Passato (la puzza di olio di sansa)

olio

Ho trascorso l’infanzia in una casa lunga e smisurata, percorsa all’esterno da un interminabile balcone che si affacciava su uno stabilimento agricolo-industriale di proprietà familiare, sormontato da una altissima e minacciosa ciminiera che raggiungeva i 50 metri di altezza. Un enorme spiazzo di cemento accoglieva ogni giorno l’andirivieni di una trentina di camion che entravano, pesavano la merce e svuotavano tonnellate di sansa (non lo sapete cos’è la sansa, mi ci gioco la bici).

Quell’affollato paesaggio industriale è stato il mio luna park d’infanzia. Non compiangetemi, non avete capito un cazzo. Ho avuto la migliore infanzia che possa desiderare qualunque ragazzino emiliano, sopratutto quelli urbani, claustrofobizzati e rincoglioniti che vedo aggirarsi nei centri commerciali.

Spazi sconfinati e pericolosi, totale libertà di movimento, oratori a distanza di abuso sessuale. In quello stabilimento si realizzavano tutte le nostre fantasie bambinesche: partite di pallone, nascondino, prendi prendi, guardie e ladri, olimpiadi, caccia al tesoro, sanguinose risse fraterne,  orribili torture degli insetti più vari. Il tutto tra i fumi densi della ciminiera, le esalazioni di alcune tubature bollenti che segnavano il limite dell’improvvisato campo da calcio, e che se ti ci sedevi sopra facevi un salto di due metri e ti ritrovavi il culo con le bolle, i capannoni dove avveniva l’essicazione, dove le polveri sottili ti entravano persino nei pori, e in cui tutti indossavano le mascherine usa e getta tranne noi, le coperture delle tettoie in puro enernit sulle quali ci arrampicavamo, grattando grattando, per recuperare il pallone, scarti di lavorazione messi a bruciare in isolate pire nerastre che una volta spente assomigliavano a strani e funesti luoghi di sepoltura indiana, operai incazzati che ti foravano il super-tele con la sigaretta, lo zio sempre in agguato con l’alcool puro per cospargerti il ginocchio grattuggiato dalla brecciolina.

Ora che ci penso, se mio figlio nasce, che ne so, con sei dita per mano oppure con due minchie, saprò il perchè. Comunque, dovendo scegliere, meglio che nasca con due minchie. Se è femmina però è meglio di no.

Quello straordinario parco giochi personale, dove ogni giorno scoprivamo nuovi anfratti e respiravamo nuovi effluvi potenzialmente cancerogeni,  era anche una trappola micidiale per dei bambini, roba che se lo avessero saputo gli assistenti sociali io avrei passato l’infanzia in un riformatorio, e i miei genitori si sarebbero alternati in galera. Tanto per fare un esempio, nel giro di dieci anni:

1) sono caduto in un pozzo artesiano (per fortuna pieno fino all’orlo di acqua e calce, salvato dall’annegamento e dalla cecità dal pronto intervento dello zio);

2) mi sono bruciato un piede mettendolo accidentalmente in uno dei fuochi sepolcrali di cui sopra, e ancora oggi il mio calcagno sembra marchiato a fuoco quasi fossi una vacca del Texas;

3) sono stato inseguito per circa venti metri da un enorme serpente nero spuntato all’improvviso dallo strano giardino chimico che mio nonno curava dietro uno dei capannoni (e per essere sicuro ho continuato a correre per almeno altri duecento metri fino al bagno di casa mia con tanto di porta chiusa a chiave a doppia mandata e un sospetto di infarto a neanche 8 anni);

4) ho visto distintamente il Demonio (ridete pure, io l’ho visto, era una sera d’autunno ed era quasi buio, in piedi, nel capannone centrale, se la rideva e somigliava a Falcao);

5) per salvare uno stronzo di uccellino che non sapeva volare ho rischiato di essere stritolato in mezzo a due enormi bidoni di ferro arrugginito da 5 quintali l’uno di olio lampante, e salvato da mio padre a 5 secondi dal divenire poltiglia. Dopo di che sono stato da lui pestato come il barbone in Arancia Meccanica.

Tutto questo per dire? Ah si, la puzza. Dallo stabilimento usciva fuori una puzza di lavorazioni agricolo-industriali che, per chi non era nato e vissuto lì, risultava peggiore del tanfo dell’inferno. Fidatevi, altro che centosessanta grammi di bontà in olio d’oliva: il puzzo acre di olive sottoposte a più processi di lavorazione a millanta gradi celsius, non corrisponde esattamente al suadente odore dell’olio extravergine spremuto a freddo dal mulino di pietra, e che il contadino ti fa assaggiare sul pane nel suo casale toscano sotto i carducciani cipressi di Bolgheri.

Io con quel sapore acido di olio spremuto male e di noccioli di olive essiccati ci sono cresciuto, mi è penetrato nelle narici, mi ha impregnato tutti i vestiti, probabilmente mi ha anche mutato il DNA, e non ci ho praticamente mai fatto caso. Ma quando venivano i compagnucci di scuola dalla città, dritti dritti dalle loro villette nei quartieri residenziali, si tappavano il naso chiedendosi se per caso avessi perso il senso dell’olfatto prendendo qualche botta sul naso, oppure per una forma precoce di tumore al cervello.

“Ma come cazzo fai a vivere qui?”

“Perchè?”

“Ma Diosanto, cos’è sta puzza?”

“Ma quale puzza?”

Rimanevano lì al massimo mezz’ora, poi cominciavano a lacrimare e a reclamare la mamma, che veniva a prenderli, si turava anche lei il naso, li riportava a casa, bruciava i loro vestiti, ripuliva i loro corpi con getti potenti d’acqua calda, e il giorno dopo li portava a fare una TAC al polmone e una spirometria.

Ed io? Io non sarò mai grato abbastanza a quella puzza. La mia vita sociale, almeno fino ai 16 anni, è stata uno spettacolare flop, accettato e mai subìto, voluto e goduto, almeno finchè il desiderio di limonare con qualcuna non mi ha smosso da quello splendido isolamento territoriale che sapeva di olio di sansa. Ero come chiuso in una bambagia puzzolente che mi proteggeva dal contatto esterno, e in quell’enclave sono divenuto quello che sono forse anche adesso.  Perchè io, ancora oggi, e più di ogni altra cosa, sono quello che giocava a tennis contro il muro per interi pomeriggi di primavera, quando la primavera era una gran stagione da vivere. Rovescio, dritto, rovescio, migliaia di segni della palla contro il muro giallo e stinto, e solo mia nonna a guardarmi dalla finestra, e i camion a scaricare sansa e gli operai a gridare ordini confusi dal trattore.  Finchè non faceva buio e non bastavano più le luci arancioni della statale di fronte, io rimanevo lì, in quello splendido isolamento, a cercare di diventare Stefan Edberg, con quel fetore insopportabile d’intorno che per me non era altro che l’odore di casa.

Un odore che, finchè c’è stato, mi ha preservato dallo scontro con gli esseri più stupidi e irritanti della terra: gli altri.

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14 Responses to Passato (la puzza di olio di sansa)

  1. porzione ha detto:

    Io so cos’è la sansa: abito vicino ad un oleificio e ne conosco la puzza. Sgancia la bici, intanto leggo il seguito del post, dovevo reclamare il premio.

  2. Punzy ha detto:

    anche io lo sapevo: ho fatto un corso di specializzazione post laurea sull’economia agro alimentare
    Ma non e’ quello il punto.
    Il punto sono gli odori dell’infazia: la mia napoletana fanciullezza permeata fu dall’odore di cozze andate a male che ancora oggi, per me, e’ l’odore della mia citta’

  3. paperogaedintorni ha detto:

    puttana eva, mi tocca svenarmi per comprare bici a questo e a quello. maledetta la mia boccaccia.

    porzione: prima mi molesti la ragazza in sogno e poi mi fotti una bici nella realtà. Dì la verità, ti vuoi vendicare per la puzza da te subita dal sansificio di famiglia…

    punzy: questa cosa che commentiamo reciprocamente il blog dell’altro alla stessa ora mi sembra vagamente lynchiano…

  4. CMT ha detto:

    Io so bene cosa sia la sansa e so perfettamente che odore ha (quando c’è il vento giusto, che poi alla fine dei conti è il vento _sbagliato_, ammorba tutto il paese coi fumi dell’oleificio poco distante).

  5. porzione ha detto:

    Ti sei giocato la tua bici, hai dunque due possibilità: assegnarla al primo (soluzione che caldeggio), oppure sezionarla ed inviarla a vari impostori in giro per il mondo. Infatti pare che siano tutti scenziati della sansa qui.
    Ma che ne sapevo che era la tua ragazza: uno sogna una ed allunga le mani…

  6. Punzy ha detto:

    si l’avevo notato, ci attendiamo con ansia!!

  7. sunofyork ha detto:

    non ho capito cosa c’entra l’immagine con tutto il resto, so solo che ha innescato la mia solita mania “”tonno riomare, è una certezza, tonno riomare è una certezza”.

    per il resto, da buona pugliese (come pozione, per altro), conosco perfettamente l’odore di sansa. Ne metto cinque gocce dietro le orecchie prima di andare a dormire e nulla di più 🙂

    Sun
    (l’ultima frase mi ha stroncata, la voglio assolutamente nel tuo primo libro)

    • paperogaedintorni ha detto:

      a richiesta della mia futura editrice, l’immagine del post è stata modificata. una volta c’era la libertà dell’autore, oggi c’è l’ingerenza dell’editore….

  8. paperogaedintorni ha detto:

    riguardo alla bici: non vale. Ho lettori quasi esclusivamente terroni, e non l’avevo messo in conto. Se il buon prefe avesse indovinato, gli avrei incartato la mia bianchi. I pugliesi, poi, sono fuori dalla gara perchè imbrogliano, come è noto.

  9. CMT ha detto:

    Cérto 😛
    Serve dirlo che sono pugliese pure io? ^_^
    Comunque in bici non ci so andare per cui non mi sarebbe servito a molto vincerla ^__-

  10. XPX ha detto:

    Io invece ho trascorso la mia infanzia davanti ad un mattatatoio in pieno semicentro cittadino.
    La mattina una favolosa puzza di piscio di vacca mi faceva sembrare d’esser in campagna … Poi lo smog …

  11. prefe ha detto:

    A falcao somigliava eh?


    Soliti post razzisti…

  12. porzione ha detto:

    Annuscia la bici. Sono pugliese: ho imbrogliato ed ho vinto. Embè? Così funziona questo paese.
    Spero sia una Bianchi.

    • paperogaedintorni ha detto:

      porzione: ho deciso salomonicamente di fare a pezzi la bici come da te suggerito. a te tocca il cavalletto. se ti può consolare, è il cavalletto è marca bianchi

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