Highlander, praticamente (il fatto)

27 gennaio 2009

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Mia madre viene a sapere l’anno scorso che un centro specializzato in tumori al polmone cerca in tutta Italia cavie da sottoporre ad uno screening completo una volta all’anno. Non cercano cani e porci, scherziamo, cercano fumatori con i sacri pendenti, con oltre quarantanni di carriera e una bella e sostenuta dose giornaliera di catrame che passi direttamente dalla sigaretta alle pareti polmonari. Mio padre non solo corrisponde all’identikit, ma minchia è il Re dei Re, l’asso di cuori, un fumatore che se lo contenderebbe il Dr. House, altro che cazzi. La proposta è questa: “Ti fai un viaggio in treno all’anno, ti fanno esami completi e costosi completamente gratis, e così almeno ti monitorano, visto che non vuoi smettere”. Mio padre accetta di buon grado, che je frega, in tutto questo programma non si accenna al fatto che debba smettere, anzi, il fumare (e pure molto) è il presupposto di questa iscrizione ad honorem al club delle teste di cazzo che si stanno fottendo la vita.

In realtà mia madre è un passo avanti, e mi informa del suo piano. In queste giornate di esami, infatti, tra una TAC e una spirometria, i medici sono soliti trasformarsi in pezzi di merda della peggior specie, dei licaoni che si aggirano tra le carogne: praticamente fanno cacare sotto i fumatori, prevedendo sventure e sfighe colossali e sopratutto incombenti, pronosticando un anno di vita anche se non è vero, in barba a qualunque deontologia. In tal modo sperano in un rinculo di coscienza, o forse di fifa, che possa farli avvicinare alla storica decisione di smettere. Tutti in famiglia dunque sogghignamo malefici, quando il povero fesso viene chiamato dal centro tumori per la prima volta. Una giornata di test, condita da meditati consigli medici da parte di fior di professionisti, del tipo “devi smettere coglione sennò muori adesso”, assieme ad un bouquet di minacce, insulti, improperi, prognosi infauste, mille sfighe, in modo da intontirlo e farlo tornare cornuto e mazziato. Il risultato, devo dire, era stato incoraggiante. Era tornato un po’ preoccupato, effettivamente, farfugliando incredibilmente qualcosa sullo smettere, però non lo fece perchè gli esami erano negativi. Noi però si pensava già alla seconda tornata, dopo un anno, in cui si sarebbero aggiunte mille altre maledizioni dei medici, di fronte alla quali, magari, sarebbe capitolato.

Lo chiamano qualche settimana fa. Viene con mia madre, si fermano a stare da noi. Poi va all’istituto. Lo aspettiamo moderatamente fiduciosi. E invece se ne torna con uno strano sorriso sulla faccia. Leggi il seguito di questo post »

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Highlander, praticamente (l’antefatto)

26 gennaio 2009

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La lotta tra Paperoga e le sigarette di suo padre è uno dei tanti episodi in cui i miei tentativi di cambiare il mondo e lasciarlo meglio di come l’ho trovato, come farebbe ogni bravo scout, si sono infranti miseramente e con grande fragore.

Mio padre fuma due pacchetti di Marlboro rosse, ogni giorno che Dio manda in terra, da quando aveva 15 anni. Non credo vi sia stato giorno della sua vita in cui sia sceso sotto al pacchetto al giorno. Anzi, ci metto la mano sul fuoco, spesso ha sforato i tre. Viceversa, la sola idea di mio padre che non fuma nemmeno una sigaretta dall’alba al tramonto, è più surreale di un qualsiasi quadro di Magritte.

Ho cercato sin da bambino di farlo smettere. Ma ahimè gli anni ’80 non mi erano d’aiuto. Erano anni selvaggi e sfrenati in quanto ai tempi, ai luoghi e ai modi consacrati allo sfumacchiare tabacco. Si fumava praticamente dovunque, fuori e dentro casa, negli uffici pubblici, in molti cinema, in macchina con tre figli sotto i dieci anni, in alcuni reparti di ospedale, e non metterei la mano sul fuoco che non lo si facesse anche in qualche chiesa, magari con lo stesso prete che celebrava l’Eucaristia mentre si gustava una Pall Mall. Insomma nessuna cultura anti-fumo, nessuna sana campagna rigonfia d’etica contro la sigaretta che mi potesse dare una mano. I processi contro le multinazionali erano lontani, così i maxirisarcimenti, insomma il vento di crociata degli anni ’90 era distante appunto un decennio, e ancora si tendeva a credere che il tumore al polmone che si beccava il fumatore incallito fosse il risultato del malocchio di qualche zingara.

Erano dunque tempi duri per un ragazzetto, fermamente convinto che suo padre dovesse smettere di fumare, non solo per preservare la sua salute, ma anche per non essere appestato dal suo alito  agghiacciante, impastato  com’era di cenere. Ma mio padre è uno tosto. E’ il classico fumatore che deve fumare, e del resto non gliene importa un cazzo. La mia lotta era destinata alla totale soccombenza, ma è stata lunga ed ha attraversato quattro fasi. Analizziamole:

Prima fase: il proselitismo parareligioso. Volantini raccolti in farmacia sui rischi del fumo e sui modi per smettere, un libro che suggeriva una terapia a metà tra l’ipnosi e il legarsi ad una sedia fino a che la voglia non fosse passata, monologhi in macchina sapientemente preparati….niente. Mi guardava sorridente, orgoglioso di un figlio che ci teneva a lui, ma poi si accendeva una sigaretta.

Seconda fase: il banditismo sardo. Dovunque le trovassi, facevo sparire le sue sigarette. Pacchetti intonsi, qualche volta anche delle belle stecche, il più delle volte pacchetti già semivuoti. Tutto finiva in un posto segreto, una gigantesca cassa sepolta in cantina sotto altre casse. Dopo qualche anno, quella cassa strabordava. Ma lui, maledetto figlio di mia nonna, a volte manco se ne accorgeva. Non le trovava? Le andava a comprare, semplicemente. A volte era sicuro di averle appoggiate lì, tirava due curate bestemmie ma poi filava dritto dal tabaccaio. Non ha mai sospettato che ci fosse un sequestratore che le teneva in cantina in attesa che lui finisse i soldi, la pazienza o chennesò. Ben più della prima, questa era una tattica idiota, lo riconosco. Più che una tattica, era un semplice e fetente dispetto. Il giorno che lo scopre mi fa nero, statene certi, anche se il reato è caduto in prescrizione. Leggi il seguito di questo post »