Il vero incubo non è lavorare oggi

Il primo giorno di lavoro non è stato tragico. Si, insomma, non sapevo cosa fare, dove chiedere, a chi rivolgermi, come muovermi, cosa dire, come mascherare la mia totale impreparazione e la mia assoluta infelicità di essere lì, ma tutto sommato, è andata bene.

Certo, ho occupato il posto in stanza con un fumatore che prima era solo e libero di sfumacchiare quando voleva, e che ha capito subito, da una risposta cortese ma secca e decisa, che non amo sentire il cancro presenziare in una stanza con i suoi anelli di fumo come un Casper cattivo che aleggia sulla mia aspettativa di vita. Ma vabbuò, un pericoloso nemico in più annidato in studio, che sarà mai.

Vabbè, c’è poi da dire che le condizioni propostemi al momento del colloquio sono risultate solo un’esca per farmi venire lì e scoprire che ci sarà da lavorare il doppio, ma non è poi che uno ci rimane male per questo.

L’unico momento reale di difficoltà l’ho avuto alla fine della giornata, quando sono andato a salutare il capoccia.

Paperoga: “Vado, ho finito quella cosa.”

Capoccia: “Ok, beh, è andata bene , non trovi?”

Paperoga: “Ma si, devo dire di si.”

Capoccia: “A domani, allora.”

Domani?

Come domani?

Esiste un domani?

Non è finita qui?

Cioè, il culo che mi sono fatto oggi me lo devo fare anche domani?

E dopodomani? Dovrò anche venire dopodomani per caso?

E la settimana prossima?

Paperoga: “Certo…a domani…glab.”

Ecco dov’è l’inchiappettata del lavoro. Che lo devi fare anche il giorno dopo. E l’altro ancora. Non l’avevo considerato, davvero. Cioè, non è che credevo davvero di dover lavorare un solo giorno. Ma non avevo fatto i conti con la spada di Damocle del “domani”. Mentre lemme lemme raggiungevo la stazione, consideravo da che quel momento anche i giorni della settimana riprendevano ad avere una forma e una consistenza diversa e quasi plastica. Ovvero, il lunedì è differente dal venerdì, cose del genere. Cose che voi tutti considerate ovvie, ma credetemi, per un esperto di “orizzontologia chiappale” come me, uno che sino ad oggi si preoccupava al massimo dell’id basso di emule,  tutto ciò mi catapulta d’improvviso agli orribili tempi di grembiule e cartella e oltre. Era dai tempi di scuola che non consideravo i giorni della settimana, il loro lento scalare verso il sabato, e così via. Insomma, la fatica di finire la settimana. Nella mia precedente vita, fino a ieri cazzo, e che adesso mi sembra tristemente lontana, ogni giorno valeva l’altro, tanto non combinavo una mazza nè prima nè dopo. Adesso, mi sembra di esser tornato con lo zaino in spalla la mattina presto e col terrore dell’interrogazione di greco domani.

Domani, perdio.

Me l’ero scordata, l’ansia di domani.

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8 Responses to Il vero incubo non è lavorare oggi

  1. prefe ha detto:

    oh …
    come ti capisco. Io ero nella tua situazione quattro anni fa quando ho cominciato a lavorare. Il problema è che sono passati 4 anni e non è cambiato nulla.
    Ogni mattina dico “non è possibile che io debba andare davvero a lavorare”.
    Ogni giovedi sera mi sento morire perchè non ho dormito le notte precedenti. Tutti i venerdì sputtanati per la troppa stanchezza.

    Ah.Brutto periodo ti aspetta. E c’hai pure il treno!

  2. paperogaedintorni ha detto:

    grazie per l’incoraggiamento. vado a prendere un aspide

  3. paperogaedintorni ha detto:

    ho già l’aspide, grazie.

  4. paperogaedintorni ha detto:

    piuttosto vorrei sapere dall’esperta che razza di lavoro mai è il mestiere del leguleio.

  5. Campanellino77 ha detto:

    un lavoraccio. lascia stare. altro che ansia di domani lì. l’ansia dell’ora dopo, piuttosto.

  6. paperogaedintorni ha detto:

    facevo bene io a rimandare e rimanere nel cantuccio elitario della ricerca universitaria. peccato che non mi pagassero.

  7. Valentina ha detto:

    Secondo me l’ansia di domani è una questione soggettiva, legata solo parzialmente all’attività che uno svolge.. tipo io ce l’ho anche quando il giorno dopo non ho c.. da fare, mi imparanoio cmq per dopo-domani e per dopo-dopo-domani ancora

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