Il comandante Caracalla

5 aprile 2013

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L’arrivo della bimba ha fatto scoprire a me e Sunofyork una marea di cose di cui ignoravamo l’esistenza. E non parlo del senso materno o paterno, o dell’infinito amore per i figli, o del senso del sacrificio e balle varie.
Parlo dell’esistenza delle 4 di mattina. Fino a sei mesi fa, le “4 di mattina” erano una leggenda metropolitana. Si, si sapeva che c’erano, probabilmente l’orologio le coglieva ad un certo punto della notte, ma io personalmente non le avevo mai vissute nè viste da sveglio.
Ecco, la bimba ci ha fatto conoscere non solo le quattro, ma anche le tre, le due, le sei e le cinque. Cinquina secca sulla ruota del quartiere Savena.
Passate a cambiare pannolini, a scaldare il latte, ad allattare, a cullare, le ore notturne adesso le conosciamo benissimo, e le sentiamo nel naso e anche nella gola.
Per carità, occorre dire che rispetto ai racconti da tregenda di altri genitori, a noi è andata anche bene. La bimba in fin dei conti ha cominciato a dormire ben presto a larghi intervalli di risveglio, e nei magici terzo e quarto mese è stata capace, complici le vacanze natalizie in casa dei nonni, di dormire di filato dalle 10 di sera alle 7 di mattina.
Dal 5 mese in poi, però, la bimba ha cominciato a dar segni di nervosismo serale. Dapprima si è attaccata alla droga lattacea materna, e questo per un po’ ha messo una pezza alle bizze serali.
Dal 6 mese in poi anche il latte materno ha smesso di avere quelle magiche proprietà narcotiche, e ci siamo ritrovate una bimba che alle 9 e mezzo di sera è stanchissima, incazzosissima, sgusciante come un’anguilla e infastidita dal mondo. I motivi, valli a sapere. Saranno i dolori dei dentini che stanno a spuntare, le preoccupazioni per l’ingovernabilità del paese o la delusione per il calo del ritmo narrativo nella terza stagione di The Walking Dead, fatto sta che ogni sera è una lotta.
Sunofyork, dio la benedica, fino ad adesso si è scoppolata buona parte delle operazioni di messa a letto, anche perchè, per quanto mi sia messo di impegno, la montata lattea in me non è sopraggiunta. Ma adesso che l’addormentamento è divenuto indipendentemente dall’allattamento, anche il padre è chiamato a mettere a letto questa sorta di invasata opossum che ho per erede.
Ieri sera, in particolare, complice una serata di complicata gestione di questa piccola sovversiva, verso le 23, mentre nel lettino la bimba si dimenava senza sosta come un piccolo carnoso contenitore di tritolo, Sunofyork è giunta in soggiorno con lo sguardo delle grandi decisioni da prendere, ha puntato i piedi e messo le braccia conserte, in posizione Mastro Lindo: “Come maledizione facciamo a mettere a letto nostra figlia in modo sempre uguale, creando in lei delle abitudini e lasciandoci vivere almeno un pezzettino di sera in sua assenza?”

Sempre prodigo di soluzioni, ho accennato ad un “non saprei”.
Lei nel frattempo si era preparata sull’argomento, avendo consultato migliaia di siti e di forum che contenevano preziosi indicazioni, rimedi miracolosi, soluzioni estemporanee, incluse macumbe e riti vodoo.
“La soluzione più caldeggiata è metterla a letto da sola, e tornare di tanto in tanto per consolarla, ad intervalli di tempo sempre più lunghi, e sopratutto tutti sconsigliano di farla dormire spesso nel lettone”.
“Mi sta bene, giusto”.
“Cominciamo adesso allora!”, mi ha detto con decisionismo futurista.
“Ok, tra quanto tempo dobbiamo intervenire?”, mentre dall’altra stanza provenivano urletti, gorgoglii, accenni di piagnisteo e folli risatine tutte arrotolate in un’unica espressione vocale.
“Tra tre minuti.”
Da buon arbitro, avvio il cronometro dell’orologio ed osservo Sunofyork. Il suo sguardo, nel sentire da lontano sua figlia abbandonata a se stessa per 3 minuti, si oscura, poi si commuove, poi mi implora, poi avvampa di rabbia impotente e non si trattiene:
“Quanto è passato?”
“Dieci secondi”.
“Mio dio, è terribile!”
“Quindici secondi”.
“Smettila, è uno stillicidio!”
“Venti.”
Dopo manco un minuto e mezzo si è già scaraventata ai piedi del lettino per prendere in braccio il giovane Werther che si lamenta della sua condizione esistenziale.
Dopo una decina di minuti torna. La bimba non si è addormentata, blatera sul lettino.
“Bene, dopo tocca a te, quando comincia a lamentarsi calcola tre minuti e poi vai”.
La bimba comincia a piangere moderatamente. Io aspetto. La bimba piange sempre di più. Io attendo placido. Sunofyork mi prende quasi di peso e mi manda in camera: “Ma non la senti che piange!! Vai!”
“Ma veramente, i tre minut..”
“VAI!”
La bimba mi attende nel lettino piangente, con un lampo di speranza negli occhi. Mi siedo a fianco, e comincio a massaggiarle piano il pancino e a cantare una ninna nanna improvvisata. Niente. Rispolvero il mio repertorio scout. Nada. Le parlo piano implorando pietà. Ormai strilla. Saranno passati 40 secondi e vedo un’ombra torreggiare avanzando nel chiaro-scuro della zona notte. In mezzo secondo la porta si spalanca e vedo Sunofyork in tutto il terrore che sa provocare intimarmi di farmi da parte:
“Togliti dalle palle! La consolo io mia figlia! Fammela allattare!”
“Ma abbiamo deciso di…..le teorie sui forum….si deve addormentare da sol..”
“Me ne sbatto di tutte queste stronzate, dammi mia figlia, rimango con lei, buonanotte!”
Me la batto di filata, temendo per la mia sorte.

Più tardi torno per dormire. La bimba dorme come un papa nel lettone, Sunofyork si sveglia e la trasferisce nel lettino, dove continua beato il sonno. Alle 4 di mattina la bimba si sveglia e Sunofyork mi invita gentilmente a cedere il mio posto:”Ehi, te ne vai?” Manco mi sono alzato che la piccola Caracalla è già distesa in mezzo a noi come su un triclinio con l’uva in mano.

Potrei obiettare su teorie e inviti pedagogici, ma alle 4 di mattina Sunofyork è pericolosa come un grizzly. Con un gesto di assenso silenzioso, vado in esilio nell’altra camera da letto.
La giovane imperatrice dorme beata tra due guanciali, troneggia sui nostri buoni propositi, e se la ride dei nostri teoremi educativi.


Le cinque variazioni

29 marzo 2013
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Sei mesi e più fa nasceva la nostra bimba, mia e di Sunofyork, intendo.

In questi sei mesi la mia atavica pigrizia nello scrivere è divenuta blocco totale. L’assorbimento pressochè totale nella cura della piccola Godzilla non mi ha lasciato il tempo mentale per continuare a scrivere le minchiate che mi piacciono tanto.
Nei ritagli di tempo che la cura di questo piccolo uragano mi concede, come ogni padre responsabile gioco disperatamente ai videogiochi. 

Capirete e perdonerete dunque questa assenza secolare.

Quando è nata la piccola Attila, io e Sunofyork avevamo un progetto preciso su come educarla nei primi mesi. C’eravamo preparati nei nove mesi precedenti e il protocollo educativo era stato steso, firmato, protocollato e incorniciato al muro. Un papiello di 5 articoli, sapientemente formulati, cesellati, pensati e ripensati. Una tempesta di cervelli per produrre un’agile normativa che ci avrebbero invidiato i più rinomati psicologi dell’età infantile.

Il nostro codice babilonese, le nostre dodici tavole, i nostri sacri comandamenti. Ve ne diamo gentilmente omaggio, perchè ne facciate uso e lo diffondiate urbi et orbi.

Prima regola o dell’igiene.

Nostra figlia sarà costantemente pulita.

I suoi vestiti saranno cambiati ogni giorno.

Prima di toccare nostra figlia tutti si lavano le mani.

La casa dovrà essere costantemente pulita e igienizzata.

Biberon e stoviglie e ciucciotto saranno quotidianamente sterilizzati.

Seconda regola o della televisione.

Nostra figlia non vedrà mai la televisione accesa prima dei sei mesi.

La televisione verrà accesa dopo i sei mesi e solo per alcuni momenti al giorno.

Nostra figlia comincerà a guardare selezionatissimi cartoni animati attorno all’anno di vita.

Terza regola o dei pannolini lavabili.

Investito un rene per comprare 20 pannolini lavabili, in casa si useranno solo questi.

Fuori casa si useranno pannolini usa e getta, possibilmente ecologici.

Quarta regola o dei giocattoli.

Nostra figlia avrà giocattoli intelligenti, radical-chic, niente plastica, niente disney, possibilmente costruiti dal padre, nell’ambito di un progetto pedagogico ben preciso.

Quinta regola o delle parolacce.

Non si dicono parolacce in presenza di nostra figlia. Men che meno si dicono parolacce rivolte “a” nostra figlia.

Eravamo irremovibili, ben intenzionati, motivatissimi. Eppure, passati i primi giorni, le prime settimane, in cui l’applicazione del protocollo è stata attentissima, col passar del tempo abbiamo cominciato ad essere più elastici, a creare piccole deroghe, particolarissime eccezioni, che nel corso del tempo hanno cominciato a minacciare, e infine e a sostituire quasi totalmente, le regole che tanta pena ci eravamo dati di creare. Gli esempi sono sotto i nostri occhi, la degradazione della sacra legge in sacra anarchia è ormai plateale e a noi, mamma e papà, non resta che accettare queste cinque variazioni, accomunate tra di loro da un mostruorso climax discendente dpvuto ad un rapido decadimento di forze mentali e fisiche, e alla necessità impellente di semplificare al massimo una vita che il piccolo pacco-bomba ha reso meravigliosamente complicata.

1 Variazione o dell’igiene da osteria messicana.
Nostra figlia viene lavata una volta a settimana, se va grassa.
Se non ci si può lavare le mani prima di toccarla, va bene anche sciacquarle velocemente, o anche sputarsi sulle mani e strofinarle. O anche niente, va.
I suoi vestiti vengono cambiati solo quando la pappa di riso si è sedimentata sulla tutina con un effetto splatter anni 80.
La casa si pulisce quando abbiamo tempo, tra bestemmie e maledizioni.
Il fottuto sterilizzatore è tornato in cantina dopo un mese, stoviglie biberon e ciuccio si sciacquano velocemente chè non c’abbiamo tanti cazzi per la testa.
2) Seconda variazione o della televisione a tutte l’ore.
La televisione è un’amica preziosa, distoglie la bimba dalle richieste di continua e vampiresca attenzione e costituisce un ottimo succedaneo affettivo.
La bimba può guardare i cartoni di disney channel, topolino jake e l’isola dei pirati, peppa pig e la dottoresse peluche, ma anche sex and the city con la mamma e il wrestling con il papà, se capita, con probabili complicazioni legate a futuri scoppi di violenza teatrale alternati a turbinii di ninfomania che un giorno probabilmente racconterà ad un bravo psichiatra.
3) Terza variazione o dei pannolini lavabili intonsi.
Ci venga un colpo a noi e a quando ci siamo comprati quella costosa fricchettonata che accumula polvere dal secondo giorno di nascita della bimba.
4) Quarta variazione o dei giocattoli qualunque essi siano.
Va bene qualunque giocattolo sempre che non sia pericoloso. Plastica o legno, nuovo o trovato vicino al cassonetto, parlante o muto, che dica parolacce o mimi atti di violenza, chissenefrega. L’importante è che bruci le calorie mentali a questo micidiale transformer in tutina.
5) Quinta variazione o del turpiloquio a go-go.
Le parolacce sono un formidabile sfogo contro la tensione e nostra figlia farà bene ad abituarsi al fatto che chi sveglia senza motivo alle 4 di mattina due oneste persone che dormono profondamente con imperiosi pianti inconsolabili merita, oltre all’ovvia consolazione genitoriale, anche qualche poderoso vaffanculo di sfuggita.
Cosa ci aspettano i prossimi 6 mesi? Un ritorno alle 5 regole o uno sfondamento ancor più indecoroso delle 5 variazioni? La nostra famiglia sarà l’esempio perfetto dell’armonia nazista o la bimba vagherà per la casa con il pannolino marrone e le tutine incrostate a tutto spiano con la televisione accesa al massimo volume su un film horror di bambole assassine  mentre gioca con enormi bambole dai vestiti discinti e raccoglie un ciuccio dalla ciotola di latte del gatto (che ancora non abbiamo) e lo mette in bocca e attorno a lei io e sua madre che litighiamo a tutto spiano sporconando in modo ignobile e tirandoci addosso i sacchetti di pannolini lavabili ancora incellofanati?

a F.S.

3 gennaio 2013

Credevamo che questa fosse la nostra età dell’oro.

Credevamo che esistesse, forse per malintesi ricordi d’infanzia, una zona franca di una durata imprecisata, una decina d’anni  scarsa, mettiamo, dove sperimentare una serenità compiuta.

Credevamo che questa fosse la cresta dell’onda della nostra vita, in cui creare focolari ed allevare figli, scoprirsi padri e madri a cospetto dei propri padri e delle proprie madri.
Credevamo che ci fosse un momento nella vita in cui il dolore è alle spalle oppure ci attende a distanza. Un momento di pausa, di equilibri accettabili, di momenti da accumulare e trasformare nei ricordi crudeli della vecchiaia.
Credevamo ci fosse un piccolo momento nella vita in cui stiamo tutti bene, e tutto va bene. Un tempo per accumulare giorni e sere, forse anche intere stagioni di serenità, in attesa del dolore futuro, dei primi acciacchi, dei primi imprevisti, dei primi lutti tra i tanti che un domani ci decimeranno.
Credevamo ci fosse un momento, nella vita, questo momento per la precisione, in cui ci sarebbe stato risparmiato tutto questo.
E invece continuiamo a raccogliere i nostri morti, a farci schiaffeggiare a sorpresa dalla vita e a farci sbalordire dal dolore. Non ci sono soste, non ci sono pause. Non c’è alcuna pietà, non c’è alcuna carità. Non c’è alcuna difesa. C’è anzi una crudeltà manifesta, un sadismo della casualità, come se una morte di per sè non bastasse. Con una mano facciamo giocare i nostri figli, e con l’altra seppelliamo i nostri padri. Sorridiamo ai nostri figli e piangiamo per i nostri padri, contemporaneamente.
Tutto quello che possiamo fare è nascondere l’assurdo ai nostri figli, finchè possiamo. Mistificare l’orrore, addolcire quel piccolo inferno di dolore a caso che lastricherà le nostre e le loro vite. Questo e poco altro ci è concesso di fare. Perchè neppure di proteggere i nostri figli possiamo essere capaci. Solo mentire, nasconderci sotto le coperte, sentire scorrere fortissimo il tempo dentro e fuori di noi, e poi rinunciare a capire.
Credevamo che questa fosse la nostra cresta dell’onda, e invece i nostri padri vengono via via mietuti, e le nostre vite ci appaiono giovani ma giovani non sono.
Credevamo che la nostra vita fosse appena iniziata, e invece siamo già i prossimi.

Elogio secondo di Paperon de Paperoni

18 dicembre 2012

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Premessa: anni fa lessi un breve articolo di Alessandro Baricco (di cui ho sempre amato articoli e recensioni letterarie, molto meno i suoi romanzi) su Repubblica, il quale si produceva in un divertente elogio di Zio Paperone. Un articolo che rifletteva e riflette le stesse mie impressioni, da lettore Disney sin dagli anni dell’infanzia. Benchè Paperino rimanga un frustrato, accidioso perdente e genialissimo personaggio, e Paperoga rifletta quell’inadeguatezza cronica alle pretese del mondo in cui mi riconosco alla perfezione, Zio Paperone rimane il mio personaggio dei fumetti preferito in assoluto.
Senza pretese di originalità, dunque, sull’esempio dello scrittore piemontese, mi accingo a continuarne l’elogio, frutto delle ultime furibonde letture di Classici Disney comprati davanti al lavoro (si, Sunofyork, ho sputtanato in un mese quasi 30 euro a comprare vecchi fumetti usati sottratti all’università di nostra figlia).

Zio Paperone è il migliore. E non certo perchè ha i soldi. Per carità, ha accumulato fantastiliardi, incredibilioni, addirittura spaventosiliardi. L’altezza dei soldi accumulati nel suo deposito si misura in decametri con un ecoscandaglio, in un piccolo oceano dove ci si tuffa, si nuota, ci si immerge con maschera e boccaglio, a volte si rischia di annegare. L’unità di misura di quel gigantesco deposito non sono i decini o i dollari, ma gli enormi sacchi accumulati alla rinfusa dietro la sua scrivania o davanti all’ingresso della cassaforte.

Ma, appunto, è tutto accumulato, immobile, inutilizzato. Perchè a pensarci bene i soldi di Zio Paperone non servono a nulla, anzitutto perchè lui non li spende. Oggetti di arredo, spesso di culto, realtà statica al massimo da moltiplicare, i soldi di Paperone sono sottratti al loro normale utilizzo, e giacciono a sollazzare l’evidente mania ossessiva-compulsiva del papero col cilindro. In questa condizione di plateale dipendenza da una droga, mi pare non ci sia nulla da invidiargli.

Zio Paperone però è affascinante. E non certo perchè sia un capitalista. Anzi, per molti versi non lo è, o non lo sarebbe stato in altre epoche. E’ capitalista per necessità, compete e rischia perchè è l’unico modo di guadagnare nel XX secolo, ma la sua anima è quella del latifondista, dell’accumulatore di ricchezze. Il suo rapporto fisico con la sua ricchezza, l’ansia di accumulare altro denaro, lo fanno assomigliare, ben più che ad un capitalista americano a cavallo tra le due guerre, ad un Mazzarò verghiano, il quale si limita a sostituire il denaro con un concetto più ampio e non meno patologico di “roba”. Quando investe denaro si deprime perchè i soldi escono materialmente dal suo deposito, e passa i mesi ad aspettare il loro ritorno.

Lasciamo perdere dunque il denaro di zio Paperone e il fatto che sia un miliardario. Sarà importante per lui, ma per me è una variabile. Leggi il seguito di questo post »


20 Settembre 2012

22 settembre 2012

Quando ti ho vista per la prima volta, e ti ho osservato come dietro ad un oblò per una decina di interminabili minuti, mi sono sentito leggero come mai nella vita. Non so quello che accadrà, ma la sensazione di nuotare in piena notte fin dentro ad un mare profondo ma calmo e inoffensivo, non la proverò mai più.

Benvenuta da papà.


L’insetto stecco e la rana (approcci teorici a problemi pratici)

14 settembre 2012

Manca ormai una settimana all’entrata in scena di mia figlia su quell’impolverato palcoscenico di provincia che è la mia vita. Come un impresario teatrale scapestrato e fuori tempo massimo. Sto cercando di pulirlo ed ordinarlo alla meglio, a suon di furiose ramazzate di saggina, in questo gioioso conto alla rovescia, ma se è furba un po’ più di suo padre, e molto non ci vuole, ne scoprirà presto gli angoli ancora non rimessi a nuovo, le tende rotte, le assi di legno scheggiate, e tutte le metafore scalcinate che rappresentano l’eccessiva lentezza con cui ho fatto mie le pagine di vita man mano vissute, e le esperienze e le lezioni d’appresso, e che hanno reso incancrenite, o quanto meno imbolsite, alcune mie capacità che invece dovranno essere esercitate ai massimi livelli, come i servigi promessi ed offerti dal miglior cavalier servente.

Molti di questi servigi che dovranno esser resi alla creatura saranno di natura eminentemente pratica, quand’anche non meramente gestuale. Prenderla in braccio, farle fare il ruttino, cambiarle il pannolino, vestirla, svestirla più volte al giorno. Voi direte, e dove sta l’impiccio? L’impiccio sta che io sono una persona priva di grandi capacità manipolativo-gestuali. Tale è la paura di essere maldestro, che finisco per esserlo di conseguenza. Sono legnoso nella postura e nei movimenti, poco malleabile o inclinabile, ho tendini costantemente infiammati e poco elastici, braccia e mani come rami secchi che se non stanno fermi tendono a sbatacchiare in modo ortogonale. Quanto di questa legnosità si adatta a dedicarsi alle delicate ossicine di una neonata? Quanto di questa stitichezza gestuale può essere utile ad una neonata scalciante?
Il problema si pone, anche perchè non sarò un genitore che delegherà alla madre queste cose (anche perchè la madre mi inseguirebbe con una mazza ferrata in caso di diserzione). Ecco dunque che, ad una settimana dalla nascita, mi sono posto il problema di come far pratica prima che la bimba cada come una cavia nei miei artigli da poiana.
La soluzione è nata quando abbiamo comprato i pannolini lavabili. La tizia faceva una dimostrazione con un bambolotto in scala 1:1, e quando le ho chiesto se il bambolotto era compreso nella costosissima fornitura di quei fottutissimi pannolini ecosostenibili di merda, lei si è fatta una risatina di apprezzamento della battuta.
Ma non era una battuta. Io volevo realmente quel dannato bambolotto.
Decido allora che ne comprerò uno all’uopo. Ma scopro i prezzi usurari dei giocattoli per bambine in un paio di fallimentari tour nei negozi di giocattoli. Bambole accessoriate con ogni diavoleria, bambole con una enorme casa annessa, bambole “cacca-pipì” con annesso vasino e pannolino (e non ho controllato se c’era anche uno stronzo di plastica o dell’urina-giocattolo in una fiala), bambole con un dente unico che spunta mostruoso dalla bocca, con tanto di spazzolino e dentifrici finti. Stremato, ho richiesto all’addetta una bambola, da sola, senza accessori, possibilmente manco senza vestiti, una fottuta semplice bambola. Certo che c’era. Ma il prezzo parte da 25 euro. Con tutte le spese di questo periodo, ci manca solo che mi fumi 25 carte per provare dei pannolini su una bambola di plastica. Leggi il seguito di questo post »


Incontri ravvicinati con il marmocchio tipo

30 agosto 2012

Quando la tua compagna aspetta un figlio e nel frattempo cerchi di comprare una casa, e nel frattempo tra l’altra capita di dover lavorare, fare la spesa, ordinare casa e farti un po’ di ferie, beh, per pigro del cazzo come me, scrivere post su un blog è l’ultima cosa che mi viene in mente.

In questi mesi mi è capitato di fare più attenzione ai bimbi, sì insomma  quelle strane creaturine sotto il metro e venti, sbavazzanti e scacazzanti, dal tono di voce teatrale con cui emettono linguaggi incomprensibili. Solitamente non me li sono mai filati troppo, ma si dà il caso che tra quattro settimane ne avrò un rappresentante in braccio, e una maggiore curiosità al riguardo mi pareva giustificata.
Due incontri ravvicinati in particolare mi hanno fatto riflettere, sotto due distinti punti di vista, sul mio mio personale rapporto storico con i marmocchi:
1) La finale di Champions League passata a fare il baby sitter;
2) La semifinale degli Europei di calcio con divieto di bestemmia.

Partiamo dalla prima. La sera della finale di Champions vengo invitato a cena da amici, i quali con altri amici presenti in questi anni non hanno fatto che figliare come lepri. Per un totale di 6 adulti c’erano un totale di 8 bambini, di età non inferiore ai due e non superiore ai sette anni.
Si mangia assieme, si parla del più e del meno, e alle nove meno un quarto, come un vero maleducato, mi alzo dalla tavola e mi posiziono nella stanza della televisione, pronto a gustarmi la partita.
Nel giro di cinque minuti cominciano a far capolino i bambini. Nel giro di dieci occupano la stanza. Uno di questi mi si siede accanto e mi chiede per che squadra tifo. Poi comincia ad informarmi sulle partite di calcio che fanno all’asilo, sulla sua maglietta preferita e su montagne di altre storielle insulse che a me fregano cazzi già normalmente, figuriamoci mentre sono intento a guardare la finale di champions. Il fratello del primo ciarliero ometto non è un fanatico del dialogo, mi salta direttamente addosso e comincia a rotolarsi sul mio addome come un maiale nel fango, ed io comincio a districarmi tra braccia e gambe per vedere uno straccio di azione alla tv. Nel frantunque, mentre sono impegnato a fingere attenzione sui racconti del primo e mi divincolo dalle mosse tarantolate del secondo, arriva un altro bimbo con una spada di legno in mano, mi chiede se mi piace e poi me la rovescia di forza sul ginocchio. Trattenendo plastiche bestemmie mi sforzo di non tirargli il collo come ad un’oca, e mi limito a sottrargli la spada e a riporla dove non potrà prenderla. Nel frattempo il loquace parla parla e parla, mentre il tarantolato cerca di prendermi a capate le parti intime, come un ariete. Il mio amore per il calcio però prevale, e tutto sommato riesco a vedermi la partita. Il bimbo parlante mi sta elencando tutti i suoi compagni di scuola, ed io sarei tentato di dirgli che non me ne fotte un cazzo e che è un logorroico sfigato che avrebbe già bisogno di alcune sedute di analisi, mentre all’esagitato che cerca di percuotermi rispondo sollevandolo di peso a testa in giù, e bloccandolo in questa posizione senza che possa nuocermi la visione. Mentre ho trovato un perfetto equilibrio, arriva una bimba di due anni, fino a quel momento aggirantesi tranquilla per la casa. Si è abbassata il vestitino ed è rimasta con il pannolino. A sentire la puzza di zolfo che fuoriesce, il pannolino deve essere intriso della stessa materia con cui è fatto l’inferno.
“Se credi che sia io a cambiarti quel pannolino, ha sbagliato di grosso, bellezza”. Chiamo ad alta voce la madre e la prego di allontanarmi da quella visione. Nel frattempo il bimbo ciarliero ha finalmente capito che non lo caco di pezza, e se ne lamenta. Vorrei dirgli che è un bimbo noioso e che anche da grande non piacerà a nessuno, ma mi trattengo e rifingo attenzione. Il bimbo esagitato meriterebbe del cloroformio a pieni polmoni, oppure un bel calcio nel culo profondamente educativo, ma mi limito paziente a farlo rigirare come un orango tra le braccia.
Alla fine della serata (e quella cacchio di partita è pure finita ai rigori dopo tre interminabili ore) sono spossato, anchilosito, rincoglionito da parole e testate nelle palle.
E la morale della favola è questa: io vivo da 25 anni almeno in un mondo di adulti, razionali, con cui parlo, discuto, litigo, sulla base di concetti più o meno complessi e più o meno argomentati. Vivo di parole adulte, di sarcasmo e di cinismo. Di fronte a inutili e ingenue ciarle da infante o giochi fisici insensati, o a bisogni elementari e disgustosi, non so come comportarmi. Non posso essere cinico o sarcastico, perchè rischierei di infliggere alla psiche del bimbo colpi devastanti, e neppure posso insultarlo se noioso o menarlo se violento o ridicolizzarlo se bisognoso di cambi al pannolino. Tutta la mia cinica sicumera, davanti a un bimbo, diviene impaccio. Per disabitudine o carattere, questo non lo so. Leggi il seguito di questo post »


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