Outside the museums (§ 7)


“Come avrebbe potuto non vederlo anche in una strada dove c’era la vita e non la morte, dove si accalcavano chi lotta e chi ha l’anima in pena e chi è come un ossesso e chi sa quello che vuole, e dove non c’era questo vuoto maligno? Ecco suo padre, quell’elegante spilungone di suo padre, perfettamente riconoscibile, il padre più bello che una ragazza avrebbe mai potuto desiderare. Attraversò la strada di corsa, questa spaventevole creatura e, come la creatura spensierata che si era divertito ad immaginare quando lui stesso era un bambino spensierato, la bambina che si dondolava sull’altalena davanti alla casa di pietra, si gettò contro il suo petto, buttandogli le braccia al collo. Da sotto il velo che portava sopra la metà inferiore del viso – che le oscurava la bocca e il mento, un velo trasparente che era il piede stracciato di una vecchia calza di nailon – disse all’uomo che aveva finito per odiare: “Papà ! Papà!”, impeccabilmente, proprio come una bambina normale, e con l’aria di una persona la cui tragedia era di non essere mai stata la figlia di nessuno.”

C’è un filo rosso che lega Pastorale americana a Non è un paese per vecchi di Mccarthy. Il filo rosso dell’impazzimento di un sogno che si incarta su se stesso, e lascia cadere nel suo ormai sbiellato dispiegarsi rivoli di follia non più arginabili. E’ il collassare del sogno collettivo di un Paese che ha proceduto senza sosta nella costruzione di infinite possibilità come se si trattasse di un meccanismo perfetto e inarrestabile e senza peso.

E quando tutto questo accade, la generazione dei padri reagisce tradendo una assoluta impreparazione, e lo sconcerto di chi non riesce a capire. Ma se nel romanzo di Mccarthy lo sguardo addolorato e incredulo dello sceriffo su quanto accade ai confini con il Messico condensa il senso della storia che si dipana nel sangue, in Pastorale Americana, però, ad una macroriflessione sull’esplosione della violenza nella società americana, dalla rivolta di Newark alla ribellione generazionale durante il pantano del Vietnam, si accompagna un dramma familiare vivo, disarmante nella sua crudeltà e insensatezza. Un padre, Seymour Levov lo Svedese, un predestinato, un uomo nella cui bellezza, successo e capacità si riassume plasticamente il sogno di un popolo, che all’improvviso si ritrova nell’orrore del peggiore fallimento possibile, il crescere con amore sovraumano una figlia che da quell’amore e da quel sogno si distacca appena adolescente, senza un’apparente ragione, per scegliere la via della violenza inaudita, dell’assassinio e del terrorismo. E’ l’inizio della fine per un uomo buono, semplice e  che da quel momento in poi non potrà che vivere chiedendosi ogni giorno in quale momento sia iniziato quell’orrore.

Quale il confine tra il rutilante successo di un uomo onesto e la violenza che gli esplode in casa? Quale il nesso tra una vita senza intoppi che fa meritatamente incetta di vittorie, e il rifiuto violento della figlia di divenire di tutto questo erede? C’è un rapporto tra il progressismo saggio e umanitario di un padre e la follia eversiva della figlia? Cosa è successo in quella famiglia perfetta, per sprigionare l’anima nera di una ragazzina vivace e intelligente, che dai genitori sembrava aver ereditato il meglio? 

In che punto, in quale momento, per quale ragione, l’anima violenta di una nazione in eruzione decide di prendere possesso di una famiglia che ne incarnava le migliori speranze? C’è un contrappasso da pagare, oppure quello che accade allo Svedese, semplicemente, è lo scatenarsi insensato del caso contro un novello Giobbe?

Romanzo meraviglioso, sconcertante, profondamente triste, su come ogni certezza, ogni sforzo, ogni valore, ogni esempio, possa senza motivo rimanere non trasmesso da una generazione all’altra, e di come all’improvviso ci si possa ritrovare la guerra e il sangue e il terrore in casa, portati non da altri che dalla propria meravigliosa bambina.

 

 

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10 Responses to Outside the museums (§ 7)

  1. LorenZo ha detto:

    Certamente hai tutta la mia stima per la fantasia, l’introspezione, l’analisi… Peró quel libro, a giudicare dalle poche righe che hai citato, ha il sapore di una telenovela sudamericana… Pensaci.

  2. sunofyork ha detto:

    @LorenZo: certo che Paperoga è proprio fortunato ad avere la stima di uno che paragona un passo di Roth a Milagro!

    Ti prego, LorenZo, leggiti Pastorale americana e poi ne riparliamo eh!

    sun

  3. LorenZo ha detto:

    @sunofyork
    Io leggo solo saggi scientifici. Quella roba lì (Roth) è il riciclo del riciclo del riciclo del sapere puro (la scienza). Tsk…

  4. Paperoga ha detto:

    LorenZo: caro amico, potevo lasciar correre su Roth, insomma da una parte chissenefrega, dall’altra il fatto di giudicare un libro che non si è letto lascia l’interlocutore nella comoda posizione di poter non replicare.
    Ma sul commento qui sopra, che dire, si rimane basiti. Se ti cibi di soli saggi scientifici, e ritieni la letteratura e forme di espressione culturale simili un riciclo del riciclo del riciclo del sapere puro, beh, posso lasciare da parte il mio prudente relativismo e la mia riluttanza ad esprimere giudizi, per affermare su carta bollata che hai detto una solenne cazzata.

  5. LorenZo ha detto:

    @paperoga: please zpiekare « per affermare su carta bollata che hai detto una solenne cazzata».

    Poi sulla citazione di Roth qui sopra, non ti accorgi come suona male e stridulo il suo verbo? Non percepisci la mancanza di un ritmo? Cos’è forse, un esametro dattilico in versione rap sincopata? Non serve andare oltre alla parola “maligno” per comprendere che il vostro ha dei seri problemi. Ed io non pago nessuno per trasmettermi le sue diseases. Poi la copertina con foto in BW, con la pub della Coca-Cola e le fiamme che divorano l’immagine sotto un titolo che comincia con “Pastorale”. Io non ho il coraggio di commentare.
    :-b

  6. sunofyork ha detto:

    ma veramente l’esametro dattilico è un metro poetico, e roth scrive in prosa… “suona male”/”suona bene”, poi, è un fatto troppo soggettivo perché possiamo star qui a parlarne, per me ad esempio quel passo suona benissimo e riesce a trasmettere alla perfezione l’inquietudine sotto (neanche tanto sotto) la superficie.
    Quanto alla copertina, vabè, non è scelta sicuramente da roth ma dai grafici di einaudi, e anche lì, siamo nel territorio del soggettivo.
    Però, al di là del fatto che a te non piaccia, trasmette il messaggio che deve trasmettere: un idillio che se ne va in fumo. e il titolo appunto sta a significare ironicamente proprio quello: la “pastorale” di solito indica un genere agreste dai toni idilliaci. qui c’è il rovesciamento del genere con la conseguente disillusione.

    sulla questione delle presunte “diseases” di roth, boh, veramente non so che dire, a parte che mi “suona male” vedere l’inglese utilizzato inutilmente mentre si parla in italiano… anche lì, però, è pura soggettività 🙂

  7. LorenZo ha detto:

    @sunofyork
    eh appunto, un esametro dattilico “stirato” a rap sincopato sulla prosa d’autore! Suona rivoluzionario! Che genio!
    (Magari è pure balbuziente)

    Certo tutto è soggettivo. Anche la matematica. E poi io non cerco emozioni come l’inquietudine. Non mi interessa. Anzi, pago qualcuno perché se la porti via.

    I grafici di Einaudi sono stati assunti dagli stessi managers che hanno deciso di pubblicare Roth. Capirai…

    Appunto vedi, quando sento dire cose come “il rovesciamento del genere idilliaco con conseguente disillusione” mi viene automatico pensare che si tratti di una telenovela: «Non t’illudere Robert, la pastorella non ritornerà». Parapunzi punzi pà.
    🙂

    L’inglese lo uso quando mi pare e come mi pare, dal momento che lo parlo per l’80% della mia giornata. Non ho responsabilità di uno scrittore, io. Per la cronaca, la parola disease indica sia una patologia che un disturbo generico, anche lieve e passeggero, quindi si presta bene a rappresentare una vasta gamma di casi senza indicarne la gravità né la natura. L’uso delle parole malattia, patologia… et similia – il latino lo posso usare? – invece può indurre il lettore a immaginare scenari da ospedale. Che non è nelle mie intenzioni. Quindi per evitare inutili e faticose perifrasi (scrivevo dal mio iPhone), con disease (primo termine pervenuto all’appello) ho velocemente risolto il problema. La versione in trimetri giambici di questo post sarà pubblicata a breve.

    Ora come direbbe un personaggio di Paperopoli (siamo sul sito di Paperoga) dico:
    Pfui
    🙂

  8. Paperoga ha detto:

    LorenZo: dunque, io qua credevo ancora al beneficio del dubbio, ma a quanto pare sei serio, quindi sarò serio anche io:
    1) il discorso roth per me è chiuso: non parlo di libri che i miei interlocutori non hanno letto o di autori che gli stessi ammettono di non conoscere. La discussione è nata da una morbosa analisi di 6 misere righe, citate avendo letto il libro, e questa microanalisi è sforzo degno di ben altra causa. Chi non ha letto un libro dovrebbe astenersi dal darne giudizi, così chi non conosce un autore potrebbe evitare analisi critiche che, proprio a causa di questa oggettiva ignoranza, sfiorano il risibile. A volte bisognerebbe contenersi, e scegliere il silenzio. Lo dico perchè è una mia filosofia di vita, tacere quando non ho abbastanza cognizione di causa su qualcosa.
    2) Il discorso sulla letteratura (e a questo punto su ogni forma d’arte, dal cinema al teatro passando per pittura, danza e mettiamoci quel che vogliamo) intesa come riciclo del sapere puro, è un giudizio soggettivo, sul quale mi limito a dissentire totalmente. L’arte, nelle sue forme più svariate, è cultura, e la cultura nutre l’animo umano attraverso l’arte come attraverso la scienza. Chi si limita a leggere saggi scientifici perchè il resto è puro surrogato del sapere, è ben libero di farlo, ma deve essere consapevole dell’immenso patrimonio di genio dell’uomo che si perde nell’evitare cinema, letteratura, teatro, poesia (ed io ci metto pure lo sport come forma d’arte, pensa te).
    Ma una volta ammesso e non concesso che la letteratura, Roth, Pastorale Americana o chissà che siano surrogati su cui non è bene perder tempo (come dici tu nel mio post su Eastwood), la domanda scatta naturale: perchè perdere il proprio tempo a commentare una recensione letteraria?

  9. LorenZo ha detto:

    Ma dài Paperoga! Serio? Ma se ci sono 2 smiles e pure un pfui! Mi piace provocare, mi diverte. E tu ci caschi sempre. E non venirmi a rammentare di assumere posizioni socratiche che in questi ultimi anni mi sono venuti i crampi… Certo che l’arte è importante! È lo specchio dei popoli. Vano è della scena il diletto ove non miri a preparar l’avvenire. Io mi occupo di arte e di scienza. Ma certamente Roth sembra più un rumore sgradevole proveniente dallo stomaco
    🙂

    • Massimo ha detto:

      A distanza di 2 anni, questa conversazione fa ancora male agli occhi.
      Paperoga: Pastorale è un libro grandioso, Roth sa essere geniale come pochi, il tuo blog è piacevolissimo e LorenZo è la perfetta definizione, da manuale, del “pallone gonfiato”. Paroloni altisonanti al servizio di una provocazione VUOTA, PRIVA DI SENSO ed assolutamente DELIRANTE. Uomo di scienza o no, il ragionamento è da ragazzino delle elementari. Ma finchè si diverte, beh.. 🙂

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