Jonas vuole far gol

12 Novembre 2009

mondiali2010L’autunno mite soleggiato e limpido di un sabato pomeriggio, ad esempio, è un buon momento per vivere. Anche in Emilia e anzi forse sopratutto in Emilia, considerato il tappeto di foglie cadenti di cui si ricoprono le piste ciclabili della periferia cittadina e l’appennino che si staglia enorme e riposante come una luna piena, come fosse appena fuori  o sopra la città.

Che poi alcuni quartieri di periferia sono di un bello che ti chiedi perchè non ci sia stato quel minimo di garbo necessario per costruirli anche nelle tue terre, dove è bastata una colossale colata di cemento per creare dormitori popolari e covi di sacre delinquenze riunite in aperta campagna a due passi dalle discariche abusive dove troneggiano i frigoriferi e le batterie per auto.

Questi quartieri sono ugualmente popolari e lontani dal centro, spesso assegnati a prezzo sociale, ma la gente che ci vive se li cura e se li vive, e tu che ci passi come un viandante te ne accorgi dell’attenzione, del rispetto, di quel legame tra la gente che una volta si soleva chiamare comunità.

In questo meraviglioso quartiere, fatto di spazi verdi a dispersione, di palazzi anni ‘60 curati, di centri sociali anziani e centri sportivi e laboratori di danza e biblioteche di quartiere, il tutto comunale e pubblico, il tutto di tutti, insomma, io mi ci sono recato vestito di nero come un corvo, perchè arbitro sono e in uno dei tanti campetti in erba di quella zona di arbitrare mi toccava.

Nello spogliatoio, prima di iniziare la partita, a noi arbitri pervengono le liste dei giocatori e dei dirigenti che scenderanno in campo o si siederanno in panchina. Per me è sempre molto curioso leggere i nomi dei ragazzi, perchè è molto indicativo dei gusti diciamo un po’ pop dei loro genitori emiliani, il fatto che molti nati nell’86 si chiamino Maverick (vedi Top Gun) oppure Jonathan (vedi lo spopolare del libro Jonathan Livingston grazie all’omonimo programma di Ambrogio Fogar) senza parlare di storpiature anglosassoni come Maicol, Maikol, Gionatan, e compagnia bella. Inoltre la lista dei giocatori è interessante perchè su 18 giocatori ce ne sono sempre almeno 5-6 che sono figli di stranieri, magari nati in Italia, magari no, ma che hanno nomi e provenienza indiscutibilmente non italiane. Che ne so, trovare sotto il cognome Bossi, terzino padano, il cognome Onaymeyang, centrale difensivo nigeriano, oppure Arsim, ala albanese, è un paradosso effimero che spinge al sorriso.

Ad ogni modo nella squadra di casa, complice l’enorme afflusso in zona di immigrati, è un fluire di cognomi impronunciabili, di provenienze esotiche e di fisiognomiche tendenti al cosmopolitismo. Un ragazzo in particolare richiama la mia attenzione: Jonas, angolano, il cui documento è un allegato di permesso di soggiorno del padre, rifugiato politico. Quando vado a vedere chi è mi ritrovo un soldo di cacio nero nero di dodici anni, con la maglia tutta arrotolata nei pantaloncini, tutta la casacca è enorme e spropositata per quel nanetto tutto ansioso di andare in campo, maglia numero 10 a saltellare mentre faccio l’appello.

In campo, mentre arbitro lo osservo. Osservo anzitutto che negli spalti, tra i genitori, ci sono molti immigrati, ed in particolare una coppia attira la mia attenzione: un uomo vestito in doppio petto, tutto elegante, giacca nera e camicia bianca con cravatta, fermo immobile come un palo di ebano che pare un becchino a cui manca solo la pala e il metro da sarto. La moglie, al suo fianco, è uno sprigionarsi di colori sgargianti col suo vestito ampio e vaporoso, e invece si agita come un’ossessa, gridando a Jonas mezzo in italiano, mezzo in portoghese, mezzo in sa dio cosa. I genitori di Jonas, dunque. Leggi il seguito di questo post »


Gli scippatori dell’Appennino

2 Novembre 2009

squadra_antiscippo

In una domenica d’autunno soleggiata e mite, la famiglia dei Paperi è riunita in Emilia, hermano catalano a parte, per festeggiare allegramente tutti li santi. Mio fratello Copeland, oltre ad essere il batterista della famiglia, ne è anche il micologo, ovvero l’esperto e l’appassionato di funghi, e il tour operator, ovvero quello che propone nuovi luoghi da visitare come controaltare alla atavica pigrizia e mancanza di fantasia di me medesimo stesso.

Ecco dunque che alle undici di mattina (siamo pur sempre terroni)  l’allegra famigliuola se ne parte per l’Appennino, alla ricerca di aria pulita e di succulenti porcini. L’orizzonte che si palesa dopo qualche decina di minuti ai nostri occhi è abbastanza singolare per chi non conoscesse la zona. Insegne su insegne ai bordi della strada provinciale raffigurano ogni possibile variazione sul tema dei maiali. Un maiale gigante tenuto al guinzaglio da un bambino, un maiale sorridente tipo i tre porcellini che fa l’occhiolino, persino un maiale cannibale con fazzoletto al collo e forchetta pronto a mangiare della carne di maiale. E’ zona di prosciuttifici, va da sè, e il genio pubblicitario artigiano non va oltre questa immagine del porco che è sempre ben contento di farsi insaccare. Mette fame, però, quindi funziona.

Arrivati al posto dei funghi attentamente selezionato da mio fratello, avviene la divisione tra i volenterosi e gli sfaticati. Mio padre, Copeland e la fidanzata di Copeland si addentrano tra i prati e la boscaglia a caccia di funghi, con tanto di stivali e paniere. Io e mia madre, mollemente, ci facciamo una passeggiata lungo un piccolo crinale. Io non sarei in grado di vedere funghi spuntare da un prato nemmeno se fossero fosforescenti, mia madre non ha le scarpe adatte, dice lei, ma in realtà non ce la vedo proprio a ficcarsi nella boscaglia umida tra le tane delle vipere.

E quindi passeggiamo amenamente, con mia madre incuriosita dalla realtà bucolica del basso appennino, che si guarda attorno come una bambina. E infatti punta verso un cespuglio di bacche.

“Oh, guarda queste quanto sono rosse e polpose”, e glob, ne ingoia una.

“Ma sei impazzita? La prima bacca che trovi te la mangi? Ma non le hai lette le favole dei Grimm?”

Lei assapora, poi scrolla le spalle: “Mah, un po’ amara, niente di che, che mai mi può fare”.

Potrei elencarli una decina di sintomi di avvelenamento o dissenteria, ma è fiato sprecato.

Più avanti, si imbatte in un mucchio di pigne cadute. Delle normalissime, banalissime, schifosissime pigne.

“Oh, che belle, guarda come sono perfette, queste le posso fare colorare ai bambini (fa la maestra d’asilo, ndr), raccogliamone un po’”.

“Ma non ci sono le pinete anche in Salento?”

“Stai zitto e raccogli”.

Nel giro di cinque minuti ho le tasche del giaccone sformate dalle pigne, qualcuna ne tengo pure in mano, lei nel frattempo si è riempita la borsa.

Si continua a camminare, lei ad un certo punto si fissa che vuole trovare pure lei i funghi per portarli a suo figlio l’esperto. Ne trova qualcuno, ed è convinta di aver trovato i funghi più ricercati del mondo, prelibatezze da milioni di euro al chilo.

“A me non sembrano niente di che, magari non sono manco buoni”, dico io.

“Stai zitto tu, che ne capisci meno di me. Vedrai che sono buoni.” Leggi il seguito di questo post »


Moses era il principe del suo villaggio

26 Ottobre 2009

img_79695_lrg

Nello studio Cavaturaccioli ove mi pregio di lavorare è arrivato nientepopodimeno che un principe. Nessuno mi aveva avvisato di cotanto sangue blu, e nemmeno che sarei stato addirittura io a riceverlo. Altrimenti mi sarei attrezzato se non con un tappeto rosso, quanto meno con una giacca e una cravatta, una volta tanto.

Ad ogni modo, il principe fa ingresso nella mia stanza. Non che esista una fisiognomica della nobiltà, certo, però me lo sarei aspettato più principesco, elegante nella postura e nelle movenze. E invece mi trotterella davanti un ragazzino nero e basso e magro, sgusciante di movimenti, con un sorriso un po’ stordito. Sembra un elfo, anzi, se il Signore degli Anelli fosse stato ambientato in Gambia anzichè nella Terra di Mezzo, il principe avrebbe potuto interpretare degnamente il ruolo di Legolas.

Cosa induce a bussare a sto convento addirittura un principe? Questioni successorie? Noie diplomatiche? Casini fiscali? No signori, qui è un problema di esilio. Il principe Moses, così si chiama, viene da me perchè è stato costretto alla fuga e all’esilio dal suo villaggio, ed ora pretende giustizia. Arrivato in Italia con mezzi di fortuna, mescolandosi alla profanità di altri volgari immigrati comuni, il principe ha subito chiesto di essere dichiarato rifugiato politico. Ma scandalosamente, una commissione territoriale lo ha impunemente offeso negandogli qualsiasi protezione, anzi dicendogli che se ne può tornare allegramente dove è venuto e che la sua storia risulta poco o per niente credibile. Una vergogna, un affronto. Scopriamo qual’è la storia di Moses, e da soli potrete rendervi conto dell’ingiustizia subita dal nostro principesco cliente.

Davanti a me ho il fascicolo sull’asilo politico richiesto dal principe. Quello che c’è scritto è francamente incredibile, l’ho riletto più volte perchè non posso credere che ci sia scritto proprio quella roba lì. Quindi chiedo a Moses di spiegarmi la sua storia con parole sue, che pare facile, perchè l’angloafricano è una lingua misteriosa che farebbe ammattire il più colto dei linguisti. Purtroppo, nonostante sia un principe, sono costretto a dargli del “tu”, perchè credetemi, se si da del “lei” o del “voi” ad immigrati anglofoni che parlano male l’italiano, il risultato è la totale incomunicabilità.

“Dunque Moses, qui c’è scritto che eri il principe del tuo villaggio? Du iu rilli vuas de Prinz of de villag? Uot mins iu vuas the prinz of de villag?

Lui non si scompone: “Mai fader uas prins of mai village antil i dai. After is det, ai bicheim de prinz.”

Lo guardo come si guarda il più spudorato dei cazzari. “Bat iour villag is not a kingdom, Moses, Gambia is a repablic, INSOMMA DI CHE CAZZO STAI PARLANDO? (l’ultima domanda l’ho solo pensata).

Lui ripete la stessa solfa, sdegnosamente ignorando i miei dubbi sull’autenticità di quella versione ufficiale. Leggi il seguito di questo post »


Paperoga al Colosseo

15 Ottobre 2009

tifoso

Credo, almeno in materia calcistica, di avere un curriculum di tutto rispetto che non pone dubbi sul fatto che io e questo sport ci amiamo sin dall’estate del 1982. Ho giocato a calcio a 11, a calcio a 5, su profumati campi d’erba della provincia emiliana come su pericolose strade statali salentine con quattro blocchi di tufo come pali. L’ho allenato, anche se per poco, e infine lo arbitro ogni maledetta domenica. Tanto per chiarire che non sono il classico snob che il calcio è uno sport per idioti. Però tant’è che non amo andare allo stadio. E sì che potrei andarci ogni volta che voglio, con la mia brava tessera federale che mi spalanca gratis le porte di qualsiasi stadio italiano. Ma alla fine allo stadio ci andrò una volta l’anno, a volte due, ma a volte anche zero. E il perchè di questa idiosincrasia è magistralmente spiegata dall’esperienza di ier sera, quando sono andato a vedere Italia – Cipro.

Arrivo alle porte della tribuna una ventina di minuti prima dell’inizio. C’è un assembramento inusitato, e la causa è che per entrare nel fottuto stadio devi passare tre controlli da parte di tre diversi addetti: uno ti guarda il biglietto, poi passi all’altro che ti guarda la carta d’identità, poi passi al terzo, che è quello diffidente, che te li riguarda tutti e due. Uno alla volta, manco fossimo a Ellis Island e lo stadio fosse l’agognata America. Manca in effetti solo un’ispezione corporale alla ricerca di pulci e zecche, per il resto pare proprio che per entrare in uno stadio ci si debba armare di santa pazienza come allo sportello per l’immigrazione.

Vabè, arrivo a sedermi che mancano cinque minuti all’inizio. L’altoparlante alterna una musica gracchiante un po’ fuori moda, tipo le Notti Magiche , che mi riporta alla mente i rigori di Italia Argentina, ovvero la notte che finì la mia ingenua giocosità puberale per iniziare una tormentata adolescenza trasudante sofferenza. Lo stadio è ancora pieno a metà, le formazioni vengono annunciate, per l’Italia giocano autentici carneadi che non conosco, tipo Bocchetti, o per quel che ho capito anche Fagiolari, Zigomini, Cazzilli e Fragomeni.

Il mio settore di tribuna è pieno di arbitri come me, provenienti da tutta l’Emilia e non solo. Una compagnia piacevole come un grappolo di emorroidi interne. Avete presente l’umorismo di una combriccola di preti o frati? Beh, sono Luttazzi o Guzzanti al confronto di questi portatori di chili e chili di sfiga addosso. Capirete meglio dopo.

Ma adesso l’inno, diamine, un po’ di rispetto. Prima l’inno cipriota, che dura si e no dieci secondi, manco il tempo di cominciare a fischiarlo. Che cazzo, non si fa così, infatti la gente la vedo infastidita per questa mancata occasione. Ma poi il nostro. Tutti in piedi, eretti come peni, a cantare l’inno accompagnati dalla solita banda militare, sostituendo le frasi che non si sanno con un sano po-po-po di mondialesca memoria. In tutto questo, io non mi sono alzato nè all’uno nè all’altro inno, ma non perchè sia un ottuso cosmopolita che non si riconosce nei valori della patria, ma solo perchè fa un freddo cane ed io ho passato gli ultimi quindici minuti a scaldare il mio seggiolino come una chioccia, e ritengo che una estemporanea e barocca esibizione di patriottismo non valga il mio culo nuovamente gelato.

Ma esiste un dio del rispetto patrio, pare, e decide di punirmi. Perchè dopo l’inno è il momento del minuto di silenzio in memoria delle vittime di alluvioni, e là bisogna alzarsi per forza, dai, non facciamo gli originaloni contestatori a tutti i costi. E devo dire che invece dei soliti applausi tipicamente italiani nei minuti di raccoglimento (per i quali ci vorrebbe la pena di morte a suon di calci nel culo) stavolta il silenzio è tenuto in modo molto composto. A romperlo, però, ci pensa il mio vicino di posto, un cinquantenne tenuto malissimo a cui cade il pesantissimo cellulare per terra. Il P O R C A M A D O * * * che viene eruttato tonante dalla sua bocca viene sentito da un centinaio di persone in pieno raccoglimento. Io non ce la faccio proprio a nascondere il riso, ma una ragazza che è lì vicino mi nota ed esprime gelida disapprovazione, salvo essere richiamata dal padre che la invita a guardare davanti, salvo poi essere lo stesso padre richiamato dalla moglie che le dice di lasciare in pace la figlia, e così via, nel giro di dieci secondi tutti stanno parlando commentando glossando criticando approvando il madonnone partito dalla bocca del devoto mariano che mi è accanto, e il minuto di silenzio va rapidamente a farsi benedire. Leggi il seguito di questo post »


Pane nero e chansonniers

12 Ottobre 2009

AznavourCharles

Un sabato in Emilia. Non serve la sveglia, anche se è sabato sono in piedi alle nove massimo, non si sgarra. Anzi, alle nove già sto bevendo il thè e inzuppando i gran pavesi con una mano, mentre con l’altra smanetto sul computer nuovo e smadonno cercando di capire come cazzo funziona il tasto destro del mouse su un mac. Fuori c’è un ottobre che pare ormai disegnato da giornate su giornate di autentica primavera. Mi affaccio al balcone presidenziale della casetta di marzapane e benedico apostolicamente la gente che passa da sotto ed alza lo sguardo verso l’inconsueto cremoso colore delle pareti della reggia paperoghea.

Per le scale condominiali, l’eco di gorgheggi operistici provengono da qualche imprecisata abitazione. E’ una voce femminile, un soprano forse, ma per quanto ne so di lirica potrebbe essere anche un controfagotto, che si esercita ogni sabato mattina per un paio d’ore. Che ci delizi solo il sabato e non nei giorni feriali, forse magari è un flebile indizio sul fatto che non può mantenersi facendo verdiani gargarismi, magari è una contabile in un elettrauto o una commessa al brico, e che forse si sta esercitando per la corrida di corrado. Ma noi si apprezza ugualmente i dilettanti allo sbaraglio.

Prendo la bici e mi concedo una passeggiata per la città presa d’assalto da melomani provenienti dai cinque continenti. La prima tappa è il teatro cittadino, ove mi informo sulla disponibilità e sui prezzi dei biglietti di un concerto che da un po’ di tempo titilla la mia attenzione musicale, che come al solito brilla per la sua nota palesemente retrò, anziana e pallosa. Eh si, tra i miei segreti nascosti tra le pieghe dell’esistenza, che mai rivelerò ad anima viva, c’è quello di vedere in concerto Charles Aznavour (e giù risate come in una sit-com). E siccome che manca da 30 anni in Italia, penso sia una bella cosa andarlo a vedere nella propria città adottiva. Sono disposto anche a sborsare, non so, 60 euro, pensa te. Entro nel botteghino, bello gasato, e chiedo se sono rimasti biglietti per il concerto.

“Si, una decina, platea e palchi”.

“Ah, bene, e quanto costano?”

” Quattrocento euro i palchi, cinquecento euro la platea”.

Bum. Non ho sentito male. Ho sentito benissimo. Cinquecento euro. Sarei tentato di replicare che voglio solo un biglietto, mica dieci, ma non sono in vena di umorismo, cioè mi hanno chiesto cinquecento euro per un biglietto di concerto, ziocane, io penso che qua tutti siamo impazziti, o forse che sono ancora a dormire e sto sognando che sono a teatro a chiedere i biglietti del concerto e siccome è un sogno grottesco mi stanno rispondendo che costano cinquecento euro, così, per farmi sollazzare dal ridere, e poi cominciano a ridere tutti, commessi, maschere, clienti, e poi il sogno finisce.

E invece sono davvero davanti ad uno che mi chiede mezzo stipendio per vedere un concerto. Manco venisse a casa mia Aznavour in persona a cantarmi Com’è triste Venezia davanti al camino mentre i miei amici sorseggiano del cognac o a scelta del calvados. Guardo il commesso senza dare ad intendere che quella sera del concerto io ci sarò, eccome se ci sarò, ma solo per aspettare che Aznavour scenda dalla macchina, avvicinarmi adorante e dargli un tale calcio in culo che se lo ricorderà per tutta la tournee italiana e forse anche dopo. Leggi il seguito di questo post »


L’amore fraterno ai tempi dei Paperi

28 Settembre 2009

Family-guy-stewie-griffin1

Quando è nato Copeland io avevo quattro anni e mezzo. Insomma, ero già un ometto. E poi ero preparato. L’arrivo del primo fratello mi aveva colto di sorpresa, devo ammetterlo. Ignoravo, alla tenera età di due anni, il concetto stesso di “fratello”, e davo per scontato che sarei rimasto l’unico figlio per tutta la vita. E poi, d’altronde, dove lo trovavano uno più bello di me? Che bisogno c’era di tentare ardite imitazioni?

Ma avevo fatto un grave errore di valutazione. Fui investito all’improvviso dall’arrivo di un arcigno concorrente e non riuscii a fare di meglio che improvvisare una forma di resistenza passiva. Quando Pfaff l’intruso arrivò, accompagnato dal codazzo di genitori parenti ed amici cinguettanti, io mi nascosi sotto il tavolo, e mi rifiutai di uscire finchè l’abusivo non avesse tolto le tende da casa mia. Era una forma di protesta assai blanda, durò appena dieci minuti, lo ammetto, ma non me ne riuscì una migliore.

Ma all’arrivo di Copeland ero preparato. Altro che resistenza ghandiana, ci volevano delle contromisure cazzutissime. Anzitutto, visto che non potevo impedirne l’arrivo, cercai quanto meno di acquisire il certificato di proprietà di quel pacco bomba in arrivo. Se non potevo sconfiggerlo, doveva essere in mio totale controllo. E uno dei modi per rivendicare la piena proprietà di mio fratello era quello di marchiarlo a fuoco (simbolicamente, ahimè) dandogli io stesso medesimo il nome. Promanando il suo nome dalla mia volontà, avrei potuto reclamarne il possesso. Sarebbe stato il mio giocattolo personale. Roba mia, anche se frutto dei lombi paterni e di una impeccabile ovulazione materna.

I miei genitori, conoscendo la mia storica ritrosia ad essere affiancato da copie non conformi, si commossero quando mi videro così partecipe al punto da proporre un nome per il mio fratellino in arrivo. Ed accettarono subito la mia proposta, tant’è che ho il sospetto che se avessi proposto di chiamarlo Tancredi o Odoacre, rovinandogli così la vita sociale, loro avrebbero accettato lo stesso.

Nel momento in cui mio fratello nasceva, io non ricorso bene dove mi trovavo. Probabilmente a casa mia con i nonni di guardia. E probabilmente ero intento a piazzare delle trappole anti-bebè per casa, spilli nella culla, cacca fresca sui giocattoli, una purga nel biberon. Avevo forza e anni sufficienti per imporre la mia volontà sul germano, e se il mio piano di traumatizzazione non avesse funzionato, avrei comunque difeso il mio ius vitae ac necis sull’infante cui avevo appena conferito il nome di battesimo.

In realtà, il piano non funzionò poi così bene. E non perchè non fosse un buon piano, ma perchè per esercitare forza bruta su qualcuno, occorre che quel qualcuno ti dia soddisfazione. Fastidio. Che si opponga, che si lamenti, che accenni ad una minima resistenza. Insomma, che dia motivo per interpretare la parte che ti riesce meglio, quella del cattivo. Leggi il seguito di questo post »


Momò ha 9 anni e un futuro nella mafia cinese

22 Settembre 2009

gta-chinatown-wars-box-designQuando sono in treno, durante i miei spostamenti casa-lavoro-casa, sono solito avere postura e modi del tutto abitudinari. Anzitutto non do confidenza ad anima viva, e non perchè sia misantropo (figuriamoci, chi, io?), ma perchè non ho tutta sta gran passione per il chiacchiericcio da treno che si instaura tra sconosciuti. Diciamo forse che non ho una gran passione per gli sconosciuti in generale (sulle sconosciute il discorso è più complesso e possibilista).

Quindi sono solito passare quei venti minuti in due modi totalmente diversi: la versione del Paperoga impegnato che si aggiorna sul mondo e che legge Internazionale, e la versione del Paperoga cazzone e perennemente ragazzino che gioca al Nintendo DS. Le due modalità si innestano con fare assolutamente random, così, in base a come mi gira quando salgo sul treno.

Tempo fa ero in modalità “ragazzetto di 14 anni”. Tutto ricurvo sul mio Nintendo, ignoravo chiunque mi si presentasse davanti (faccio eccezione solo per la gnocca). Ad una fermata salgono padre e figlio, palesemente africani. Si siedono davanti a me, ma non sono belle gnocche, quindi ricevono lo stesso destino di indifferenza. Però passano due minuti e mi sento osservato. Ma proprio osservato in modo costante, invadente, siamo quasi a livelli di stalking. E’ il bambino. Mi guarda adorante.

E’ destino, penso, attraggo solo bambini e vecchie carampane.

No, pezzo di idiota, quello lì sta adorando il tuo Nintendo.

Ah, già.

Lo guardo. Lui mi sorride a 56 denti di latte. “Come ti chiami”. “Momò”. “Da dove vieni”. “Sono del Mali”.

Insomma sto bambino è nato a Torino, la mamma ha la carta di soggiorno, il papà si è ricongiunto solo l’anno scorso alla famiglia. Il genitore mi guarda e mi sorride, ma di italiano palesemente non capisce una mazza. Il bambino no, invece, parla gesticola, bello arzillo, pure troppo per un vecchio orso come me. Ma poi arriva al punto che gli prude.

“A che stai giocando? Posso giocare anche io?”

“E’ un gioco violento, è roba per grandi.” (Giù le mani dal mio Nintendo).

In effetti è vero. Mai sentito parlare di Grand Theft Auto – Chinatown Wars? E’ un gioco in cui giri per una città americana investendo pedoni, sparando alla polizia, andando a puttane, gestendo traffici di droga e facendo esplodere negozi ingrassandoti con le estorsioni. Quindi non credo che un bambino di 9 anni dovrebbe giocarci. Lo dico per lui, mica perchè sono un ragazzino che non vuole spartire il suo gioco con un altro ragazzino (sono adulto, io..)

Ma per lui non è un problema. In un attimo mi salta letteralmente in groppa sul sedile, poi si sistema a fianco a me e mi mette una mano attorno al collo. Io sono imbarazzatissimo, guardo il padre, cerco di spiegare che non ho fatto nulla. Il padre continua a sorridermi. Leggi il seguito di questo post »


Nardeep fa la colf per i suoi fratelli

18 Settembre 2009

quiquoqua

Arrivano insieme, in fila. Identici, tre gemelli omozigoti, o se non lo sono vuol dire che vedo triplo. Vestiti uguali, con una tunica bianca, stessa carnagione olivastra, capelli crespi e neri, folte sopracciglia, un accenno di baffetto sopra le labbra. Un viso da ragazzini, e infatti non hanno più di 25 anni. Educati, silenziosi, timidi, fa tutto molto indiano. Nei passaporti c’è scritto che si chiamano Pandeep, Sandeep e Nardeep.

I primi due sono regolari in Italia, il terzo no. E quindi Nardeep farà la colf per i fratelli, ottenendo così il suo bravo permesso di soggiorno.Ed io sono lì per aiutarli a realizzare il sogno di Nardeep, ovvero pulire i cessi intasati di feci dei suoi fratelli.

Si siedono davanti a me. Sapete, ho bisogno di vari documenti per compilare la domanda di sanatoria. Quisquilie, una formalità, tutto molto semplice.

Ma qui inizia la tragedia, altro che commedia degli equivoci, altro che Plauto.

“Dunque, mi servono i documenti d’identità dei datori di lavoro, quindi di…ehm…Pandeep e (cinque secondi a scartabellare furiosamente nel fascicolo) Sandeep”. Dico tutto questo rivolgendomi però a Nardeep, che infatti mi indica col dito i suoi fratelloni. “Ah, siete voi”, faccio voltandomi verso Pandeep e Sandeep.

Vabè, può capitare.

Due minuti dopo.

“Ho bisogno poi dei documenti del lavoratore, dunque, ehm (dieci secondi di consultazione) Sandeep? No, Par…ah, sì, Nardeep” epperò mi sto rivolgendo a Pandeep, che mi indica col dito la sua futura colf.

Sta diventando tutto molto più complicato del previsto.

Cinque minuti dopo.

“Dunque, il datore di lavoro principale deve mettere una firma qui, quindi, ehm, Mandee…Pard…Ramsete…no, Sandeep, si si, Sandeep”, e così riesco a divincolarmi, leggermente ubriaco, con la lingua attorcigliata da scioglilingua terribili sotto forma di  una selva di nomi anagrammati.

Però mi sto rivolgendo a Nardeep, che mi indica col dito il suo prossimo datore di lavoro.

Sudo dalla schiena, dal culo e dalla fronte.

Quattro minuti dopo.

“Allora, la dichiarazione dei redditi 2008 di Man…Pram…Pandeep, si, Pandeep, la sommiamo a quella del fratello Tardeep, no, Sanjab.. Sampei….Sandeep, cristo, Sandeep, si…”

Questa volta però mi faccio furbo e non guardo nessuno, attendendo che uno dei tre mi fornisca il documento, perchè a capire chi è Sandeep mi ci vorrebbe un aruspice. Nessuno però si muove. Maledetti bastardi. Quindi alzo lo sguardo e punto quello che credo sia Pandeep. E invece è Sandeep, che mi indica col dito suo fratello.

Dentro di me diverse divinità indù vengono orribilmente lese nella loro dignità. Leggi il seguito di questo post »


Vivere in una frazione dell’isola di Lost

14 Settembre 2009

lost_island_map_lostysmurf

La mia casa di marzapane è in pieno centro cittadino. Anzi,  tanto per chiarire subito, rispetto alla precedente è ancora più in centro. Sono a due passi da duomi, piazze principali, main street e l’università, uffici comunali e provinciali e chissà quanti altri impicci. Insomma, qua dove mi trovo adesso, tutto dovrebbe essere vicino e a portata di mano. Dovrei scendere da casa e puf, trovarmi supermercati, lavanderie, birrerie, caffè all’aperto e al coperto, tabacchini ed edicole. Insomma tutto quello di cui si può avere bisogno o piacere di trovare a due passi da casa, visto che hai scelto di abitare al centro anche perchè tutto dovrebbe essere lì, bello e compresso.

E invece manco per niente. Non so se la zona dove risiedo è caduta vittima di un risucchio spaziotemporale, ma sta di fatto che pur essendo ad un palmo dal culo da tutto ciò che c’è di importante nella città, il quartiere di marzapane è privo del benchè minimo servizio di pubblica necessità o svago. Dopo aver girovagato l’isolato con fare attento ed un block notes per prendere appunti sugli esercizi commerciali che potevano essermi utili, sono tornato a casa con la consapevolezza lievemente scoraggiante che il negozio della zona che presenta la maggiore utilità pratica è un centro benessere dove si fanno saune e lampade. Al secondo posto un negozio che ripara antenne satellitari. Al terzo un costosissimo ristorante dove servono bistecche grandi come tavole da surf. L’edicola? Ad un kilometro. Una birreria? Devo tornare alla mia vecchia casa, praticamente. Un tabacchino? A 250 metri, gestito da una anziana signora che per servirmi un francobollo di posta prioritaria ci ha messo 5 minuti, e che per ricaricarmi il cellulare ha sbagliato il numero 3 volte, salvo poi bestemmiare in napoletano contro iddio e contro me che non le dicevo bene il numero. Un negozietto di frutta e verdura? All’angolo della via, ma te lo raccomando. Sono entrato dentro e c’era una puzza di sigarette e per terra c’erano pure i mozziconi spenti, e sulla sedia dietro al bancone e alla bilancia un vecchio che fumava in quel momento. E quando ho saggiato la consistenza dei pomodori sammarzano, ho visto fuoriuscirne distintamente della cenere.

Però in compenso ci sono le banche. Minchia tutte le filiali del mondo, tutte qui.  Italiane, straniere, c’è di tutto, una dopo l’altra, coi vetri lavati e le offerte di conti correnti che praticamente non solo non costano una lira, ma quasi ti restituiscono i soldi che spendi, e tassi di interesse amici e convenienti e carte di credito nuove fiammanti che  non solo non costano nulla, ma ti si propongono come succedanei affettivi. Ed io, ingrato, di fronte a questa generosa offerta, che non ho manco una lira scannata da mettere nel libretto postale, figuriamoci per aprire carte di credito quasi come fossi Pretty Woman.

Ma vabbè, si dirà, ci si arrangia, i negozi non sono sotto casa, però comunque hai tutto ciò che di essenziale serve a portata di mano. Lo pensavo anch’io, finchè stamattina non è arrivato il tecnico Telecom. Ordinaria amministrazione , pensavo,  era un semplice trasferimento di linea. Vestito come Super Mario Bros ma senza baffi e neppure i lapilli che getta sui nemici quando si mangia il fungo e poi il fiore, Entra in casa, guarda il telefono, smonta tutto, dice scendo giù per verificare una cosa, e se ne torna con la faccia del tipo “Houston, abbiamo un problema”. Cosa non va, dico io sorridendo e versando il caffè nel frattempo fatto per il mio operoso ospite, mai immaginando quello che quest’uomo mi sta per dire. Leggi il seguito di questo post »


La casa di marzapane

7 Settembre 2009

Casa di marzapane

Abito in una casa di marzapane e non so come ci sono arrivato.

E’ un condominio a due piani, molto signorile, pure troppo. E’ tutto appena ristrutturato che pare nuovo, le pareti sembra che te lo puoi mangiare come meringa o pasta di mandorla, attorno ad un giardino di piante sconosciute, tutto verde e ben tenuto, niente in disordine, nulla che sia men che decoroso.

Da fuori, è la tipica casa in cui sarebbe facile adescare Hansel e Gretel, se solo fossimo in un bosco isolato. E invece siamo solo nel centro di una città emiliana, e fuori puoi al massimo adescare giovani universitarie che vanno e vengono dalla adiacente facoltà. Che poi è meglio, suvvia.

Non so bene come ci sono arrivato. Ricordo che ci ho dato un occhio, che ho firmato un contratto, ma che ho fatto tutto più per stanchezza che per convinzione. Ma adesso che ci sono arrivato, mi guardo attorno e mi chiedo che diavolo ci faccio in un posto in cui vivono solo famigliuole da mulino bianco, ricche e bellissime, padre dirigente d’azienda madre quarantenne tirata a lucido da palestra e botox, e figlio quindicenne con l’aria rincoglionita i capelli spiritosi e il porfafoglio pieno.

Ho paura di graffiare le cose, di spostarle, di sporcarle. E’ tutto così stomachevolmente in ordine, quasi incellofanato, che fa venire l’ansia. Il giardino è irrorato da annaffiatoi a tempo, che non ho ancora capito quando si accendono (ma sono sicuro che lo capirò un mattina prima di andare a lavorare coi pantaloni freschi di tintoria). C’è un ascensore esterno, a vista, tutto in vetro, che la gente per strada mi osserva salire ed io ho la sensazione di essere entrato per un attimo nella casa del Grande Fratello.

Ho il videocitofono, ovvero l’invenzione più inutile del mondo dopo il videotelefono. Mi chiedevo se ancora questa bestialità anni ‘80 fosse presente nelle case di nuova costruzione, e la risposta è che ai borghesi benpensanti il videocitofono comunica ancora una sensazione di maggiore controllo della proprietà, di sicurezza.Lo confermano i proprietari delle ville svaligiate nella provincia.

La sera tutto si accende. Sembra un condominio posseduto dallo spirito di Thomas Edison. Luci accese tutta la notte nel giardino, luci accese ad ogni piano dell’ascensore, luci accese dentro l’ascensore. Unito ai potenti lampioni della via, il tutto pare un solarium. Il solarium di Hansel e Gretel, appunto. Fossero stati adescati qui, sarebbero fuggiti con una bella abbronzatura da centro estetico. Leggi il seguito di questo post »