Genova 2001 in differita

Io non c’ero. Non me ne fregava un cazzo. Ero al mare.

Lontano da ogni scontro, così come mi ero sempre tenuto fino ad allora. Mai schierato veramente in vita mia, ritenevo il parteggiare un gesto stupido. Ogni forma di partigianeria era faziosità, e la faziosità era sempre disonesta intellettualmente. Rivendicavo terzietà e distacco sopra ogni cosa, avvenimento o problema che fosse. La verità, mi dicevo, non è mai una cosa così semplice da poterla inalberare come una bandiera personale, e non è mai da una sola parte. Per coglierne la complessità devo rimanere fuori da ogni scontro politico, ideologico, sociale.

Questo mi dicevo, e sul G8 non avevo alcuna posizione preconcetta da prendere. Men che meno nulla da manifestare. Il mio disgusto per i grandi della terra e per la loro costosa pagliacciata mi bastava, ma tutte le certezze gridate dalle varie voci del Social forum non mi appartenevano, così come non mi apparteneva la loro storia militante, il loro essere necessariamente contro, il loro sbatterti in faccia un impegno sociale quasi esibito come un feticcio.

Genova era dunque per me solo una notizia di cronaca del telegiornale da guardare tornato dal mare. Nemmeno i primi scontri mi scossero più di tanto. Tutta quella gente imbardata di caschi e protezioni mi sembrava già conscia di quello che sarebbe accaduto. Stava cercando lo scontro, ed ecco lo scontro. Le immagini della televisione erano mosse ma indicative. Scene di guerriglia urbana, pietre sassi e cariche. Per come te la raccontavano, sembrava evidente che le forze dell’ordine stessero reagendo ad una contestazione violenta. Sembrava evidente che ci sarebbe scappato il morto, ed il morto ci scappò. Anche lì, davanti a quei fotogrammi di Carlo Giuliani, tutto sembrava a posto, una logica tragedia, una normale e dolorosa conseguenza di una follia collettiva. Un ragazzo in passamontagna con un estintore in mano, pronto a spaccarlo sulla testa di un carabiniere. Pum! Legittima difesa. Pam! Se l’è cercata! Osservavo la televisione e gli speciali divorato dalla curiosità, sempre troppo distante, ma forse più silenzioso e turbato, chè c’era troppo sangue sui marciapiede e troppa polizia e troppe macchine rase al suolo e poi il corpo di un ragazzino sull’asfalto e quelle grida dopo lo sparo.

Poi la Diaz, tante voci, tante versioni, certo anche tanto sangue e troppa gente che usciva da quella scuola in barella. Troppi poliziotti che ci entravano armati come in guerra. Gli ultimi fuochi, poi, gli ultimi scontri, ma dalle televisioni la realtà stava definitivamente uscendo di scena, così come la verità che mai forse c’era veramente entrata, e noi spettatori lo ignoravamo ancora. Di Bolzaneto nulla si seppe se non dopo giorni e giorni, e il processo mediatico aveva già giustiziato quel movimento e datogli la colpa della distruzione di una città e della morte di un ragazzo. Sembrava tutto a posto.

Ma poi la gente di Genova tornò a casa. E non tacque. Internet non era ancora 2.0, non c’era youtube e nemmeno i social network. Ma c’erano i siti personali e i forum e i newsgroups, e le testimonianze vi si riversarono. E poi le foto e le riprese con le videocamere. Una montagna di materiale inedito, ignorato dalla stampa, entrò prepotentemente nelle case di chi voleva sapere. Era passato quasi un mese e chi voleva sapere cosa fosse realmente accaduto a Genova, poteva farlo. Ed io lo feci.

Vissi quindi Genova 2001 in differita, e rivissi quei giorni per mesi interi. Mi documentai come mai avevo fatto su un avvenimento, e per la prima volta mi accorsi che in quel caso, in quei giorni, in quei volti schermati dal sangue, in quei manganelli a percuotere gente inerme per terra, in quelle improvvise e immotivate cariche militari annunciate da sinistre marcette, in quel colpire alla cieca migliaia di persone, in tutto quel caleidoscopio di orrore e di vergogna, beh, la verità stava da una sola parte.

Un potere bestiale e ignorante si sentì legittimato ad esercitare una repressione violenta su un movimento di persone con storie diverse e quasi tutte prive di qualunque connotazione violenta. Un movimento di contestazione ferma, intelligente e lungimirante ad un sistema chiaramente distorto che non si faceva scrupoli ad usare le persone e l’ambiente come merci di scambio e di profitto. Migliaia di persone in quei giorni furono picchiate a caso, fermate, caricate con lacrimogeni, inseguite, confiscate o distrutte macchine fotografiche e telecamere, e alcune di loro furono torturate in una caserma.

Leggendo, guardando, ascoltando, mi fu chiara ed enorme la totale sospensione di qualunque diritto di queste persone, e la totale illegittimità delle condotte di chi ideò e di chi pose mano a quella gigantesca repressione violenta.

Erano mesi che vivevo Genova in differita e montava il senso di colpa per quel mio ritardo nell’avvertire, nel soffrire, nel piangere. E dopo mesi mi fu ben chiaro come chiamare tutta quell’assurda violenza, violazione di norme, inumanità reazionaria.

Fascismo, era nient’altro e niente di meno che fascismo.

Per me, che quella parola non mi piaceva pronunciarla a sproposito, o applicarla ai miei giorni, ritenendola un residuato storico concluso, fu il culmine di un cambiamento definitivo, da cui non sarei più tornato indietro.

Genova 2001, quel sangue, quella gente, quei portici disseminati di persone quasi ammazzate di botte, quella sconfitta manu militari di quello straordinario movimento, l’arroganza e gli spergiuri degli uomini di Stato che ordinarono ed eseguirono quel massacro, furono il prezzo, pagato da altri, con cui riuscii ad acquisire una presa di coscienza necessaria nella mia vita.

Non sono di destra né di sinistra, e continuo ancora oggi a rifuggire da questi schemi mentali e ideologici. Ho idee complesse, e non mi piace incasellarle per forza.  Ma una cosa di certo lo sono diventato, e lo sono oggi senza alcun dubbio: un antifascista. Totalmente schierato, militante, partigiano.

Resistere ad un tiranno, abbia le forme di una persona o di un potere che ti sguinzaglia migliaia di segugi addosso, che ti insultano, picchiano, sequestrano, resistere al tiranno è un diritto, anzi perdio un dovere. Tra un ragazzo esasperato da una violenza programmata, scientifica e collettiva, ed un poliziotto che si presta ad essere strumento di quella violenza cieca, l’illegittimo è il secondo, l’eversore è solo il secondo, il tiranno è sempre e solo il secondo.

Io non so se avrei indossato un passamontagna e imbracciato un estintore. Non lo so ed è stupido chiederselo. Ma so da che parte sarei stato, e a difesa di quali valori mi sarei schierato vedendoli brutalmente violentati.

Carlo Giuliani era un ragazzo che al corteo non ci doveva nemmeno andare, che quel giorno prese una posizione e che alla fine di quella giornata era morto pistolettato. Per quel che vale ragionare su una vita persa per sempre, quella morte mi ha insegnato, in differita, che nella vita in certi momenti una posizione va presa. Occorre schierarsi, e rischiare il culo. Perché quando di fronte ti si palesa un tiranno, non puoi sempre dichiararti assolto e procedere con la tua vita.

Genova, Carlo Giuliani, Via Tolemaide, Piazza Alimonda, la scuola Diaz, la caserma Bolzaneto, mi hanno insegnato questo. La vergogna di aver capito troppo tardi non cessa, e il dolore per ogni manganellata presa da quella gente mentre io ero al mare lo avverto ogni volta che vedo proiettate le immagini di quei giorni.

Ma oggi sono un uomo fatto, che sa schierarsi e urlare, se necessario. Che sa riconoscere il tiranno, quando se lo trova davanti. E che non vuole più vivere in differita l’orgoglio e la rabbia di essere antifascista.


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