Un altro Ponte dei Morti viventi

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Il recente ponte del 1 novembre doveva essere, nelle intenzioni, una bella riunione di una famiglia che, dal Salento come dalla Spagna, conveniva in Emilia per una due giorni e mezzo di abbracci e baci tra figli, nipoti, zii, nonne, cognate, fratelli e nuore. Insomma, una sorta di “Festen” senza la villona in campagna e la denuncia di stupro/incesto a metà cena (ops, scusate lo spoiler, ma è un film di metà anni ’90, se non l’avete visto scazzatevi).
Ma non è andata proprio così. Diciamo che non ci è andata nemmeno lontanamente, così.
Perchè in quei due giorni e mezzo un oscuro maleficio ha lanciato sui protagonisti della reunion familiare una maledizione in piccole e venefiche dosi, sette atti,  piccole e profonde piaghe scagliate da chissà quale perversa divinità malvagia, che ha trasformato la gioiosa riunione in un miserabile lazzaretto.
1 Atto: Salta la riunione plenaria. (La piaga della bronchite).
Il programma ufficiale del ponte prevedeva che la famiglia si riunisse dapprima a Bologna, a casa nostra, e il giorno dopo a Parma, a casa di mio fratello Copeland con tanto di mugghiera e figlioletto.
Ma il programma è stravolto sin dal principio. La bimba ha la bronchite, ed è meglio evitare che il cuginetto entri a contatto col suo sapido catarro spalmato sui giocattoli come burro di noccioline. Mia madre e l’altro mio fratello Pfaff, dunque, si divideranno equamente per la via Emilia mentre cugino e cugina rimarranno alla distanza di sicurezza di 100 km. Bazzecole. Piccoli imprevisti. Ci stanno.
2 Atto: La quiete prima della tempesta.
Il 31 ottobre scorre placido in quel di Bologna. Arrivano mia madre e Pfaff, si coccolano la nipote, io e Sunofyork organizziamo un bel pranzo luculliano, si mangia, si beve, si rutta, e il pomeriggio scorre lento e sornione come solo d’autunno, a far giocare la bimba, a guardare la tv, a parlare del più e del meno.
La serata scorre via tra le scorribande della bimba, la pappa, il suo sonno impellente, la cena con gli avanzi del mezzodì, un film di orrore per omaggiare Halloween, e poi vado a letto anche io.
3 Atto: la comparsa del Male. (La piaga della gastroenterite).
Durante la notte Sunofyork si agita nel letto, si alza più volte. Pare non stia bene.Intestino e stomaco stanno ballando la cucaracha. La mattina è un cencio con 38 di febbre. Pfaff parte per Parma per il concordato incontro con Copeland, mia madre rimane a Bologna per star dietro alla bimba, che viene accuratamente tenuta lontana dalla madre e, non essendovi abituata, è nervosa e sgusciante come una scolopendra. Per farla mangiare ci si mette il tempo record di 1 ora e venti minuti per un misero piatticello di pastina, e si batte il record mondiale di canzoni cantate (sfodero tutto il mio repertorio scout, saranno una sessantina di canzoni, e improvviso anche uno spettacolo teatrale). Alla fine la pastina rimasta è una colla fredda spatasciata sul piattino. Non la darei da mangiare manco ai cani.
Nel pomeriggio Sunofyork migliora, ma la febbre rimane così come rimane anche qualche scappata a gambe levate nel bagno. La bimba, sempre separata dalla madre, pare spiritata. Parla un linguaggio oscuro, e ci addita come una sacerdotessa avvertendoci di oscuri presagi. Ma noi non comprendiamo. Stolti e ignari, camminiamo verso il disastro.
4 Atto: il Male deflagra. 
Dopo cena mi addormento sul divano. Ho un po’ di pesantezza sullo stomaco, ma la cosa non mi preoccupa. Alle 23,30 vengo svegliato con scarso tatto con una pesante scrollata di spalle da parte di Sunofyork, che mi dice di sorvegliare la bimba dormiente  fin tanto che lei va in bagno.
Mi alzo instupidito, vado in camera da letto, e tempo qualche secondo sento chiaramente che sto per vomitare senza possibilità di errore. Mollo la bimba al suo destino e mi precipito in bagno. Occupato, c’è Sunofyork. Sbatto i pugni sulla porta come uno stalker, lei apre, la scanso, sto per vomitare le dico, chiudo la porta ma non arrivo al gabinetto. Mi fermo sul lavandino e tutto quello che ho mangiato, come in una sorta di rewind, si ripresenta così risalendo come un montacarichi dal mio stomaco. Dopo un minuto di mastodontici conati, mi accascio sul bidet, svuotato in senso fisicamente letterale. Non entro nei particolari, ma devo pulire un lavandino letteralmente ricoperto di cibo non digerito. L’operazione è orripilante, tant’è che vomito di nuovo, questa volta dallo schifo provato.
Torno a letto, sto meglio. Ma non è vero.
5 Atto: Il Male deflagra (ancora).
Dopo nemmeno venti minuti che mi sono messo a letto, sento qualcuno entrare in bagno. Poi uscire. Cinque minuti dopo entrare di nuovo. Poi uscire. E così via. E’ mia madre. Il Male ha colto anche lei, mia figlia ci aveva avvertito. Per le prossime due ore, ci litigheremo il bagno manco fossimo due ubriaconi che devono smaltire la sbornia. Ad un certo punto sto andando in bagno ma vedo che ci sta andando pure lei. Allungo il passo ma lei è lesta ad entrar prima. La prossima volta, mi dico mentre attendo dietro la porta come un tossico al Sert, le tiro una testata.
La notte prosegue con questa processione ben poco mistica. In piena notte, con Sunofyork ancora con la febbre, e noi che facciamo gara a chi arriva prima al cesso, solo la bimba se la dorme a ganasce spalancate.
6 Atto: Il demone sotto la pelle. (la piaga dell’orticaria).
Verso le 5 di mattina la situazione pare essersi stabilizzata. Sto meglio, e così mia madre. E’ dunque finita? Ma manco per niente. Sunofyork si sveglia all’improvviso, mi chiama, ha prurito su tutto il corpo dice. Va in bagno, torna, dice che ha un’orticaria tremenda sui fianchi. Stremato dopo una notte di bagordi accanto al bidet, tutto quello che so dirgli è: non ti grattare, e poi spengo la luce e dormo fino alle 8,00.
La mattina si apre con Sunofyork che mi mostra i segni della sua orticaria. Dei ponfi da un centimetro quadro l’uno che pare l’abbiano aggredita un intero sciame di calabroni incazzati. Dobbiamo andare subito al pronto soccorso, pare una reazione allergica. Io sto meglio, lo stomaco è vuoto ma tranquillo. In compenso mi sento la febbre. Con qualche brivido di freddo, accompagno la mugghiera all’ospedale, non prima di aver scattato una foto ai suoi fianchi martoriati da poter poi postare su internet al primo litigio.
Si scopre che Sunofyork ha avuto una reazione allergica fortissima da penicillina, ha il fegato spappolato e per una settimana dovrà mangiare pane e acqua come un carcerato (in realtà dopo due giorni starà già bevendo porto)
Tornati a casa scopriamo che dall’altra parte dell’Emilia mio fratello Pfaff ha passato la nostra stessa identica notte svaccando in bagno e minaccia adesso di trasmettere il Male al ramo parmigiano della famiglia, nipotino compreso. Mio fratello Copeland vuole cacciarlo di casa con una scopa.
7 Atto. La febbra.
La sortita fuori di casa mi è costata cara. Tornato, ho 38 di febbre, che salirà fin quasi a 39. Rannicchiato sul letto con due pesanti coperte, batto i denti come un tonno e un sonno disturbato mi avvolge con sogni acidi, mentre nell’altra stanza Sunofyork combatte con sua figlia, sempre imperturbabilmente sana come un pesce e in forza come un caterpillar. La sera mangio un po’ di riso in bianco condito con della tristezza, poi crollo a letto per 12 ore filate.
Mia madre nel frattempo è tornata in Salento, sta meglio anche lei, mio padre vista la mala parata si è premunito svuotando la farmacia e comprando l’impossibile per difendere stomaco e intestino. Penso abbia accolto mia madre con una mascherina sul viso e invece del bacio di rito le abbia stretto la mano protetta da un guanto di lattice.
Mio fratello Pfaff è messo peggio, deve affrontare un viaggio in treno per Bologna, una navetta per l’aeroporto, un viaggio di due ore per Barcellona, un tragitto in taxi per casa. Arriva fisicamente divelto, ci sentiamo via skype, è di color verde bottiglia. Ci diciamo che non è andata propriamente come volevamo, ma va bene così.
8 Atto. Epilogo.
Il Male, così come è venuto dal nulla, scompare finito il ponte. Torniamo tutti al lavoro, riprendendo pian piano le forze. Non avremo mai la risposta sul perchè. Chi si ha portato la gastroenterite in quella casa? La bimba da quel covo di esperimenti batteriologici che è il nido comunale? Mio fratello dai suoi costanti viaggi aerei? Mia madre da qualche bambino moccioloso nell’asilo in cui insegna? Io dai lerci autobus che mi trasportano ogni giorno? Il malocchio di una strega? La maledizione di qualche lavavetri che ho lasciato senza mancia? Un frammento di meteorite caduto sul tetto, che si è insinuato negli esseri umani come nella Cosa di Carpenter o in qualche racconto di Lovecraft? Non lo sapremo mai.
Quello che so e che ricordo con plastica precisione la montagna di cibo rigurgitato che ho dovuto spalare come un bidello in una scuola elementare. E prego ogni giorno affinchè quell’immagine mostruosa scompaia dai miei ricordi, così come questo maledetto ennesimo Ponte di morti viventi.
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One Response to Un altro Ponte dei Morti viventi

  1. Joker lo scherzoso ha detto:

    No, da me invece ad Halloween
    è venuto Michael Myers, con la maschera e tutto il resto

    però siccome non abbiamo manco un coltello sano in casa
    ha dovuto desistere

    (noi si vive ancora more universitario,
    nonostante l’università l’abbiamo finita da un pezzo)

    (Peter Pan in confronto a noi pare un assistente sociale)

    insomma, Michael ha tirato fuori 50 euro dalla saccoccia
    e ce le ha date

    “toh, datevi una concertata. E pulite sto cesso”.

    A proposito di malesseri
    una simpatica tradizione natalizia della mia infanzia

    consisteva nel beccarmi l’influenza ogni 24 dicembre

    Roba che Babbo Natale
    se non facevo il buono

    non mi portava la tachipirina.

    Saluti.

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