Guida per i superstiti del tifo (con micro-guida di Lisbona)

28 giugno 2010

E’ inutile girarci attorno. Quando la nazionale italiana è stata cacciata a calci dal Mondiale, siamo rimasti in pochi a seguirlo. Tifosi occasionali, accidentali, platee di curiosoni, professionisti del dedicare attenzione fuggevole a ciò che va di moda, sono già scomparsi. Siamo rimasti noi, i tifosi veri, a cercare di capire che senso abbia seguire una manifestazione nella quale la squadra per cui tifavi non c’è più. Qualche motivo c’è ancora, ed è bene soffermarcisi su:

1) Il vero amante del calcio

Alcuni di noi vogliono semplicemente godersi del calcio di ottimo livello. Sappiamo bene che da settembre ci toccherà di gustare posticipi del calibro di Zozzanese – Cialtronia, dunque ci attacchiamo a questa manciata di partite come i vacanzieri si attaccano agli ultimi giorni d’estate, cercando di cogliere disperatamente altri attimi di beatitudine calcistica. E’ inutile dire che io faccio parte di questa categoria solo in parte. Come si sarà facilmente evinto, il calcio non scatena il buono e il giusto che è in me, non mi eleva per nulla, non mi rende più nobile o più degno. Se voglio fare l’esteta del gesto sportivo, ci sono pacchi di sport più belli, eleganti, divertenti da osservare in tv. No, per me il calcio è stomaco, intestino, budella, è uno sport sporco e cattivo, profondamente antisportivo, giocato da loschi figuri scorretti fino alla recita quando non alla truffa e alla rissa, e tifato da gibboni che si battono il petto mangiando una banana. Dunque non sono qui per veder belle partite di calcio, e che vinca il migliore.

2)  Il gufo

Beh, qua ci siamo. Molti di noi guarderanno le restanti partite tifando contro la squadra che gli sta più sulle balle. Alcuni di noi, romanticoni, tiferanno per favolette di periferia o di riscatto, tipo che vince il Ghana o il Giappone. Poveri illusi. Il calcio è uno sport conservatore, tradizionalista, che non tollera novità o ribaltamento dell’aristocrazia calcistica. Non si è mai visto che vinca una squadra non europea o non sudamericana, nè una outsider o una cenerentola, nè mai si vedrà. Dunque chi sprecherà il suo tifo per vedere trionfare i carneadi slovacchi, ghanesi, giapponesi o paraguayani alzare la coppa, meglio che passi le sue serate di inizio estate guardando le ennesime repliche di Don Camillo su rete 4. Vi dovete ficcare in testa che un mondiale di calcio, come qualunque campionato nazionale, è come un esame o un concorso. Non vince il merito. Vince la furbizia, l’inganno, la truffa, la scorciatoia, il culo. Sopratutto il culo. Quindi è bene tifare contro, prendersi la soddisfazione di vedere gli inglesi andare a casa umiliati, o i padroni americani beffati dai padri di chi gli coltivava il cotone a gratis. O guardare una partita in cui detesti entrambe le tifoserie, tipo Inghilterra e Germania, e tifare per una ahimè improbabile invasione di locuste nello stadio, che si cibino avide  delle carni dei crucchi e degli albionici senza preferenza. Vedete, una partita di calcio è come una serata a Risiko. Ringalluzzisce il tuo sentimento nazionalista, il tuo odio per il cosmopolitismo, la tua brama di nuove invalicabili cortine di ferro. E dunque tiferò contro la Spagna, anzitutto. Il mio corrispondente da Barcelona, il buon fratello Pfaff, mi dice che sono praticamente pronti a festeggiare la conquista della coppa, sono talmente esaltati e sboroni da avere una sicurezza bullesca di vincere, e di vincere giocando “bonito”. Vederli in lacrime dopo una sconfitta all’ultimo minuto per autogol non fuorigioco dell’arbitro sarebbe davvero una goduria che da sola vale la pena di continuare a seguire il mondiale. Leggi il seguito di questo post »


Licantropia calcistica

15 giugno 2010

Mi ritengo una persona mediamente posata, dai modi urbani e dall’educazione solida e inappuntabile. Conoscendo perfettamente ed odiando senza pietà l’invadenza della gente, mi farei decapitare piuttosto che sembrare anche per un solo istante inopportuno o fuori luogo. Per abitudine tendo a scomparire, a sottrarmi, a rendermi impalpabile, liquido. Qualsiasi mio movimento è orientato ad uno scrupoloso calcolo dei tempi e degli spazi.

Paura eh?

Cio non di meno, questo codice etico/morale/posturale rigido ed applicato con una precisione quasi paranoide al quotidiano, se ne va allegramente a fare in culo quando si tratta di guardare alla tv una partita della Nazionale di calcio.
Ogni quattro anni ripeto a me stesso, come un mantra di cui conosco già in partenza l’inutilità, che devo maturare nei confronti di queste occasioni “un adulto e responsabile distacco, che si tratta di una squadra di ignoranti miliardari i cui piedi più o meno decenti hanno strappato le loro braccia all’agricoltura, se non a qualcosa di ben meno dignitoso”.
Ma poi mi siedo davanti alla tv, e divento un animale da traino. Una bestia. Un lupo mannaro salentino.
Esempio fresco fresco, Italia – Paraguay.

Ci ritroviamo in casa di una coppia amica di Copeland. Cerco subito la mia posizione davanti alla tv, dopo aver arraffato una birra ghiacciata. La postazione ideale è una sedia in posizione laterale, o dietro al divano di turno, con lo schienale sul davanti, ed io che ci appoggio i gomiti pronto a scattare in piedi.
Si, perchè io mica mi sto fermo. Durante la partita sono un tarantolato che si alza, salta, gesticola come un ossesso, si avvicina alla televisione quasi prendendola a calci. Rantolo, mi precipito, indietreggio a testa bassa.
L’educazione dell’ospite si disintegra poi al primo minuto. Comincio ad imprecare con abbacinanti dissacrazioni di divinità, do sfoggio delle frasi raccolte in centinaia di albi di Tex (da “sangre y muerte!” a “corna di satanasso!”) condite da alcune personali variazioni, tipo “per due milioni di santi” oppure “mannaggia la migliore troia”.

Di solito rispettoso dell’operato arbitrale, come ogni buon collega dovrebbe fare, in queste occasioni mi produco in insulti imperdonabili verso la giacchetta nera di turno.

Di solito abituato ad analizzare coerentemente le situazioni che ho di fronte, cedo all’umoralità più uterina, maledicendo il giocatore che ha sbagliato un passaggio, salvo poi tesserne lodi sgradevolmente eccessive se si è procurato un calcio di punizione a centrocampo.

Solitamente assertore di un cosmopolitismo aggregante, mi consumo bestialmente in epiteti razzisti e dichiarazioni di odio ultra-nazionalista, diffamazioni di molteplici minoranze etniche e linguistiche, abominevoli istigazioni all’odio di razza.

Abitualmente ammirato dallo sforzo fisico degli atleti, elevo preghiere a Satana perchè ad un avversario si spezzi un ginocchio in sei parti e perchè all’altro ceda la caviglia in un frantumarsi di cartilagini.

Da sempre attento a non produrmi in odiose esternazioni aerofagiche, la birra in corpo e la bestialità tutta intorno mi spingono a ruttare come se stesse belando una pecora. Leggi il seguito di questo post »


Il mese bisestile del maschio medio

10 giugno 2010

Ci siamo, diobono. E’ arrivato il day one. Il giorno più atteso dall’homo medius medius ogni quattro anni.

Donne, levatevi dai piedi.

Intellettualoidi da due soldi, che arricciate il naso di fronte a questo potente caleidoscopio pop, prendetevi un mese di ferie ammesso che abbiate un lavoro che non consista nel rompere la minchia random.

E voi, tutta la rimanente marmaglia incapace di passioni che rotolano sferiche in un campo da calcio, fuori dal cazzo.

Da domani e per un mese ci aspettano i Mondiali di calcio (e per “ci” accomuno l’indistinto misto-panna formato dagli studenti che hanno appena finito la scuola – che dio vi stramaledica, dannati bastardi – gli universitari fuori sede dalle case ridotte a porcili – organismi monocellulari dalle incerte fattezze – i trentenni ancora dominati dal fanciullino che è in loro – meravigliose ed immature creature dalla spina dorsale gelatinosa – la pletora di maschi alfa beta e gamma che non si vergognano di essere medi – impunite e ruspanti creature che popolano gli incubi femminili.
Da domani e per un mese ci aspettano 64 partite, una media di due al giorno, con soventi punte di tre. Ed io, che incarno un amorale e abominevole patchwork di molte delle categorie sopradescritte, mi sono preparato alla mia personalissima funzione religiosa lunga 30 giorni, per onorare il dio pallone come si conviene.
Ordunque, nel precedente indimenticabile mondiale avevo sperimentato/subito una modalità collettivo/recessiva per guardare i mondiali. Collettiva, perchè non avendo il satellite mi toccava andare al pub ogni pomeriggio, ordinare dell’alcool e vedermi la partita di turno assieme a tifosi ghanesi, brasiliani, argentini. spagnoli di turno, nel quartiere più multietnico di Parmaperopoli. Il che è stato anche divertente, per certi versi, molto costoso per altri, grondante sudore causa mancanza di aria condizionata per altri ancora. Ho unito i miei umori ascellari a quelli di una cinquantina di persone di tutto il mondo stipate in uno stanzino, in un melting-pot-cocktail di ragguardevole densità, e regalato centinaia di euro in prosecchi birre salatini e menate varie all’esercente-braccino corto.
Recessiva, si diceva, perchè a quei tempi ero convivente con la mia compagna, ferrea sostenitrice del tifo calcistico come moderna idiozia patetica ed irrazionale, raccapricciante a vedersi. E ciò comportava che spesso le partite serali sulla RAI fossero da me viste in cucina, esiliato, oppure a casa di Copeland. Mentre per la finale me ne dovetti emigrare fino a Barcellona.

Oggi, giugno 2010, things have changed. Posso vedere tutte le partite sulla mia tv, e poichè vivo da solo la libertà calcistica che godrò in questo mese è invidiabile. A pensarci bene, è la stessa di cui godevo nel 2002 quando, laureando ad ottobre, scrivevo la mia tesi tra una partita e l’altra, dicendo a me stesso che quello era l’ultimo mondiale prima che arrivasse l’età adulta a rubarmi la libertà. Stesso pensiero avevo nel 2006, quando nella mia ultima estate da dottorando, dicevo a me stesso che quello era l’ultimo mondiale prima che arrivasse l’età adulta bla bla e poi ancora bla. Oggi ho un lavoro, timbro un cartellino, e pare che l’età adulta sia arrivata, qualsiasi cosa essa sia. Ma la dea del cazzeggio ha ancora una volta porto il suo seno alla bocca accidiosa di Paperoga,  ed ha fatto sì che saranno ben poche le partite che perderò a causa del lavoro.

Per prepararmi, ho già comprato due casse di birra da 66cl, per un totale di 20 litri di ludibrioso nettare biondo. Paste fredde alla crudaiola e insalate di farro sono pronte ad essere messe in frigo. Ho scaricato il programma dei mondiali e so quando dovrò declinare inviti, impegni, appuntamenti. Ho un memo sul cellulare per ogni partita. Ho comprato giornali di approfondimento per conoscere le squadre, e alle due-tre partite giornaliere si aggiungeranno dozzine di ore di speciali, approfondimenti e reportage dal Sud Africa. In questa immersione calcistica farò un’eccezione per il matrimonio di Copeland. La finale del 3-4 posto è la partita più inutile del torneo e non la vedo dal 1990, dunque potrò sopportare il sacrificio ed assicurare un testimone di nozze al fratello nubendo, al quale altrimenti avrei dovuto opporre un cortese rifiuto.

Mi casa es casa di chiunque voglia vedersi una partita. Lascio il cancello di marzapane aperto, e le chiavi dietro la porta di marzapane. Entrate, prendetevi una birra, mangiate qualche stuzzichino preparato da me, e godetevi la Corea Del Nord, l’Honduras, la Nuova Zelanda e il Paraguay. O se non venite è uguale, la magia resisterà ugualmente.
Solo una cosa non vi salti in mente di fare. Tentate di smontarmi questo appuntamento dipingendolo come un’insulsa parata di miliardari ignoranti che rincorrono un pallone per sollazzare la plebe e reagirò come ogni bambino dovrebbe reagire quando qualcuno gli spiffera che babbo natale non esiste: spezzando rotule e malleoli con una mazza chiodata.

Qui sotto, un romanzo di formazione giovanile condensato in un filmato di qualche minuto.