Ballata di San Silvestro

31 dicembre 2009

Il passato

Devo ammettere che, per larga parte della mia vita, il fascino dell’ultimo giorno dell’anno non ha temuto il confronto con la vigilia di Natale. Per tutta l’età dell’infanzia (che in me si è protratta nei suoi tratti basilari sino ad un’età che è meglio non precisare) l’idea stessa dell’ultimo giorno dell’anno, del lento avvicinarsi e poi del furioso festeggiamento di quello nuovo di pacca, mi emozionava non poco. Anzitutto, perchè ero letteralmente affascinato dai fuochi artificiali.

Come la stragrande maggioranza delle mie passioni fatue, il mio innamoramento era solo platonico. In altre parole, mi piaceva guardare i fuochi d’artificio, non certo maneggiarli. Sull’enorme terrazza della mia vecchia casa, lasciavo che a posizionarli ed accenderli fossero mio padre o qualche altro adulto (con i miei fratelli che curiosi come gatti si avvicinavano ad una distanza che la mia vigliaccheria non avrebbe mai potuto concepire). A me, anzitutto, piaceva osservarli nelle bancarelle, passavo interi pomeriggi a stazionarci davanti, a chiedere prezzi, caratteristiche ed opinioni al contrabbandiere di sigarette prestato per l’occasione allo smercio di materiale pirico ugualmente illegale. Dopo due tre ore di certosina conoscenza di tutta la mercanzia, mi facevo abilmente truffare dal venditore, che approfittava di un tredicenne con diecimila lire in tasca per gonfiare i prezzi fingendo di offrire saldi d’occasione.

La sera di San Silvestro, poi, era una sfida a rimanere svegli. Tra una tombola in famiglia con triplice smorfia e un trenino ciarlibraun (pena di morte a chi lo ha inventato o anche solo a chi per una volta ci è entrato) solitamente verso le dieci e mezza io già cappottavo su un divano, per essere svegliato da mia madre dieci minuti prima del grande evento. Ricordo ancora l’emozione del conto alla rovescia, aveva qualcosa di esoterico, era come se l’anno nuovo che di lì a poco sarebbe giunto fosse qualcosa di misterioso e insondabile, un nuovo mondo e un nuovo tempo, e nulla sarebbe stato come prima, noi men che meno. Lo spumante scorreva nei bicchieri, io ne bevevo un goccio tra mille smorfie, poi tutti fuori a vedere i fuochi. Mio padre posizionava il tutto e per dieci minuti era una santa barbara di esplosioni, colori, attese di botti, pungente odore di polvere da sparo. Osservavo tutto a debita distanza, come faccio solitamente in ogni cosa della vita, ma registravo quei frizzi e quei lazzi, quei botti inauditi e quelle scintille come emozioni purissime, e quell’anno bello che giunto come un’occasione ripetuta di inventare nuove gozzoviglie nel circo immoto dell’infanzia.

Il presente

L’iconoclastia, si dice, è un segno che annuncia l’arrivo dell’età adulta. Il disprezzo e la foga di distruggere i propri miti, le proprie tradizioni, il proprio status quo ante. Per poi, in età più avanzata, riabbracciarli oppure crearne di altri. Il disincanto, però, ti rende per sempre e definitivamente diverso da com’eri, e molta della magia viene fatalmente e notoriamente inghiottita dal nulla nascosto sotto la parvenza della razionale aderenza alla realtà. Alcuni momenti che nella tua infanzia ingigantivi fino a ritenere magici sono però solamente e inequivocabilmente stupidi, e riguardo ad essi per lo meno non rimpiangi di essere cresciuto. Leggi il seguito di questo post »


Un golpe, o che piovano rane

15 maggio 2009

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Anni fa, in preda alla foga di voler pescare anche nei mesi che trascorrevo in Emilia,  presi la licenza di pesca. Mi consigliarono di andare a pescare in un laghetto naturale nella bassa reggiana, “pieno di pesce, insomma ci si può divertire”. Pescavo nell’unico modo che sapevo: a fondo, con una bolognese agile e non molto lunga, usavo bigattini ma sopratutto lombrichi di terra, perchè il mio obiettivo erano i pesci gatto che stanziavano sul fondo a grufolare fango. Scelsi un posto tranquillo, posizionai anche la nassa, e i pesci in effetti cominciarono ad abboccare in continuazione. Ero lì da tre ore e ne avevo pescati una trentina. Pesci gatto scuri, con quella bocca enorme, gli occhi allampanati, il corpo viscido privo di scaglie. Erano tutti di taglia piccola, non ce n’era uno che andava oltre i dieci centimetri. Mi chiedevo dove fossero i bestioni, forse sbagliavo qualcosa. Provavo allora a lanciare più lontano, a posizionare meglio il verme, a non pescare totalmente a fondo, a recuperare lentamente la lenza, ma nulla, abboccavano  spasmodicamente solo questi nanetti tutti identici, che non ne riconoscevi uno dall’altro.

Un vecchietto del luogo ciondolava tra pescatore e pescatore, mani dietro le spalle e un sacco di consigli non richiesti da snocciolare. Accortosi della mia pescata miracolosa si accostò a me e, quasi intuendo le mie bestemmie mentali, mi disse che lì non avrei trovato nulla di più grande. “C’è poco ossigeno, nel lago, ci sono un sacco di pesci ma crescono poco, rimangono piccini. Anche i siluri, e qui ogni tanto riescono a pescarne, sono di taglia piccola. Sto laghetto per me sta cominciando a morire, vedrai tra dieci anni ci sarà poco pesce”.

Poco ossigeno, molti pesci piccoli. Sapevo che non avrei pescato niente di diverso, o di più grande, e dopo qualche minuto mi stufai, e me ne andai. La mia passione per la pesca d’acqua dolce durò qualche altro mese, poi si spense, nella depressione di quei paesaggi padani che circondavano gli stagni, troppo simili all’inferno per come me lo immagino ancora adesso. Però l’idea di quello stagno scuro privo d’aria in cui si agita una sovrappopolazione di creature asfissiate ed incapaci di crescere, mi rimase nella testa come una immagine di raro orrore. Leggi il seguito di questo post »


La ballata dell’immortale (o dell’ipocondria)

20 gennaio 2009

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Non morirò. Sono sopravvissuto troppe volte per poterlo credere. Il mio corpo è stato invaso da decine di malattie mortali e sono guarito, senza che mi rimanesse alcun segno. Ne ho le prove, sono vivo. Le mie forze, indebolite dal morbo, hanno ripreso ogni volta il solito vigore, e le diagnosi infauste sono rimaste profezie di sventura clamorosamente smentite.

Ho avuto decine di tumori, in ogni parte del corpo. Malattie degenerative che mi avrebbero ridotto invalido e muto in pochi anni. Malattie infettive che avrebbero aggredito e spazzato via il sistema immunitario. Molto di ciò che viene ritenuto incurabile e nefasto, io l’ho vinto, e sono ancora una volta sano e qui. Ho sconfitto il tumore con qualche supposta, la malattia infettiva con una pillola e un bicchiere d’acqua, la malattia progressivamente invalidante con qualche arancia. Nessun ospedale, nessuna cura invasiva, ho fatto spesso tutto da solo, senza medici o medicamenti. Il mio corpo è spesso guarito spontaneamente, le cellule rigenerate. La vita, all’improvviso messasi sulla via del tramonto, risorta ancora e poi ancora.

Su di me si abbattono le sventure e si concentrano i miracoli, si accaniscono i dolori e si moltiplicano le salvazioni. Sono un trait d’union tra il non senso della malattia improvvisa e il senso gonfio e ineffabile di un intervento misterioso ed esterno, che sposta di peso il destino. Dopo ogni malattia vinta, ho donato il mantello a chi quel male lo combatteva, iscrivendomi ad associazioni su associazioni. Nessun ente che combatta le malattie che ho avuto può lamentarsi di non aver ricevuto il mio contributo.

Seppure la gente, nel sentirmi raccontare della mia prodigiosa vita, scuota la testa dubbiosa o sorrida di compassione, seppure questa condizione irripetibile di sacertà corporea mi abbia estraniato dagli altri, il guarire ogni volta, lo svegliarmi al mattino vivo e intonso, dopo che la notte prometteva una morte imminente, mi hanno infuso la potenza sovraumana del sopravvissuto, una sensazione di sempiterna immanenza che mi rende oggi cosciente di poter vivere in eterno.