Squarci di Terronia in aperta Padania

spogliatoio_donne

Rieccomi qua. Finalmente cazzo. Dopo otto mesi di inattività prolungata, dopo una fastidiosissima fascite plantare che mi ha impedito di correre per l’intera estate e l’intero autunno, a tacer degli spicchi di primavera e inverno, finalmente sono qui, davanti ad un campo di pallone in piena bassa padana. A sinistra si scorgono gli appennini, a destra le alpi. Freddo ladro, aria incredibilmente tersa e quasi (dico quasi) pulita.

Allaccio bene le scarpe coi tacchetti, sistemo la maglia sotto i pantaloncini, prendo il necessario ed esco dallo spogliatoio. Saluto, stringo mani, mi dirigo verso il centro del campo, ed emetto finalmente il sacro fischio ammonitore.

Sono di nuovo un arbitro di calcio.

Oggi però non voglio parlare del perchè e del percome arbitro. Ci sarà modo e tempo. Avrei da aprire un blog a parte per raccontare tutti gli aneddoti successi in otto anni di fischi e cartellini, ma diventerei monomaniaco.

Quindi faccio un passo indietro di qualche minuto dall’entrata in campo, e per oggi mi limito a raccontarvi del mio primo prepartita che mi ha visto ritornare nel dorato mondo del calcio amatoriale di provincia.

Arrivo al campo e mi accoglie un omino basso e sorridente.

Vi snocciolo subito tre leggi di murphy facili facili che si accaniscono sull’arbitro Paperoga:

1) quanto più vi sorridono i dirigenti al vostro arrivo, tanto più alla fine della partita vi vorranno cavare la pelle.

2) la squadra i cui dirigenti si sono comportati con più educazione  e cortesia con il sottoscritto è anche la squadra che fatalmente perderà l’incontro per un rigore dubbio o un fuorigioco incerto.

3) infine, ma non chiedetemi perchè, con me vincono sopratutto le squadre in trasferta. E di questo dovreste vedere quanto è contento quel cortese e selezionatissimo pubblico che viene a guardare la propria squadra di paese perdere contro la rivale.

L’omino mi stringe la mano, i soliti convenevoli, qualche salamelecco in più del solito, un po’ di sana invadenza che così poco sopporto nei miei conterronei,  insomma arriviamo allo spogliatoio.

“Prego, si accomodi, sono a sua disposizione”, mi dice con un marcato accento napoletano tipico della bassa padana.

Entro. Mi si palesa agli occhi un enorme stanzone poco illuminato dalle finestre schermate delle docce. Nessuna panca, solo due sedie ed una scrivania trafugate decenni prima dalla scuola elementare di Edmondo De Amicis in persona. Fa un freddo cane. I termosifoni sono stati appena accesi, perchè si scaldino quando sarò già in campo, il che capirete è molto utile.

Per terra c’è uno sporco imbattibile, per dirla con la pubblicità, anzi, per dirla tutta è uno strano e vivo lerciume misto di fango rinsecchito e insetti morti un po’ qua e un po’ là, enormi rotoloni regina di polvere e un continuo scalpicciare come di di ghiaia fina sotto ai piedi. I muri sono rigonfi di umidità, enormi bolle di intonaco alcune crepate e scoppiate, altre ancora belle globose. Sul termosifone sui cui vado a scaldare la divisa ci sono cacche di piccione. Come cazzo è  possibile non lo so, ma è vero. Guardo sopra la parete, alla ricerca di un nido. Niente. Ovviamente indosso la divisa bella fredda, ma almeno mi risparmio qualche orribile malattia in stile Dr. House.

Ma il bello dello stanzone sono gli oggetti assurdi disposti a caso da un arredatore d’interni cieco come una talpa e dotato di uno strano gusto per il modernariato. Nell’ordine noto:

1) un attaccapanni a forma di polpo dai sette tentacoli talmente arrugginito che se ci appendi realmente il giaccone il tentacolo si stacca sfarinandosi.

2) un frigorifero basso e tarchiato, funzionante e vuoto, anzi dentro c’è mezza bottiglia di chinotto che starà svernando lì da secoli. Mi trattengo dal berla.

3) tre barelle di diversa fattezza, una più gigantesca dell’altra, messe in verticale o in orizzontale, roba che ci puoi raccogliere con la pala un mucchio di persone e mettercele sopra comodamente. Tutta roba di ferro arrugginito, mica cazzi, anche qui il tempo si è fermato agli anni ’70;

4) un armadietto per il pronto soccorso inchiodato al muro, dove spunta solo una boccetta di mercurio cromo già aperta, una busta di garze piena di bollicine di condensa, e un inspiegabile termometro;

5) sullo stipite della porta che dà verso le docce hanno appiccicato due metri di carta dell’ikea per misurare l’altezza. Sotto una vecchia bilancia pesapersone che pare ancora funzionare. Decido di approfittarne. Mi denudo sfidanfo l’aria siberiana, e la bilancia indica 69 kg. Ho perso qualcosa dal Natale. Il metro ikea indica 1,78. Bene, ancora non mi sto ritirando.  Mi guardo in giro alla ricerca di un bel righello per misurare la dimensione delle pudenda, giusto per completare l’opera, ma non ve n’è traccia.

Verifico le docce, ce ne sono due, quanta abbondanza. Apro il rubinetto della prima, e l’acqua schizza orizzontalmente verso le finestre, in una sorta di spruzzo angolare che sfida ogni legge dell’idraulica. Vado alla seconda, ed escono ad intermittenza solo tre spruzzetti, uno al centro uno a destra uno a sinistra,  in modo così ritmico e caruccio da sembrare una riproduzione in scala di una fontana di villa d’Este a Tivoli. Romantico, ma mi sa che la doccia me la faccio a casetta mia.

Bussano alla porta. E’ l’omino educato.

“E’ tutto a posto, le serve niente?”

“Tutto bene, come no” (mi prendi pure per il culo?).

Si guarda attorno con aria di soddisfazione.

“Ha visto come è fornito lo spogliatoio?”

“Eh, si, ho visto” (ho capito, mi stai prendendo per il culo, ma vedrai che ti combino in campo maledetto nano).

“Lo vuole un bicchiere di thè caldo prima dell’inizio della partita, assieme all’acqua?”

“Molte grazie” (orpo, e questa chi se l’aspettava, forse allora ti grazio)

Torna tutto trotterellante con una bottiglia d’acqua sotto le ascelle e un bicchiere di plastica fumante in mano. “Tenga”.

Non so come abbia fatto a tenerlo in mano in quel modo, ma vi giuro che quel fottutissimo bicchiere di stramaledettissimo thè era più bollente dei carboni dell’inferno. Il tempo di poggiarlo senza farlo cadere sulla scrivania, e mi vedo il palmo della mano rosso che pare pulsarmi. Inghiotto la bestemmia come se fosse un sasso, e ringrazio il nano malefico con un sorriso tirato e inveritiero. Ovviamente non bevo nulla, anche perchè metà plastica del bicchiere si è sicuramente disciolta nel thè, dando vita ad una miscela che mi procurerebbe immediate degenerazioni cellulari nello stomaco. Posso giurarvelo su diverse edizioni della Bibbia, ma quel bicchiere era ancora tiepido a fine primo tempo. Controllo la scadenza dell’acqua. Lo so, mi prendete per scemo, ma le squadre di calcio comprano stock di bottiglie d’acqua che consumano nel giro di 5 anni, regalandoti bottiglie ampiamente scadute da un anno o due, nel cui brodo primordiale già si avvertono i primi sussulti di nuove forme di vita e di nuove potenziali civiltà. Mi è già successo innumerevoli volte, ma stavolta l’acqua scade tra solo un mese.

Va bene, è ora di uscire. Noto che la porta dello spogliatoio della squadra di casa è stata sfondata con un calcio, ci sono ancora pezzi di compensato che spuntano fuori. Lo spogliatoio della squadra ospite invece ha i riscaldamenti che non funzionano, me lo bofonchiano i dirigenti, sibilando alle mie spalle, come se fosse colpa mia (sappiatelo, tutto quello che va storto in quelle due ore, compreso il fatto che all’allenatore spuntino all’improvviso delle emorroidi esterne, sarà colpa dell’arbitro. Se non siete pronti ad essere dei veri Benjamin Malaussene, non vi avvicinate nemmeno al mondo delle giacchette nere).

Guardo il campo di calcio. Manco un filo d’erba e un sacco di buche. Le tribunette in legno quasi marcio sono  interdette al pubblico, che assiste dietro le reti di recinzione.

Non lo so, mi prende una sorta di spleen. In quel momento, come in una sorta di  illuminazione fallace, questo  scorcio di nord che mi circonda all’improvviso mi sembra tanto ma tanto miserabile, sgarrupato, debole, indifeso, vulnerabile. Come prima del miracolo economico, come prima della ricchezza spinta. Ecco come dovevano essere questi posti, un tempo.

Come un sud qualunque che riesce, nonostante tutto, a farti ancora tenerezza.

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8 Responses to Squarci di Terronia in aperta Padania

  1. prefe ha detto:

    giusto ieri parlavo di iscrivermi a un corso per arbitri.
    Di RUGBY pero’, non sono mica matto.

    Bel pezzo comunque, a suo modo malinconico.

  2. Punzy ha detto:

    mentre leggevo pensavo, appunto, allo spogliatoio dove facevo yoga nella sscassatissima palestra giu nella munnezzosa napoli..
    scusa, potresti fare una foto all’attaccapanni
    eddai

  3. Porzione ha detto:

    Juventino, ipocondriaco e pure arbitro. Ma riuscirò a trovare del buono in te.

  4. paperogaedintorni ha detto:

    prefe: vada per il rugby. E i tuoi figli tienili lontani da questo sport di merda.
    punzy: spero non mi mandino più in quel buco, mi spiace niente foto spero per sempre
    porzione: mai riuscirai a trovare del buono in me.

  5. somiglia tanto ai luoghi di pratica di certe arti marziali solo che lì non c’è l’arbitro ma solo un branco di matti che ogni tanto è convinto di avere un’illuminazione, invece è solo lo streptococco preso nelle docce che è finalmente arrivato al cervello….

  6. sunofyork ha detto:

    sì, ok, tutto bellissimo, tutto poetico, ma senza le informazioni essenziali non si va avanti

    Sun

  7. sunofyork ha detto:

    sottotitolo: alludo al punto 5) 🙂
    Sun

  8. paperogaedintorni ha detto:

    farlocca: streptococco? sai che sono ipocondriaco, non mi fare venire strani pensieri…
    sun: no righello, no party.

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