E.R. Paperoga in prima linea

tunnelorrore

Sabato scorso ho passato una allegra mezza giornata nel Pronto soccorso della mia città. Non riguardava me, ma un membro della grande famiglia dei Paperi, e comunque non era nulla di preoccupante. Resta il fatto che ho passato molte ore in un posto da cui mi terrei alla larga volentieri, e questo non perchè sia un luogo di dolore, dove ci si accorge della propria fragilità, e tutte ste menate su quant’è brutto entrare in ospedale.

No. Il mio è un cruccio molto più pratico ed urgente. Non ci crederete, ma Paperoga sviene alla vista del sangue. Del suo sangue, di quello degli altri, non importa il gruppo, non importa la quantità, non importa l’odore o il colore. Insomma non è Glen Grant ed io non sono Michele l’intenditore. Mi basta vedere una minima quantità di quel viscoso liquido rosso, e le gambuccie cominciano a farmi giacomo-giacomo, la pressione scende, ed io vedo distintamente San Gennaro, patrono dei donatori di sangue, che mi invita ad una conversione rapida ed ad una vita di stenti, astinenze e privazioni. Io gli replico e dico: San Gennà, a parte la conversione, il restante pacchetto ce l’ho già tutto, grazie. Ma lui mi dà una bastonata in testa e continua a menarmela per qualche altro secondo con frasi in un napoletano oscuro e mistico.

Capirete dunque perchè ho sempre un po’ di paura quando devo entrare, seppur da spettatore non pagante, in un Pronto soccorso. E’ come quando ero piccolo e non volevo entrare nel Tunnel dell’Orrore alle giostre estive della festa di Sant’Oronzo. E, se ci entravo, chiudevo gli occhi e mi serravo ai miei fratelli più piccoli, i quali probabilmente oggi raccontano ad uno psichiatra di essere stati molestati durante l’infanzia in strani corridoi a rotaie, e non ricordano da chi.

Comunque, nella tarda mattinata di sabato scorso, mi tocca di entrare nel Pronto Soccorso. Già all’accettazione c’è una fila di sfighe da primato: lamenti, gorgoglii di moribondi, facce segnate dal dolore, gente che vuole subito una barella perchè non si tiene in piedi, insomma attorno agli infermieri si raccoglie una massa che pare essere scappata da una bolgia infernale. Scoprirò più tardi che è tutta una finta, o che comunque al momento dell’accettazione vige la regola aurea del farsi vedere molto più messi da culo di quanto in realtà si è. L’assegnazione di un codice verde o bianco (ma i più spudorati cercano di farsi dare anche un giallo) segna la differenza plastico-temporale tra il rimanere 4 oppure 8 ore ad aspettare che qualcuno dei camici bianchi ti si fili almeno di striscio. Ecco dunque la sceneggiata napoletana che va in onda all’accettazione. Pur di non svernare in quel postaccio, la gente svende la sua dignità a prezzo di costo.

Passata l’accettazione, si arriva in una sala quasi angosciante, nel modo in cui l’arredatore di interni  ha scelto di dislocare pazienti e parenti. In una sorta di feng shui all’amatriciana, i parenti si sistemano ai bordi della sala, alternati a pazienti meno gravi che stanno seduti assieme a loro su sedioline di plastica che perimetrano le quattro mura. Al centro, una bella schiera a pettine di barelle con i pazienti che non posso stare seduti. E’ un incrociarsi di flebo montate e smontate, di infermiere che per passare la sala sballottolano le barelle, di parenti in piedi che guardano le porte dei medici aprirsi e fanno occhioni preoccupati in una sorta di captatio benevolentiae, pazienti che sono lì da Natale e cominciano a bestemmiare in oscure lingue della Terra di Mezzo.

Io mi piazzo su una sedia libera. Ho con me un interessantissimo manuale di preparazione ad un concorso. So che sarà lunga, quindi mi sono premurato. Alla mia destra, mio fratello Copeland che però si alza ogni tanto per andare a vedere come sta il nostro malato. Alla sinistra, la moglie preoccupata di un inquietante paziente straniero al suo fianco. In realtà lui è seduto, tranquillo, nessun segno visibile di sofferenza, forse ha l’aria un po’ stanca. Se non fosse per quella mascherina sul volto, che pare suggerire una latente tubercolosi, ci sarebbe da chiedere perchè è lì. Per infettarmi e farmi morire come un personaggio dostoevskjiano, suggerisce prontamente la mia ipocondria anch’essa latente, ma sempre pronta a scassare il cazzo.

Ad ogni modo, il tempo passa lentamente in uno stillicidio di maroni stracciati, io chino sul mio libro a pensare quanto tempo di vita mi resta da vivere, e se sarà bello morire come in un romanzo d’appendice dell’800. Mentre penso a questo però tendo a dimenticare che il pronto soccorso, se ha questo nome, è anche perchè lì ci arrivano casi disperati ed urgenti, e quindi ti passano davanti all’improvviso operai caduti da 4 metri d’altezza con braccia rotte e sangue a canali versato a caso. E tu, che sgrani gli occhi, ti accorgi del sangue, ed ecco arrivare San Gennaro puntuale mentre a te formicolano le gambe e cerchi di rimanere in te e non svenire sulla mascherina del tubercolitico.

Una buona notizia ad un certo punto. L’appestatore con la mascherina viene chiamato, si alza mi guarda, io mi appunto mentalmente la faccia di chi mi ha condannato ad una morte atroce, e dentro di me spero che, se vado all’inferno per colpa sua, lui mi preceda di molto e finisca nel girone dei sodomiti.

Al suo posto arriva dopo qualche minuto un emiliano tarchiato, con la faccia di chi mangia surrogati di maiale dalla mattina alla sera, in preda ad ovvi dolori di stomaco. Gli hanno dato un codice bianco, quindi era meglio se si portava una canadese perchè sarà una lunga notte. Si lamenta un po’, storce il viso, ma non è fastidioso. Per due minuti. Dopo comincia a mollare dei rutti incontrollati come fosse una pecora. Immaginate il piacere fisico da me provato nel stare accanto a questo scaldabagno umano. Il supplizio dura per i venti più schifosi minuti della mia vita. Poi trovo un pertugio accanto a mio fratello dall’altra parte della sala.

Il componente della grande famiglia dei Paperi sta meglio, lo dimettono, anzi gli fanno pagare pure il ticket perchè non aveva nulla, a dire dei vari segaossa di turno. Che stia meglio me ne accorgo dalle bestemmie sgranate alla vista dell’importo da pagare. Perchè esca, però, deve aspettare una firma del medico, e nel frattempo mio fratello mi avvisa che il parcheggio dell’auto sta per scadere.

“Dammi anche 50 centesimi, che lo vado a rinnovare, sennò ci fanno la multa subito sti bastardi”, mi dice.

Io prendo 50 centesimi dalla tasca e glieli porgo. Succede l’incredibile. Quando la mia mano e la sua entrano in contatto nell’apprensione della moneta, sentiamo distintamente entrambi uno ZOT!, una scossa elettrica che ci fa ritrarre le mani mentre la moneta vola per la sala. Ci guardiamo attoniti come due deficienti, e dopo un secondo stiamo lì a guardarci senza poter trattenere grasse e smodate risate.

Cioè, ridiamo senza freni nella sala di un pronto soccorso dove il dolore regna sovrano. Mentre noi ridiamo, la gente si gira pian piano a vedere quali merde più merde possano mettersi a ridere in quel luogo di lamenti. I parenti inorridiscono, le infermiere scuotono il capo, i pazienti bofonchiano qualcosa di poco carino, tranne quello con mal di stomaco, che continua il suo solfeggio di rutti. Ci accorgiamo di essere odiati come poche altre volte nella vita ci è capitato, prendiamo i giubbotti ed usciamo dal Tunnel dell’Orrore.

Fuori c’è il sole limpido di questi giorni emiliani, un pomeriggio ancora da vivere, uno strano sorriso sul volto,  ci sentiamo come sollevati e una fame improvvisa ci porta verso il primo bar, a mangiare un panino farcito e sorseggiare una coca, e scambiare quattro chiacchiere tentando di recuperare il tempo perduto.

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8 Responses to E.R. Paperoga in prima linea

  1. Porzione ha detto:

    “Sabato scorso ho passato una allegra mezza giornata nel Pronto soccorso della mia città. Non riguardava me,” ma ne hai approfittato per una controllatina, immagino.
    P.S.
    Io ho pagato il ticket per essere andato al pronto soccorso con un’emorragia dovuta ad un punto saltato…

  2. Amaracchia ha detto:

    Adesso per merito tuo se mai io stessa o qualcuno di mia conoscenza avrà bisogno di passare dal pronto soccorso, dovrà o vedermi avvolta in tuta anticontagio con respiratore annesso oppure, più facilmente, farsi visitare online da un forum.

  3. prefe ha detto:

    scusa… e come li guardi i film se ti impressiona così tanto il sangue?

  4. punzy ha detto:

    Ma come fai a guardare i telegiornali se ti impressiona tanto il sangue???

  5. paperogaedintorni ha detto:

    porzione: hanno fatto bene a fart pagare, per un misero punticino immagino l’emorragia..
    amaracchia: sa, non mette proprio in un agio folle vedersi uno con mascherina respirare a fatica a mezzo metro
    prefe e punzy: il sangue mi fa impressione solo dal vivo. Se si tratta di film poi, l’impressione è sotto zero. altrimenti come farei ad essere un fanatico dei film horror?

  6. Amaracchia ha detto:

    Ovvio, e poi io mi agito per molto meno. Quando mi spedirono a fare vaccino antirosolia l’anno scorso ero circondata da piccoli untori e mi isolai in un angolo.

  7. Porzione ha detto:

    Lasciamo perdere, ti dico solo che sono stato scucito e cucito a crudo due volte quella notte.
    Ad ogni modo, ho creato la rivista che fa per te: http://porzione-hangthedj.blogspot.com/2009/02/starmale.html
    Contattami per l’abbonamento, ti ho riservato una promozione particolarmente favorevole.

  8. fed ha detto:

    Un’amica che ha fatto parte del tirocinio da medico al pronto soccorso mi ha raccontato che l’orario migliore è quello fra le 3 e le 4 del mattino: a quell’ora si presentano sempre e immancabilment epersone un po’ fuori di zucca come un tale che avendo trovato un lombrico (o qualcosa che lui sosteneva essere un lombrico) nella vasca da bagno si era fissato che proveniva dal suo corpo -_- insomma, il ruttatore professionista è sotto la media standard.

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