Paperoga alla conquista del Web

3 luglio 2009

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Nessun post. Anzi due. Paperoga prolassa (per i proctologi), si estroflette (per i raffinati linguisti), deborda (per i corniciai) esternalizza (per gli economisti) invade e conquista (per i fanatici del risiko).

Il primo post che ho scritto è pubblicato da un blog collettivo di probabili alcolisti che, dopo una sbronza colossale, hanno avuto l’ardire di invitarmi a scrivere qualcosa. Lei non lo sa, ma il pezzo Michael Jackson, anzi, della mancanza di tempismo musicale, mi è stato ispirato da un delizioso post di Amaracchia. Altro che ispirato, è stato una specie di gigantesca madeleine proustiana per cui, letto il suo, ho scritto il mio in sette minuti sette. Avrei potuto firmarlo come Amaracchia, ma come leguleio conosco un bel mucchietto di  norme che decisamente me lo sconsigliano.

Il secondo post è un mistero. A cominciare dal titolo, che non so che significa, dato che di inglese conosco solo termini di uso comune come apple, cat, o blowjob. Men make houses, women make homes è un pezzo del sottoscritto pubblicato nientepopodimeno che da una blogstar in auge. Il mistero però qui si infittisce, visto che questo pezzo io non ricordo di averlo scritto, e lei non ricorda di averlo pubblicato. Un post di NN, probabilmente.


Mi rubi il passato

10 febbraio 2009

Lei è sulla poltrona, davanti al mac. Io esco dalla cucina canticchiando una canzone. Lei mi investe con uno sguardo di fuoco.

“Non cantare quella canzone! Smettila di cantare le canzoni di quel gruppo!”

Io mi fermo. “Ma perchè?”

“Perchè sono canzoni del mio passato. Sono mie. Tu non te le sei mai filate. E all’improvviso arrivi e te ne appropri!”

Io rimango interdetto. “Ma scusa, una volta saresti stata contenta, quasi orgogliosa, avresti parlato di sintonia, di me che cambio idea e presto orecchio a musica nuova….”

“Adesso no. E comunque non quelle canzoni. Fanno parte di un passato che è solo mio, se tu cominci ad ascoltarle è come se te ne appropriassi. Così mi rubi il passato!”

“Ti rubo il passato?”

“Si, mi rubi il passato..”

Mi fermo due secondi, anche dieci. Ci rifletto. Sapete, la convivenza ha di molto smussato la mia misoginia, anzi, mi ha fatto rivalutare molti aspetti delle donne che prima sottovalutavo. Ho dunque imparato a non reagire d’impulso di fronte a quella che, a prima vista, potrebbe sembrare irrazionalità uterina della peggior specie. C’è sempre un fondo di verità in quello che dicono le donne, mi ripeto. O almeno vale la pena cercarlo. A differenza di noi maschi, che sembriamo dire sempre cose all’apparenza sensate, che però poi scava scava non significano un cazzo, quel che ci dice la donna è spesso un oracolo avvolto da un codice che è giusto cercare di decrittare. Dunque ci penso, dubbioso, la guardo più volte mentre lei mi restituisce lo stesso sguardo corrucciato di un minuto prima. Cerco di capire e di abbozzare una interpretazione, anche se, si sa, in questo cose sono rimasto allo stadio dell’Homo sapiens sapiens che pittura le caverne: Dunque, mumble mumble. Ascolto le sue canzoni e lei si sente espropriata di un passato che è impresso in quelle note. Può darsi anche che il fatto di essere io, il suo compagno, a cantarle, le dia fastidio per una sensazione di stranimento, ovvero mi guarda e non mi riconosce nella mia solita postura. Le sembro “un altro” a cantare quelle canzoni. Non vuole che cambi, e forse in questo modo sembra che io stia mutando di fronte ai suoi occhi.

Bene. Ho finito di riflettere. La guardo. E quindi glielo dico:

“Sei una malata di mente”.


Codici binari

28 gennaio 2009

Lei è in doccia, io  alzato da un paio di minuti. Fa capoccella dal bagno:

“Fai il caffè anche a me?”

“Veramente mi sono già fatto un the.”

“Ah, vabbè, lo berrò fuori”.

Cinque minuti dopo esce dal bagno.

“Allora, questo caffè?”

“Quale caffè? Hai detto che lo prendevi fuori…”

Sbuffa. “Non impari proprio mai. Ma non hai capito dai sottintesi che lo volevo lo stesso?”

La guardo con una faccia un tantino stanca. “Donna”, le dico calmo ma già spossato di prima mattina, “io ragiono secondo un codice binario, per il quale se mi chiedi un caffè te lo faccio, se mi dici che non lo vuoi non te lo faccio. E’ così assurdo?”

Lei sbuffa di nuovo: “No, uomo, ma è di una noia mortale. E poi, sempre con questi codici binari, non se ne può più…”

Sta a vedere che anche stavolta ero io ad avere torto.