Incontri ravvicinati con il marmocchio tipo

30 agosto 2012

Quando la tua compagna aspetta un figlio e nel frattempo cerchi di comprare una casa, e nel frattempo tra l’altra capita di dover lavorare, fare la spesa, ordinare casa e farti un po’ di ferie, beh, per pigro del cazzo come me, scrivere post su un blog è l’ultima cosa che mi viene in mente.

In questi mesi mi è capitato di fare più attenzione ai bimbi, sì insomma  quelle strane creaturine sotto il metro e venti, sbavazzanti e scacazzanti, dal tono di voce teatrale con cui emettono linguaggi incomprensibili. Solitamente non me li sono mai filati troppo, ma si dà il caso che tra quattro settimane ne avrò un rappresentante in braccio, e una maggiore curiosità al riguardo mi pareva giustificata.
Due incontri ravvicinati in particolare mi hanno fatto riflettere, sotto due distinti punti di vista, sul mio mio personale rapporto storico con i marmocchi:
1) La finale di Champions League passata a fare il baby sitter;
2) La semifinale degli Europei di calcio con divieto di bestemmia.

Partiamo dalla prima. La sera della finale di Champions vengo invitato a cena da amici, i quali con altri amici presenti in questi anni non hanno fatto che figliare come lepri. Per un totale di 6 adulti c’erano un totale di 8 bambini, di età non inferiore ai due e non superiore ai sette anni.
Si mangia assieme, si parla del più e del meno, e alle nove meno un quarto, come un vero maleducato, mi alzo dalla tavola e mi posiziono nella stanza della televisione, pronto a gustarmi la partita.
Nel giro di cinque minuti cominciano a far capolino i bambini. Nel giro di dieci occupano la stanza. Uno di questi mi si siede accanto e mi chiede per che squadra tifo. Poi comincia ad informarmi sulle partite di calcio che fanno all’asilo, sulla sua maglietta preferita e su montagne di altre storielle insulse che a me fregano cazzi già normalmente, figuriamoci mentre sono intento a guardare la finale di champions. Il fratello del primo ciarliero ometto non è un fanatico del dialogo, mi salta direttamente addosso e comincia a rotolarsi sul mio addome come un maiale nel fango, ed io comincio a districarmi tra braccia e gambe per vedere uno straccio di azione alla tv. Nel frantunque, mentre sono impegnato a fingere attenzione sui racconti del primo e mi divincolo dalle mosse tarantolate del secondo, arriva un altro bimbo con una spada di legno in mano, mi chiede se mi piace e poi me la rovescia di forza sul ginocchio. Trattenendo plastiche bestemmie mi sforzo di non tirargli il collo come ad un’oca, e mi limito a sottrargli la spada e a riporla dove non potrà prenderla. Nel frattempo il loquace parla parla e parla, mentre il tarantolato cerca di prendermi a capate le parti intime, come un ariete. Il mio amore per il calcio però prevale, e tutto sommato riesco a vedermi la partita. Il bimbo parlante mi sta elencando tutti i suoi compagni di scuola, ed io sarei tentato di dirgli che non me ne fotte un cazzo e che è un logorroico sfigato che avrebbe già bisogno di alcune sedute di analisi, mentre all’esagitato che cerca di percuotermi rispondo sollevandolo di peso a testa in giù, e bloccandolo in questa posizione senza che possa nuocermi la visione. Mentre ho trovato un perfetto equilibrio, arriva una bimba di due anni, fino a quel momento aggirantesi tranquilla per la casa. Si è abbassata il vestitino ed è rimasta con il pannolino. A sentire la puzza di zolfo che fuoriesce, il pannolino deve essere intriso della stessa materia con cui è fatto l’inferno.
“Se credi che sia io a cambiarti quel pannolino, ha sbagliato di grosso, bellezza”. Chiamo ad alta voce la madre e la prego di allontanarmi da quella visione. Nel frattempo il bimbo ciarliero ha finalmente capito che non lo caco di pezza, e se ne lamenta. Vorrei dirgli che è un bimbo noioso e che anche da grande non piacerà a nessuno, ma mi trattengo e rifingo attenzione. Il bimbo esagitato meriterebbe del cloroformio a pieni polmoni, oppure un bel calcio nel culo profondamente educativo, ma mi limito paziente a farlo rigirare come un orango tra le braccia.
Alla fine della serata (e quella cacchio di partita è pure finita ai rigori dopo tre interminabili ore) sono spossato, anchilosito, rincoglionito da parole e testate nelle palle.
E la morale della favola è questa: io vivo da 25 anni almeno in un mondo di adulti, razionali, con cui parlo, discuto, litigo, sulla base di concetti più o meno complessi e più o meno argomentati. Vivo di parole adulte, di sarcasmo e di cinismo. Di fronte a inutili e ingenue ciarle da infante o giochi fisici insensati, o a bisogni elementari e disgustosi, non so come comportarmi. Non posso essere cinico o sarcastico, perchè rischierei di infliggere alla psiche del bimbo colpi devastanti, e neppure posso insultarlo se noioso o menarlo se violento o ridicolizzarlo se bisognoso di cambi al pannolino. Tutta la mia cinica sicumera, davanti a un bimbo, diviene impaccio. Per disabitudine o carattere, questo non lo so. Leggi il seguito di questo post »

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