Appunti per un film sul collasso dell’Occidente

Esterno giorno di una grande città del nord.

Piano sequenza sull’entrata di un avvilente, impersonale fast food, fintamente accogliente, maldestramente ordinato. La gente entra ed esce senza sosta, e da dietro il vetro si intravede una triste umanità in fila indiana in attesa di ingollarsi di pessimo cibo che sa di tristezza.

Camera a mano. Si entra nel fast food. Quel profumo chimico di niente nient’altro è che carta moschicida, fatto per attirarvi gli insetti.

Piano americano. Due persone affossate sui tavolini mangiano il panino ingobbite tenendolo con due mani, sgocciolando sebo animale e artificiale (inquadra il sebo).

Primissimo piano su uno dei due avventori. Le sue volitive mascelle affondano “come se non vi fosse domani” erodendo materia inconsistente che tende a sformarsi al primo morso. Il cibo masticato diviene poltiglia ben presto, anzi quel panino è già poltiglia prima di finirvi dentro, chè potrebbe essere ingoiato intero senza alcuno sforzo.

Il campo si allarga ad inquadrare altre due, dieci, cento persone affondare e masticare, sgocciolare e deglutire la pappetta.

Ancora esterno giorno, fuori dal fast food. La camera stacca sui cornicioni del fast food e dei palazzi adiacenti. Ovunque è pieno di piccioni. Uccellacci rigonfi del loro stesso guano sono appollaiati sopra questa miseria di civiltà pronti a nutrirsi ingordi dei suoi scarti mollati a caso sui marciapiede. Brevi fotogrammi dove i piccioni sono sorpresi a beccare la qualunque, mangiare la plastica, assaporare il bitume, punzecchiare le cicche di sigarette, divorare la mollica di pane annerita e spalmata dai pneumatici, abbeverarsi nelle pozzanghere come nei rigagnoli di urina.

In un ciclo che pare incapace di interrompersi, migliaia di piccioni in ogni città beccano, ingoiano e cagano.

Piano sequenza, siamo ancora all’entrata del fast-food.

La gente che mangiava prima dopo nemmeno 15 minuti ha divorato panino e patatine, si è rinfrescata bevendo giganteschi secchielli gelati di coca cola, e forse ha anche preso uno di quei dolci cagati sui coni come stronzi molli dalle macchine gelato. Quella gente sta uscendo.

La camera stringe sulla coppia di persone inquadrata in precedenza, che varca la porta di uscita.

Camera a spalla per inquadrare uno di loro. Mano sulla pancia, viso contratto e sbiancato. Movimenti inconsulti non catturati dalla camera. Succede qualcosa. Si interrompe bruscamente la scena.

Cinque minuti dopo, ancora piano sequenza sul fast food. La gente entra ed esce come prima, ma qualcuno anzi più di qualcuno guarda o indica con insistenza un punto in basso vicino al marciapiede. La camera inquadra implacabile: una densa pozza di vomito bianco panna. Una zotta lunare. Un margheritone pallido.

Piano fisso insistente sulla pozza. Mosche, o almeno insetti. La scena si interrompe.

Cinque minuti dopo. Ancora piano fisso sulla pozza. Ma la scena non è più statica come prima, anzi, è tutta un movimento di becchi e piume e spinte e tuffi. Decine di piccioni sono tutti attorno alla pozza e se la contendono. Ci sguazzano dentro, si prendono a testate, ingurgitano e si beccano tra loro, si spostano con rapidi movimenti d’ala. Come in un enorme trogolo circolare, come in un enorme ring di fango lattiginoso, il fiero pasto dei piccioni è il vomito di un avventore di fast food che non ha digerito l’hamburger.

La scena stacca d’improvviso e mi inquadra di soppiatto. Mentre la gente passa e va, ignorando come è solita ignorare tutto, io rimango impietrito a fissare quello che mi pare quasi un segnale chiaro, un avvertimento sotto traccia. E’ come se la società occidentale mi stesse collassando davanti, anzi addosso, in diretta solo per me.

Forse ho doti divinatorie, forse sono un profeta, o forse un acuto analista-sociologo. O forse sono i fumi ancora caldi di quei succhi gastrici misti a carne bovina spiaccicata sul marciapiede, più potenti di qualunque allucinogeno.

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5 Responses to Appunti per un film sul collasso dell’Occidente

  1. fed ha detto:

    grazie per questa bella immagine… ora vado a vomitare anche io!

  2. LadyLindy ha detto:

    innanzitutto, ben tornato. Aspetta che tolgo un po’ di ragnatele dalle finestre del blog, dato che tu ovviamente non ti sei preoccupato di farlo. 😛
    Poi: avevo appena mangiato. Io sto bene, il mio stomaco meno.
    Infine, proporrei come titolo alternativo “Le più grandi paure e idiosincrasie di Paperoga in un medley unico ed irripetibile”.

    Au revoir

  3. Joker lo scherzoso ha detto:

    Benedetti figlioli,
    l’apparato digerente va temprato,

    sennò grazie che si resta secchi coi germogli di soia.

    Io, per esempio, ho trangugiato di tutto nella mia vita.
    Ma proprio tutto, altro che hamburger.

    I miei anticorpi sono così allenati che il batterio killer lo beccherebbero, lo torturerebbero

    e lo rimanderebbero a calci in culo nella soia.

    Dopo questa dotta disquisizione direi che sono pronto per una laurea honoris causa in medicina.

    Grazie
    e saluti

    P.S. Paperoga, non sono uno sviolinatore, anzi. Ma hai uno stile alla Philip Roth che mi garba proprio.

    Complimenti

  4. S ha detto:

    anvedi, m’hai fatto annà de traverso l’anguria!!

    scherzo (ma anche no), comunque è una splendida descrizione, bravissimo!

  5. IlMerda ha detto:

    da queste parti una descrizione del genere metterebbe fame…

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