Il Merda è un soprannome che il Merda, peraltro, non si è propriamente meritato. Ma si, una decina di anni fa si rese responsabile di alcune gesta da opportunista profittatore bugiardo e doppiogiochista, ma diciamocelo, questo è un soprannome importante che bisogna guadagnarsi, e tra parentesi credo di averlo meritato molto di più io, per la mia continuativa misantropia e la mia roboante scostanza e l’agghiacciante disillusione. A questo qui, invece, è bastato rubare un paio di panini e dare buca a qualche appuntamento, e si è meritata cotanta gloria. La vita è ingiusta.
Il Merda vive in una inculatissima zona dell’Urbe non lontano dalla sede della Regione Lazio. Era la prima volta che andavo in quella casa, e dati i precedenti tuguri animati da conquilini inquietanti, non mi aspettavo francamente nulla. Ma sbagliavo, dovevo aspettarmi ancora meno. Prendiamo infatti l’ascensore per arrivare al quarto piano. Quando esco fuori nel pianerottolo, sento che c’è qualcosa che non va, ma non metto a fuoco cosa. Facciamo qualche passo in direzione della porta, e mi sento distintamente sbandare verso destra, insomma, cammino ma non riesco a mantenere l’equilibrio. Penso già a disumane malattie degenerative, corro con la mente a quanti anni di vita mi restano, quando facciamo ingresso in casa sua. Io continuo a sbandare. Sudo freddo, e tradisco uno sguardo un tantino spaventato. Ma ci pensa il Merda a tranquillizzarmi.
“Notato come tutto pende? Non preoccuparti, è normale, è tutto il palazzo che pende, anni fa hanno ceduto un po’ le fondamenta e da quel momento è così…”
Io lo guardo tra il sollevato (non ho più una malattia degenerativa) e il terrorizzato (sta per crollare il palazzo porcalaputtana). “Scherzi, nevvero?”
“No no”, fa lui, divertito. “E’ davvero così, qua è tutto boschi, il terreno è fracico, non si poteva costruire, quindi qualche palazzo ne ha risentito”.
Io faccio dietrofront e vado verso la porta. Forse ce la faccio, ad arrivare giù prima che tutto crolli.
“Ma dove vai?”
“A cercarmi un albergo, grazie dell’ospitalità.”
“Ma guarda che è tutto a posto, hanno condonato tutto, sai?”
“E sti cazzi? Guarda che io ho paura che il palazzo crolli, mica che facciano una multa ai costruttori di questa bicocca…”
“Ma tranquillo, la casa pende, ma le fondamenta reggono, hanno l’abitabilità, altrimenti non gliela davano, no?
“Anche la casa dello studente dell’Aquila aveva l’abitabilità, trimone. Io me ne vado.”
Si, e dove vado con trenta euro in tasca, che non sono propriamente un passe-partout per gli alberghi di Roma, pensioni pulciose comprese? L’indigenza, alla fine, prevale, come al solito. Quindi resto nell’appartamento pendente.
Nella casa del Merda abitano altre persone invero molto gentili e squisite, ed inoltre c’è un gatto. Uno psicopatico bello in carne, vispo e dal pelo lucido, che lecca qualsiasi cosa gli metti davanti al muso, dalla tua mano fino al cranio pelato di uno dei coinquilini. E’ dipendente in modo preoccupante dai bocconcini di pesce, e invece di farla nella lettiera, caga su una pianta grassa. Io che sono un buon amico dei gatti, nei quali ritrovo un paradigma irraggiungibile della ambita regale indifferenza verso il genere umano, trovo subito una intesa, e passo il tempo a farmi leccare il palmo della mano dalla sua lingua rasposa.
Il Merda non è più uno studente universitario, e da molti anni. Non dirò cosa fa di mestiere per privacy e anche per evitargli una denuncia dalla Lega Anti Vivisezione, ma il punto è che anche se non è più uno studente, vive in una casa dove l’odore dei locali, la confusione nel lavello e il menù della cena è tipicamente da studente.
I locali odorano delicatamente di quel tanfo tipico di ciò che non viene lavato da tempo, vestiti, pavimenti, tende, fate un po’ voi. E che poi viene arieggiato con molta taccagneria. Il bagno è una giungla di peli pubici dislocati quasi come una pista cifrata sul lavandino, nella vasca, sulla tavoletta del cesso e sull’ultima copia di Internazionale. La cucina vede un lavello traboccante di stoviglie incrostate come se fosse il gatto a doverle pulire con la sua lingua iperattiva. I cartoni per la pizza accumulati la dicono lunga sulla pazienza da chef e sulle lunghe ore passate sui fornelli a preparare piatti con cui stupire gli avventori. Insomma, era un po’ di tempo che non avevo a che fare con atmosfere studentizie, e certo non ne provo alcuna nostalgia. Ma chissenefrega, l’ospitalità è molto gradevole e la serata altrettanto.
Fino all’anno scorso, i miei peregrinaggi nell’Urbe non prevedevano alcuna sosta nella casa del Merda, affidandomi solitamente all’accoglienza del Dottor Kildare. Nessun favoritismo, per carità, ma sapevo che il Merda andava evitato sopratutto per un motivo. Un motivo che mi avrebbe tenuto sveglio per gran parte della notte a venire. Leggi il seguito di questo post »