Frasario ragionato di slang bolognese

27 luglio 2014

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Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli, cantava Guccini. Avendo già vissuto a Reggio e Parma, nel venire ad abitare nel capoluogo quasi tre anni or sono, me ne sono accostato con deferenza e timore, convinto e quasi terrorizzato di abitare per la prima volta nella mia vita in una grande città del nord.
Ma manco per niente. Per mia grande fortuna, io che sono un provinciale nell’anima, Bologna è un grosso paesone lungo e stretto tra i colli e l’autostrada, che conserva dentro di sè un’anima abbastanza semplice.
Prova ne è che i bolognesi a volte parlano una lingua parallela, che non è dialetto ma che italiano non è certamente, e che mette in grossa difficoltà l’avventore che non sia nato tra Borgo Panigale e San Lazzaro, e che dà vita, come vedrete, a situazioni al limite del surreale. Eh si che 15 anni di Emilia mi avevano preparato bene: “Non c’è pezza”, “Non ne voglio mezza”, già le sapevo. Ma evidentemente non bastava.
Ecco dunque un breve frasario ragionato ad uso e consumo di studenti e lavoratori che siano in procinto di trasferirsi a Bologna e che probabilmente sentiranno pronunciare spesso questi vocaboli e frasi oscuri e incomprensibili.

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1) “Mi dai il tiro”?

Sono a casa, suona il campanello.
– Chi è?
– Salve, posta, mi dà il tiro?
– ….Eh?
– Mi dà il tiro?
– ….Mi scusi ma lei chi è?
– Il postino, chi vuole che sia, mi dà il tiro per piacere?
– Scusi ma non ho capito cosa le devo dare??
– Il tiro, diobono, il tiro!!!
– Ma che è sto tiro, che cosa vuole??
– Mi dà il tiro, mi apre per favore, in che lingua glielo devo chiedere?
– E ALLORA PERCHE’ CAZZO NON MI CHIEDE SEMPLICEMENTE DI APRIRLE, MA CHE CAZZO DI LINGUA PARLA??
Sento distintamente il postino mandarmi a cagare e, forse, anche il rumore della posta strappata.

Dare il tiro significa aprire il portone, dunque. Scemo io che non ci sono arrivato subito. E si che dovevo capirlo quando capitavo in quei condomini dove all’ingresso, accanto al pulsante “Luce” c’era un incomprensibile pulsante “Tiro”. Beh, era la porta. In cento anni di vita non ci sarei mai arrivato. Leggi il seguito di questo post »

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L’Orcolat in salsa emiliana

5 giugno 2012

Quando a 50 km da casa tua un terremoto lesiona buona parte delle abitazioni civili, non è troppo melodrammatico dire che la tragedia ti ha sfiorato. Sfiorato appunto, perchè non sono stato una vittima del terremoto emiliano. Ho ancora una casa perfettamente in piedi, un lavoro e, se conto le persone care ci sono tutte e in perfetta salute. Se così non fosse non proverei a prenderla con la filosofia di chi da una parte ne è scampato, e dall’altra è quel filino intelligente da capire che è tutto così potente, incontrollabile, invisibile e imprevedibile da non potersi opporre altro che un pacato fatalismo.
Ovvero, tradotto e semplificato, non c’è proprio un cazzo da fare. A parte le regolette di buon senso di accucciarsi o scappare, a parte le evacuazioni ordinate con perfetto tempismo, a parte l’evitare gli ascensori e strozzare il panico dentro il gargarozzo, tutto quello che puoi fare è guardarti attorno, e vedere se qualcosa crolla o tutto rimane in piedi. Tu, la tua casa, i tuoi affetti, la tua vita. Sei un mero spettatore, disarmato come una cacca di cane. E allora puoi chiuderti in un silenzio scosso, o fare lo spavaldo che la butta sull’umorismo nero. Oppure puoi rimanere del mezzo, e provare ad accettare tutto questo non senso, e sfidare con amara ironia questa prova provata dell’inesistenza di qualsiasi dio non dico buono, ma almeno non così sadico.
Proviamoci allora, nel momento stesso in cui ancora la terra trema, le macerie sono calde, la gente muore ed una provincia tranquilla e sonnolenta si accartoccia su se stessa.

Anche da quando vivo in Emilia, i terremoti sono sempre stati fenomeni che succedevano senza che me ne accorgessi.  A quelli che “hai sentito il terremoto ieri?”,  opponevo una faccia del tutto stolida e ignara. O non c’ero, o dormivo. E se non dormivo, il mio corpo era un sismografo piatto, senza pile, sui cui percettori sensoriali si spegnevano le tracce del sisma.
Tanto gli anni reggiani quanto quelli parmigiani sono trascorsi sul sentito dire, sulle scossette impercettibili. Tant’è che quando in una notte di maggio bolognese mi sono svegliato come spostato da un vento invisibile, ed ho percepito in un attimo che c’era un terremoto vero e in carne ed ossa, mi sono meravigliato, imbambolato com’ero dal sonno e da quella strana sensazione del venire sbatacchiato da una forza sovraumana. Ho acceso la luce, ho messo su i pantaloni, ho sbirciato alla finestra per vedere se c’erano altre luci accese, ho guardato il lampadario che in effetti ancora si muoveva, ed ho pensato che era cosa buona e giusta scendere per strada come sicuramente avrebbero fatto tutti.
Come no. Alle 4 e dieci della mattina ero l’unico coglione seduto sul marciapiede, mentre un quartiere di diecimila abitanti se la dormiva della grossa. Tra l’altro, mentre riflettevo sul coraggio e il sangue freddo dei bolognesi, oppure sulla mia assoluta mancanza di coraggio, una macchina ha parcheggiato di fronte a me, e nessuno ne è uscito. Uno, due, cinque minuti. Con discrezione, guardo meglio l’avventore, ed è una donna ferma immobile. Capisco allora che mi ha scambiato per un molestatore notturno, si è abbarbicata in macchina e probabilmente non ne uscirà fino a che non avrò tolto le tende dal marciapiede. Faccio dunque per allontanarmi con studiata indifferenza, e manco mi sono spostato di 20 metri questa fa uno scatto con tanto di tacchi verso la scala di casa sua, scaraventandosi dentro come se avesse il diavolo alle costole. Bello sapere che alle donne fai l’effetto di uno stupratore seriale.
Detto ciò, scossa o non scossa, alle 5 mi ero rotto le palle. Infreddolito, assonnato, decido di tornare a letto, comunicandolo a mio fratello Copeland con un laconico sms in stile Toro Seduto: “Torno a letto,  freddo e noia. Se cade casa, tu vendicare morte”.

Il giorno dopo mi sveglio e vengo a sapere di crolli e di mort, quelli veri. E’ la prima volta qua in Emilia che si parla di morti da terremoto, e ci rimani come uno scemo. Ma è come quando muore qualcuno che non sei te e che non conosci. Ti intristisce, ma la tua vita continua. Ma la seconda scossa cambia tutto, almeno nel funzionamento del mio strano cervello. E’ il pomeriggio di domenica, e la terra trema ancora manco 5 minuti dopo un tentativo di pennichella. E’ in quel momento che si insinua l’ansia. Una costante sensazione di pericolo, l’aspettarsi una nuova scossa in ogni momento ha trasformato un corpo pigro e sordo in un cazzo di organismo fatto di radon e nitroglicerina, che pre-sente qualsiasi spostamento d’aria, movimento di tavoli,  finestre che sbattono, nasi che soffiano, vetri che tremano, gole che scatarrano, bimbi che strillano, culi che scoreggiano. Il mio personale sismografo posizionato in una oscura e toccata parte della cucuzza ha registrato tra il 29 maggio e il 2 giugno oltre 250 scosse (di cui un paio mentre ho scritto questo post), delle quali, col senno di poi, possono essere certificate solo 1 o 2. Riesce a ingannarmi persino il battito del cuore, il movimento del materasso, i bassi del televisore, il grattugiare formaggio. Il cervello produce sciami sismici che manco uno scanner di cronemberghiana memoria. E’ un effetto distorto e poco piacevole, di tensione quasi gattesca. Basti pensare che ho sentito spostamenti d’aria anche nell’ultimo week end in Salento, territorio  in cui l’ultimo terremoto risale a quando la terra era una palla infuocata tempestata da meteoriti e fiumi di lava e i dinosauri erano ancora nella mente di dio.

Altro effetto collaterale di un terremoto che ti sfiora è che cominci a vedere crepe dovunque. Passi pure il tuo sguardo preoccupato sui muri di casa o sugli stipiti delle porte, e passi pure che fai un giro del quartiere a visionare i condominii quasi fossi un ingegnere idrogeologico. Ma se davanti ad una caraffa Brita ti chiedi se quella crepa sulla plastica c’è sempre stata, vuol dire che stai uscendo fuori di melone.

Oppure passi il tempo guardando i lampadari. Siccome non ti fidi della tua testa ansiogena che genera sismi come i fagioli generano le scoregge, e non hai (ancora) un sismografo in casa, guardi tutto ciò che in teoria dovrebbe muoversi solo se realmente la terra si scuote (o se al vicino si sopra cade per terra un piatto). Sunofyork ogni tanto mi vede guardare fisso da qualche parte, ed è sempre lì lì per chiamare la neuro. Leggi il seguito di questo post »


La ballata della vescica gonfia

19 aprile 2012

Mi pare di aver già scritto da qualche altra parte di un’altra mia disavventura vescicale, ma tanto fa, beccatevi anche questa.
Ordunque mi trovavo nella ridente Reggaemilia, mia originaria patria emiliana adottiva, per accompagnare Sunofyork ad una visita medica. Decido di aspettarla fuori dal centro medico, un po’ cazzeggiando in macchina, un po’ passeggiando lungo i viali alberati proprio vicino alla mia vecchia casa. Fatto sta che passano dieci, venti minuti, trenta, e mi accorgo ho bisogno di orinare. Dopo i trenta il bisogno diventa esigenza pressante. Dopo i quaranta diviene emergenza.
Niente panico, mi dico, sono in piena città, e si tratta di una città che conosco come le mie tasche. So esattamente dove andare. Tra cinque minuti sarà tutto risolto.
Quanto mi sbagliavo.

Primo tentativo di orinare: il discount.
Accanto al centro medico c’è un discount. Ci sarà un bagno come in tutti i supermercati, mi dico. Facile, entro, fingo di guardare gli scaffali, e mi infilo in bagno. Manco per niente. Di bagni non c’è traccia. Si risparmia sui prezzi, ma anche sui vespasiani. Come non detto. Esco senza comprar nulla. La situazione è mediamente grave ma sotto controllo. Ogni tanto sotto il lungo cappotto do una aggiustatina alle pudenda per anestetizzare qualunque bisogno impellente.
Secondo tentativo di orinare: il fiume.
Si avete capito bene, il fiume. Nsomma, poi, chiamiamolo torrentello. Ad ogni modo, accanto al discount c’è un corso d’acqua con tanto avvallamento e greto, il che promette, tra le frasche degli alberi adiacenti all’acqua, una tranquilla e discreta pisciata senza incorrere in denunce per atti osceni. Mi infilo dunque nel sentierino scendendo verso il fiume, sono pronto lì a sbottonare già la patta, che davanti a manco 5 metri mi si para la scena di due spacciatori intenti, tra i cespugli, a scambiarsi dosi e denaro. Facce lombrosianamente dedite all’omicidio a sangue freddo. Mi pianto immobile, e subito a passo di gambero retrocedo risalendo il sentiero, sperando la madonna che non mi vedano. Le possibili evoluzioni della situazione vanno da quattro semplici vaffanculi da parte dei simpatici commercianti, del tipo “razza di mattacchione, accipicchia che spavento ci hai fatto prendere” fino a una bella seguitata punitiva a caccia dello spione allo scopo di chiudergli la bocca per sempre e buttarlo nel fiume assieme alle nutrie.
Evidentemente la mia ritirata è così silenziosa che nessuno si accorge di niente. In quei trenta secondi, e solo per quei trenta secondi, scompare qualsiasi bisogno di orinare. In compenso mi sono quasi cagato addosso.
Terzo tentativo di orinare: il bar.
Cammino sempre più a chiappe strette, tenendo a bada l’impianto di irrigazione quasi fuori controllo. Mi dico ma come diavolo non ho fatto a pensarci, vai in un qualsiasi bar, prenditi un crodino e sfogati nel loro cesso, no? Bene. Conosco un paio di bar nella zona, mi ci appropinquo. Il primo è chiuso. Il secondo è chiuso. Me ne ricordo un terzo, ma è diventato una gelateria (e nelle gelaterie non ci sono bagni, vai a capire perchè). Continuo a vagare. Cominciano a levarsi lamentazioni sorde dalla mia bocca. Richieste di aiuto. Piccole stille di disperazione. Incrocio fiorai, tabaccai, macellerie equine, due ferramenta, un riparatore di orologi e un calzolaio. Sono pronto ad acquistare qualunque prodotto in qualunque negozio abbia un bagno per clienti. Una roncola, un controfagotto, una bambola gonfiabile, compro qualsiasi cosa per un cesso. Niente. Le chiappe sono sempre più strette, e sotto il cappotto comincio a tenere stretto ad intermittenza lo strumento che noi maschi usiamo per fare la pipì.
Quarto tentativo: una bottiglietta. Leggi il seguito di questo post »


Il bus dell’orrore

7 aprile 2012

Io odio l’autobus. Maledetto sia l’autobus. Necessario, ecologico, politicamente corretto quanto volete, ma è un insopportabile ammasso di ferraglia che ho sempre tenuto distante, quasi intravedessi forze demoniache agitarsi in esso. Se per una vita intera, fin quando ho potuto, ho preferito smazzarmi kilometri a piedi come un marciatore olimpionico anzichè saltar sopra un bus, un motivo ci sarà. Anzi, ce ne sono a paccate di motivi ziocane. E ve ne cito alcuni, a puro titolo di esempio.
1) Il mal d’auto.
Ho sempre sofferto il mal d’auto, sin da bambino. Auto, pulmann, camion sidecar o trattore, non cambiava nulla. Senso di nausea e, nei casi più gravi tipo stradoni di montagna, carriuolate di vomito in stile “posseduto”. A salvarmi, a 18 anni, fu la patente. Come accade a molti, il mal d’auto scompare quando guido, e siccome in quasi 20 anni di patente sono state ben poche le occasioni in cui ho fatto da navigatore o viaggiatore sul sedile posteriore, ho avuto modo di tenere lontano ogni malessere. Il treno, poi, dio lo benedica, mal d’auto non te ne fa venire, bello liscio e diritto come una spada che si conficca placido nelle campagne emiliane.
Quando ho rimesso piede su un autobus, a dicembre, il mal d’auto è cominciato subito. Ho provato a mettermi davanti, in mezzo, di dietro, nel verso della marcia, nel verso opposto. Seduto o in piedi. Niente da fare. Anche a star fermo senza fare niente di niente, lo sballottamento, le frenate, le curve, le fermate continue, mi fanno venire un mal di mare manco fossi su una scialuppa in mezzo al mar. Quando scendo dopo una mezz’oretta di marosi, ho il viseo terreo colorato di un verde pallido, barcollo sul marciapiedi, arrivo a casa e mi ci vuole mezz’ora per mandar via quel vuoto cosmico spanzato sulla bocca dello stomaco.
2) L’autobus puzza.
L’autobus è un luogo ristretto in cui si trovano viso a viso, gomito a gomito, ascella ad ascella un numero impressionante e incostituzionale di persone.In disparte dal fastidio e dal disagio di ritrovarsi attaccati al culo una gragnuola di estranei, la prima conseguenza di questo assembramento è che l’autobus più pulito c’ha la rogna. Un odore di persone sudate, quando non intrise di sporco, di capelli non lavati, di ascelle pezzate, di scroti cristallizzati.
E poi le persone che non si lavano. Non ho pregiudizi sociali e tanto meno antropologici contro di loro (conosco fior di gente lavata e profumata che appenderei volentieri ad un muro), ma ho pregiudizi olfattivi, moltissimi progiudizi olfattivi. La puzza di uomo che non si lava è seconda solo, credo, alla puzza del suo cadavere che comincia a decomporsi. Diciamo che tra uomo vivo e uomo morto, uomo che non si lava è il perfett stadio intermedio tra la pulizia e l’inizio della decomposizione. Quindi mi sta terribilmente sul culo viaggiare incollato a gente che non si lava. E su un autobus di questa gente, di ogni età e livello sociale, se ne incontra a pacchi. E distanze di sicurezza è difficile crearne, visto che si sta stipati come sui treni merci. Leggi il seguito di questo post »


La quotidiana guerra contro gli stronzi

17 febbraio 2012

Parto subito dalla conclusione: odio gli stronzi. E per stronzi intendo semplicemente le persone maleducate a gratis, quelli che lo sono senza un motivo che non sia la loro sesquipedale stronzaggine. Con gli stronzi perdo ogni autocontrollo. Li stronco. Li prendo a male parole. Se non mi stanno a due palmi dal culo rischiano anche di peggio.
Ma devo dire che non ne incontro molti. E’ come se mi evitassero, come se, mentre stanno per incrociarmi e comportarsi da par loro, una vocina da dentro preconizzasse il pericolo imminente, e li facesse cambiare strada repentinamente.
E dire che sì, sono un discreto misantropo, ma non patologico. Sono una persona molto cordiale, educata e pure troppo, discretamente tollerante dei vizi e dei difetti di chi mi si para davanti. Sono una persona paziente, anche nei rapporti umani, e non arrivo subito a trarre conclusioni. Ad esempio riesco a tollerare le persone noiose, resisto anche una serata intera con loro, senza tradir sbadiglio. Avere davanti persone noiose non è la peggior cosa che ti possa capitare. Peggio sono gli snob o gli intellettualoidi, o le persone che si specchiano nella propria boria. Ma essendo uno che si prende molto poco sul serio, prendo poco sul serio anche loro, e mi limito a ridacchiare delle loro fanfaronate in silenzio, gustando se possibile del buon vino.
Ma gli stronzi no. Gli stronzi non passano, e rischiano di rimanerci secchi con me. Gli stronzi sono stronzi, senza alibi o scusanti. L’età avanzata, come vedrete, non ha alcuna influenza nella mia reazione stroncagambe. L’immunità per questa categoria di persone non esiste. L’educazione è cosa basilare e anche abbastanza semplice da applicare alle situazioni del quotidiano. Se decidete di fottervene, io vi stronco anche se appartenete a categorie protette dalla legge.

Il casus belli.
Lo spunto per questo post mi arriva da quanto mi è capitato ieri. Dopo due settimane di neve e ghiaccio, la mia macchina era sepolta in cortile come avessi parcheggiato in Groenlandia. Anche il cortile non se la passava meglio. Le decine e decine di condomini presenti nel mio palazzo avevano deciso di sbattersene il cazzo, e di lasciare che la natura facesse il suo corso, probabilmente con il disgelo di aprile. L’impresa era ardua: spalare quintali di neve per decine e decine di metri quadrati per arrivare a liberare la macchina e farle raggiungere l’uscita. Avevo anche chiesto l’intervento dell’amministratore, ma più del sentirmi rispondere “scàzzati”, non avevo ottenuto.
Ecco dunque che, stremato dall’immobilità, mi sono procurato una pala e ieri pomeriggio, tutto solo, ho cominciato a spostar neve. Tutto attorno, il silenzio. Mancava il frinire dei grilli e delle cicale. Nessuno aveva intenzione di darmi una mano manco adesso, seppur vedesse un povero coglione sudare sette camicie con una cazzo di pala enorme in mano.
Erano passati già 40-50 minuti e mi stavo lentamente facendo strada per la metà del vialetto che conduce all’uscita. La mia idea era di liberare una via d’uscita, e poi spostare la neve ammonticchiata ai lati dietro la macchina, contro il muro.
Rompendo il silenzio assordante, un individuo di circa 65 anni mi blatera con accento locale, da una ventina di metri, che non devo mettere la neve lì, che la devo mettere là, che non si è mai visto spalare così, che lui vive da 50 anni là ed hanno sempre fatto così. Io, sudato e stanco, aggredito da questo amabile cazzeggiatore del pomeriggio, non ci ho visto.
“E si vedete che bel lavoro avete fatto voi altri, che da due settimane qua non si è visto nessuno, ed io sono il primo pirla si è messo a lavorare. Facile parlare senza una pala in mano, eh?”
Questo è come se non mi avesse sentito. Continua a dirmi cosa devo fare, dove spostare la neve, che lui poi deve portarci la macchina in cortile. Evidentemente si pensa che io sia un grosso idiota venuto a spalargli tutto il cortile, lasciandoci le penne per un infarto.
“Senta, se vuole darmi una mano venga pure, altrimenti vada a rompere i coglioni da un’altra parte. Non ho tempo da perdere.” Leggi il seguito di questo post »


Brokeback Appennino

23 agosto 2011
Nello stesso istante in cui ho toccato il suolo emiliano, tornando dalla bisboccia salentina, improvvisamente la Pianura Padana si è trasformata nella fornace dell’inferno, dove milioni di persone intrappolate in questo gigantesco calderone sbrodano ancora oggi sudore che sia giorno o che sia notte, senza apparente riparo nè misericordia.
Ecco dunque che per il fine settimana non avevo nessuna intenzione di rinchiudermi in casa in mutande e boccia di thè freddo a misurarmi la pressione in caduta libera. Ho dunque proposto a Gastone, anch’egli ritornato al Nord nella “Milano da sudare”, un week end di sano trekking appenninico per rispolverare l’ormai passato quindicennio vestiti da scout e sopratutto per sfuggire alla madornale cappa di morte della pianura.
Dove vuoi andare?”
“Più in quota possibile, in alto, su, via da questo inferno!”.
Detto, fatto. L’itinerario da me confezionato prevedeva due giorni con zaino e tenda nell’alto crinale dell’appennino parmense, su quote dai 1300 fino ai 1800 metri.
Partiamo sabato mattina per il rifugio/punto di partenza, e manco esco dalla città che scopro di aver dimenticato alcune cose, tra cui una cacchio di felpa per la sera. Ci fermiamo in un centro commerciale avvolto dalla canicola, rifugio estremo dei pochi zombie rimasti in città. Prendo la prima felpa che trovo in saldo, collo a V, celeste color pastello, un obbrobbrio che dipinge mille punti interrogativi sul volto di Gastone.
Ad ogni modo si riparte e arriviamo alle 13 al rifugio. Cambiamo vestiti, sistemiamo gli zaini, riempiamo l’acqua e via. Un percorso che durerà  24 ore e che sarà scandito da alcuni momenti di indimenticabile poesia.
1) Il senso di Gastone per l’igiene.
Facciamo la prima pausa per il pranzo intorno alle 14,30, sulle sponde di un cazzutissimo lago glaciale, dopo un’oretta e mezza di sana e robusta salita che già ha messo a repentaglio i nostri non più giovani cuori e ci ha spinto a tristi considerazioni sul degrado inarrestabile del nostro corpo e sul progressivo aumento dell’acidità del nostro sudore.
Abbiamo portato panini e affettati, e Gastone è già tutto intento a prepararli quando si accorge che il coltellino svizzero è sporco, incrostato da rimasugli di cibo o di chissà quali altre schifezze appiccicate da circa un anno, ovvero dall’ultimo trekking di gruppo.
Ma il geniale maiale ha un’idea per pulirlo: prende un bastoncino di legno, beve un sorso d’acqua dalla borraccia senza ingoiarla, e a mò di fontana dalla bocca la versa sul coltello strofinandoci sopra il bastoncino. Dopo circa trenta secondi di questa vomitevole scena, questo provetto funzionario dell’ufficio d’igiene asciuga il coltello sulla sua maglietta sudata, lo osserva brevemente con fare serioso, e per lui è come sterilizzato. Ho troppa fame per obiettare, e rischio volentieri l’epatite A.
2) Il gaio bagno nel lago.
Finito di mangiare ci mettiamo in riva al lago. Nonostante i 1500 metri il sole picchia e si suda . L’acqua verde del lago, limpida e fresca, ci invita al bagnomaria. Non abbiamo il costume, solo le nostre sacre e sudate mutande, e il non essere soli non ci impedisce certo di rimanere in mutandoni e gettarci in acqua. Il bagno in questo lago limpido fresco e profondo, coi pesciolini ad azzimarci i piedi, di fronte ad un orizzonte di pareti rocciose e pascoli, ci rimette a posto col mondo. Usciti dall’acqua diamo sfoggio delle nostre pudenda cambiandoci praticamente davanti a tutti, senza star troppo a coprirci con asciugamani improvvisati e certo instillando negli avventori il sospetto che quella cresciuta coppia di camminatori, così unita negli sguardi e disinibita nei costumi, nasconda il marchio della innominabile passione omosessuale.
Ci facciamo prima scattare una foto in mutande per ricordare ai posteri il nostro gay pride d’altura improvvisato, e ripartiamo con gente che alle spalle borbotta e sussurra di peccato e sodomia. Leggi il seguito di questo post »

La casa di Vlad

14 marzo 2011

Me ne avevano parlato in molti, con toni misteriosi. La casa di Vlad a Milano era avvolta da strani commenti, silenzi inquietanti, sguardi furtivamente allucinati. “Devi vederla“, “E’ inutile che te la descrivo, non ci sono aggettivi“Non mi ci far pensare che mi vengono i brividi”. Alla fine ho mosso le chiappe e, vinto dalla curiosità, ho preso il treno e mi sono mosso verso la orribile Milano ed ho puntato dritto verso casa del mio amico vampiro.

Il primo impatto è stato sorprendente. Perchè casa di Vlad, vista da fuori, non pare manco male.

Entri in un vialetto tra due file di siepi verdi, con un accenno di giardinetto con tanto di alberi, specie rara e protetta da queste parti. Si arriva ad un ingresso condominiale spazioso e moderno, con tanto di portierato.

Ammazza ti sei sistemato bene“, gli dico mentre entriamo. Lui alza le spalle e mi restituisce uno sguardo laconico, se non triste, come a dire qualcosa tipo “aspetta a dirlo, porca puttana!”.

In effetti quel che era l’apparenza iniziale, fatta di decoro e anche di un certo gusto signorile, comincia a sciogliersi in una triste realtà degradante. Passo dopo passo, mi ritrovo immerso nel condominio di Alex in Arancia meccanica. Ve lo ricordate il condominio futuribile, freddo e malridotto del capo dei Drughi? Bene, comincio ad avere i miei dubbi che Kubrick l’abbia girate a Milano quelle scene. Anzitutto nell’androne ci sono due ascensori. Per la peppa!, si dirà, ben due ascensori… Beh, su uno ci hanno appiccicato in diagonale un nastro adesivo e un foglio di carta A4 scritto con un pennarello: “Rotto”. L’altro sembra funzionare, ma Vlad mi allontana invitandomi a prendere le scale. In effetti, mentre mi allontano, ho come l’impressione che quell’ascensore sia solo disegnato sul muro.

Si prendono le scale dunque. Una stretta scala a chiocciola di cemento, per la precisione. Avete mai provato a farvi 5 piani su una scala a chiocciola? Credetemi, si perde non solo la sensazione del tempo e dello spazio, ma alla fine, totalmente rincoglioniti da quel giringirello, si hanno persino dei dubbi su quale sia il proprio sesso, e si arriva fino a su avendo appreso il dono delle lingue.

Non solo, mentre noi saliamo qualcuno scende, e non c’è posto per il doppio senso di marcia. Bisogna appiattirsi sul muro per far passare i condomini. Oppure sulle scale si ritrovano saggi pensatori moderni, tutti concentrati a rollare un potente cannone, o commercianti pieni di iniziativa che vi smerciano sostanze stupefacenti tra un gradino e l’altro. Tra il terzo e il quarto piano, mentre sono in preda ad una crisi respiratoria mista a nausea, un tipo mi affianca e mi dice qualcosa in una lingua incomprensibile, io sto per alzare le mani ed arrendermi pregandolo di non farmi del male, quando in realtà il tipo mi sta solo chiedendo che ore sono.

Arriviamo ordunque al piano in cui abita Vlad. Il lungo e cupo corridoio è sgombro e in buona parte il piano è ancora in costruzione, con fili che fuoriescono dai soffitti, luci fulminate e le pareti che in alcuni punti paiono come crivellate da proiettili. Passiamo davanti agli ascensori, uno rotto e uno dipinto come è uso da queste parti, ed arriviamo alla porta di casa.

Dalla condominio di Alex si passa nella casa di Renato Pozzetto nel Ragazzo di Campagna. Uno stanzino minuscolo, che assieme è cucina e stanza da letto, soggiorno e salotto. Mi faccio strada a fatica e Vlad mi fa vedere il piano cottura, il lavabo e il tavolo da pranzo. Sembra la casa dei sette nani. I piattini, le forchettine, i coltellini, i pentolini, le sedioline. Tutto ristretto perche ci entri e non si incastri con il resto. Il frigoriferino, se ci metti una confezione di stracchino e mezzo cartone di latte, l’è già bello che pieno. La piccola finestrella dà su altri palazzi, bisogna esporre bene il collo come fossimo davanti al boia per dare un’occhiata di fuori. Leggi il seguito di questo post »