 2013
Altavista-1999
Se è stato un visionario come dicono, la sua visione a me non interessa. Il suo lascito è un mondo di zombi che camminano col dito sullo smartphone” Jonathan Franzen su Steve Jobs.

Nel gennaio 1999, dopo la tradizionale vacanza natalizia, tornai al nord con un pentium di seconda mano, spesi tutti i risparmi per un modem 56k da 259mila stramaledette lire, me lo feci installare a pagamento (a quei tempi per me installare un modem era come assemblare un prototipo), feci un salasso di contratto con un provider (si pagava come per il telefono, un canone da strozzini più un abominio per lo scatto telefonico) ed entrai nel magico mondo del web 1.0.
Cos’era il web 1.0 per un neofita come me?

Era un mondo popolato da pochi, con una manciata di migliaia di pagine in lingua italiana, dove la facevano da padrone i siti personali, dalla grafica scarna e dai contenuti ingenui, eppure difficilissimi da costruire nonchè da aggiornare e dunque abbastanza statici, in cui  le Jpeg si aprivano a scatto nel giro di un paio di minuti, e dove il visitatore non poteva interagire, se non attraverso due strumenti: il guestbook (il patetico libro firma dove vergare un saluto di passaggio) e rudimentali forum regni dell’anonimato più selvaggio.

icq98b

Ma non è che si era proprio dei cavernicoli: per interagire esistevano comunque decine di programmi di chat (ICQ in particolare con quello sfondo nero e le lettere dai mille colori, un vero pugno nell’occhio che ha provocato un’epidemia di miopia tardiva nei ventenni di allora), già si scaricava musica con napster (se andava bene scaricavi 2 mega in mezz’ora, ma era comunque una rivoluzione), insomma il web era un mondo lento, allegro ed ingenuo dove sperimentare un’esperienza anzitutto personale di conoscenza del globo virtuale con strumenti ancora incerti, vedi i primitivi motori di ricerca ante-google o i pesantissimi browser che mulinavano come motori a scoppio per aprirti una pagina di solo testo. Leggi il seguito di questo post »


La Maturità è solo una vacanza mancata

20 giugno 2013
maturita_esame
Bah. Se c’è un momento della vita su cui si costruiscono insopportabili retoriche, letterarie ricostruzioni, leggende metropolitan/scolastiche, nonchè scarsissimi romanzi di formazione, quello è proprio l’esame di maturità.

Ieri oggi e domani si troveranno nelle odierne bacheche online, ovvero i social network, ricordi appassionati, incoraggiamenti e pacche sulle spalle, un invito a ricordarsi di questo mattone angolare della propria esistenza.

Tutte cagate.

C’è solo un fondo di verità: la maturità è il collo dell’imbuto che vi consentirà, una volta finita, di entrare in una vita fatta di scelte e non percorsa da un binario obbligatorio e monodirezionale rappresentato dalla scuola dell’obbligo.

Una volta fuori sarete liberi di scegliere, di non scegliere, di suicidarvi socialmente, di rimettervi a studiare quello che volete, di mandare affanculo i libri e apprendere un mestiere, di realizzare il sogno di andarsene dall’altra parte del mondo a chiedere l’elemosina, di aggiustare i pezzi della propria vita un po’ scegliendo e molto inghiottendo, ma alla fine ottenendo un risultato unico, e non scandito da tappe obbligate e uguali per tutti qual’è la scuola superiore.

La maturità è la liberatoria mandata affanculo del più insopportabile dei doveri, ovvero quello di alzarsi la mattina presto, ingoiarsi 5 ore di lezione, tornare a casa per studiare e tornare la mattina dopo con l’incubo di un’interrogazione a sorpresa o di una versione di greco impossibile da tradurre.

Io la scuola me la sogno ancora, e sono incubi spaventosi.

Tutti dicono che l’ansia di un esame universitario batte qualunque cosa, io dico che di fronte al terrore di un’interrogazione liceale l’esame accademico scolora sino a diventare un disprezzabile fastidio.

Cari maturandi, godetevela, ma non l’esame in sè o l’aria che si respira intorno, perchè non c’è nulla di speciale nell’aria. La maturità regala un titolo di studio che averlo o non averlo è uguale, ma in compenso vi libera dai legacci dell’istituzione scolastica e vi lascia liberi di fare il cazzo che volete, nel bene e nel male, della vostra vita residua.

Dunque in alto i calici, e nessuna ansia, tranne quella che finisca tutto il prima possibile, e possiate uscire da quelle mura in tempo per vivere quella che sarà probabilmente l’estate più lunga della vostra vita. Leggi il seguito di questo post »


La notte che morì Babbo Natale

25 dicembre 2011

Chi mi conosce di persona, considerando la mia misantropia sottesa ad un sostanziale cinismo e ad uno spirito improntato ad un ferreo riduzionismo non immune da sarcasmo, potrebbe ben immaginare che io appartenga a quella folta schiera di persone che odia il Natale.

Niente di più falso. Il Natale è il periodo più rilassante dell’anno. Una giusta alchimia di ferie, freddo intenso fuori, film a profusione in tv, pranzi luculliani dove sfilano carni pregiate d’aromi d’oriente e dove il vino fruscia in calici finemente screziati. E devo dire che quella sottile, finta e ipocrita aria carica di magia artificiale fatta di luci colorate, regali inutili ed auguri farlocchi, non riesce a disturbare il mio umore tendenzialmente garrulo e pacificato. Seduto sulla poltrona, col caffè caldo preparato dal babbo, dolci a portata di mano ed un sapido odore di cibo che si va cucinando, appollaiato davanti ad un film o ad un videogioco, nessun Grinch può riuscire a rubarmi il Natale.

Questo prevedibile e conformista atteggiamento borghese nei confronti del Natale deriva in realtà da un’infanzia in cui il Natale ha avuto per lunghi anni aspetti magificati, un sogno ad occhi aperti di 15 giorni di vacanze dove regnavano incontrastati Babbo Natale e la Befana.

Ho creduto all’esistenza di codeste figure mitologiche fino all’età di 9 anni, credo, forse anche 10. La mia furia iconoclasta si è sviluppata solo in seguito, ma a quell’età figure di autorità come quelle erano oggetto di una assoluta e acritica devozione. Insomma ero un dannato babbeo.

D’altronde, avevo anche le prove della loro esistenza. Su Babbo Natale avevo una lettera scritta di suo pugno, quando un anno io e i miei fratelli scoprimmo nello scantinato, due giorni prima di Natale, tutti i regali che avevamo chiesto a Sua Babbità, non ancora incartati. Stupefatti come beccaccioni, ignari come polli, corremmo dai nostri genitori a comunicare l’incredibile scoperta. Loro confiscarono i regali, dicendo che Babbo Natale si sarebbe molto arrabbiato, e che quindi avrebbero restituito tutto al barbuto postino prima che fosse troppo tardi. Il giorno dopo ricevemmo una lettera scritta con una strana calligrafia femminile quasi materna, in cui il ciccione vestito di rosso spiegava che, dovendo consegnare in una sola notte tutti i regali del mondo, si era portato avanti col lavoro. Da bravi gonzi abboccammo all’amo, e il Natale fu salvo. Leggi il seguito di questo post »


Out of time

23 settembre 2011

Ho un difetto che è più di un difetto. E’ una tara da 200 kg, un enorme verme solitario che mi divora da dentro, una malattia cronica che mi risucchia energie e capacità e mi rende spesso l’anello mancante tra l’uomo e il carapace di tartaruga.

Non starò a spiegarvi in quanti e quali momenti del quotidiano il mostro si manifesti, o quante volte nella mia vita si sia manifestato impedendomi di scegliere, prendere, osare. Vi basti sapere, per rimanere terra terra, che la bestia che è dentro di me si manifesta sopratutto quando è il momento di prendere la palla al balzo, cogliere l’occasione e vivere il momento. Quando arriva la congiuntura spaziotemporale, quando tutto è pronto, quando null’altro è di ostacolo a che io faccia mia un’esperienza irripetibile, la Bestia si sveglia e mi convince che non è il caso, che è troppo lo sbattersi, che lo farò un’altra volta, che c’è tempo, che c’è sempre tempo. Rimandare, e credermi eterno, ecco il danno peggiore che la pigrizia ha fatto alla mia vita.

Ed ecco dunque che l’altro ieri, quando ho letto che i R.E.M. si sono sciolti, il mio pensiero è certo andato ad una delle colonne sonore della mia giovinezza, al loro essere riusciti a mettere in musica la mia stessa malinconia di ragazzo degli anni ’90. Da quando esplosero definitivamente con Out of Time, quando tutti noi 16enni, compresi Brenda e Dylan, ascoltavamo Losing My Religion, fino alla carne di quegli strani anni ’90 vissuti tra cambiamenti epocali, chiusure caratteriali, viaggi della speranza, errori madornali a stringere i denti sino a spaccarseli, quando ascoltavo Up come un adolescente ed era ora di non esserlo più. Sino a Reveal, a quella Imitation Of Life scaricata da Napster e ascoltata milioni di volte con Copeland, mentre si chiudeva quel decennio e tutto mi chiedeva di essere adulto tranne me.

Certo, ho pensato a tutto questo, ma non sopratutto a questo.

Ho pensato che per almeno 4 volte ho avuto l’occasione di comprare il biglietto ed essere dentro questa scena, ed ho sempre voluto rimandare. Chè c’era tempo, non è vero? Chè, d’altronde, tutto è eterno, sopratutto io, dico bene dannato idiota?

http://bit.ly/oKvhdD