Cambio lavoro (ed incontro il pop italiano)

Ho cambiato lavoro, ed è la solita tragedia. Come tutti i cambiamenti, ne assorbo la negatività come una spugna e il bicchiere, ben lontano dall’esser visto mezzo pieno, appare ai miei occhi del tutto infranto, pieno di pezzi di vetro che ingoio lentamente e in agonia come uno scadente illusionista. Da sempre bramoso di una vita ciclica fatta di puntelli e sicurezze spazio-temporali, non appena una folata esterna mi scombina i pezzi del puzzle quotidiano composto con sagace equilibrismo, sono lento, terribilmente lento a predisporne un altro. E nel frattempo il cambiamento mi stressa, incupisce, insilenzisce, mette di cattivo umore, innerva dal nulla gastriti e psicosomasi varie. Probabilmente per me i cambiamenti sono l’equivalente delle mestruazioni femminili, quantomeno per la puntualità con cui da un anno a questa parte si ripresentano a farmi ogni volta ricominciare daccapo.

Dovendo scendere più nello specifico, posso estrapolare singoli punti di fastidio che sto cercando da giorni di smaltire.
1) Sono diventato un pendolare con tutti i sacri crismi. Se prima ci mettevo 50 minuti dall’uscio di casa all’uscio dell’ufficio, contando un quarto d’ora scarso di treno, all’improvviso la transumanza è diventata di un’ora e mezzo, con un’oretta buona di treno affollato che, arrivato a Bologna, scarica i suoi passeggeri come lo sciacquone di un water. Se prima manco mi sedevo che praticamente ero già bello che arrivato, ora mi devo sorbire combriccole di pendolari di ogni età che utilizzano il treno per chiacchierare e chiacchierarsi di qualsiasi cosa passi loro nella testa. Gli studenti universitari sono più silenziosi e meno fastidiosi dei lavoratori, mentre una vera e propria orda di locuste è composta dagli studenti delle superiori, su cui andrebbero cosparse taniche di benzina e, senza il minimo rimorso, gettato tra di loro un fiammifero acceso. C’è un lato positivo, e cioè che all’improvviso ho due ore al giorno per studiare (che cosa, ve lo dirò un giorno). Forse un ipod potrà isolarmi dalle chiacchiere dei pendolari e dalle  urla scimmiesche degli studenti. In fin dei conti, ci si può abituare.
2) Qualcuno di voi ricorderà che ambivo ad un posto di lavoro “with the least amount of responsibility”, secondo la filosofia di Kevin Spacey in American Beauty. Beh, nel mio precedente lavoro avevo trovato questa formula della felicità. Facevo un lavoro semplice, privo di stress, dove sarebbe stato impossibile sbagliare. Questo mi rendeva leggero e sereno in modo quasi inconcepibile per chi mi guardava fare l’impiegato d’ordine danzando leggiadro tra ufficio ed ufficio a distribuire fax e posta in arrivo, dopo aver passato una vita a studiare le cose più inutili. Quello che però ho imparato, e non era proprio difficile prevederlo, è che se è vero che a grandi obiettivi ed ambizioni corrispondono grandi responsabilità, è anche vero che a pochissime responsabilità corrisponde una busta paga che non ti fa arrivare a fine mese. Ecco dunque che questo nuovo lavoro è un doppio salto, di stipendio e di responsabilità, i cui effetti sulla mia psiche malata e priva di qualunque ambizione dovrò valutare nel tempo.
3) Ho lasciato all’improvviso un lavoro in cui avevo in modo quasi certosino raccolto e tenuto da parte dieci giorni di ferie da spalmare nel periodo sacro dell’anno paperogheo, ovvero quello natalizio. La chiamata a ridosso di Natale ha invece azzerato le mie ferie e mi costringe ora a scrivere questo post il giorno di Santo Stefano, da un Eurostar in viaggio per l’Emilia, dopo aver passati due miserevoli giorni in famiglia, pronto a riprendere domani a lavorare al freddo e al gelo del nord. In un anno ho avuto dodici giorni di ferie e fino a Pasqua prossima non se ne parla. Capirete bene dunque che, davanti a questa prospettiva, ho un bisogno disperato di farmi una canna. Adesso, sul treno.
4) La vera tragedia, però, è un’altra. Nell’ufficio a cui mi hanno assegnato c’è la radio accesa. La radio accesa. Io non riesco a far nulla con la radio accesa in filodiffusione. Forse solo la pupù, se mi concentro. In questo caso però, al rischio di improduttività si aggiunge lo strazio del buon gusto, anche perchè la stazione di riferimento, obbligatoria e immutabile, prevede sette ore al giorno di musica italiana a tutto spiano. Da Cremonini a Venditti, dalle boyband dai nomi spiritosi ai carneadi di Xfactor, dall’Equipe 84 a Pupo. Tutto intermezzato da pubblicità di ditte locali di water o di tolettatura per cani.
Altro che pendolarismo, assenza di ferie o maggiore stress da responsabilità. La vera tragedia sta nel rimanere seduti e concentrati su un foglio di excel, mentre tutto intorno a te è scandito dalla ennesima insopportabile cazzata scritta da Jovanotti, dalla maledetta Adesso tu di Ramazzotti, e persino da qualche sparuta nenia arrochita di Franco Califano.
Posso sopportare molte cose, anche i cambiamenti improvvisi. Ma Franco Califano no. Franco Califano, NO.
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11 Responses to Cambio lavoro (ed incontro il pop italiano)

  1. veneredejanira ha detto:

    “no” chiama “non ho detto gioia” almeno quanto “asso” chiama “sette”. (please enter *sospiro* here)

  2. mich ha detto:

    Fino al punto 3 sembra la mia vita qualche tempo fa (il mio “with the least amount of responsibility” era “voglio un part time alle poste”). Sul punto 4 ti lascio solo nella disperazione invece. Quando passa Gigi D’Alessio sei autorizzato a uccidere.

  3. LorenZo ha detto:

    Accidenti Paperoga. Non riesco proprio a capire come una persona con un talento narrativo come il tuo, con le tue proprietà di linguaggio, con la tua ironia sottile, possa condurre una vita così fantozziana. Cazzo ribellati! Cambia le cose!

  4. sunofyork ha detto:

    LorenZo, ti prego, fa’ uno sforzo! Questa è solo una copertura: Paperoga in realt è un carismatico latin lover che seduce orde di donne con le sue abilità culinarie e danzerecce.

    E tu, Paperoga, anziché lagnarti, goditi i tuoi lautissimi buoni pasto (e la presenza, a Bologna, delle blogger più fiche e intelligenti d’italia!)
    (modestia a parte)

    sun

  5. LorenZo ha detto:

    @sunofyork
    Ah ecco… insomma è uno che a Napoli definirebbero “chiagne e fotte”. Giusto?

  6. punzy ha detto:

    …mica ci passano gigi d’alessio nella filodiffusione, vero? no perchè potrebbe essere un’attenuate giuridica per stragi d’ufficio..

    ..trasferisciti a Bologna, no? così stati più vicino al lavoro..

  7. sunofyork ha detto:

    @LorenZo: direi piuttosto un cultore dell’understatement.
    lorenzo comunque stavolta l’ultima parola non te la lascio, caschi il mondo. io posso pure morire, ma giuro che incaricherò i miei figli e i figli dei miei figli di non lasciarti l’ultima parola,santissimo iddio!

    @Punzy: metterei un cuoricino ma penso che se lo facessi, Paperoga il terribile mi censurererebbe il commento… 🙂

    sun

  8. LorenZo ha detto:

    @sunofyork
    ma alla fine, la volta scorsa, ho lasciato l’ultima parola a Paperoga, come da sua richiesta indiretta. Comunque certo, scrivi pure dopo di me, qui sotto, l’ultima parola è tutta tua.
    🙂

  9. LadyLindy ha detto:

    1. “una vera e propria orda di locuste è composta dagli studenti delle superiori, su cui andrebbero cosparse taniche di benzina e, senza il minimo rimorso, gettato tra di loro un fiammifero acceso.”
    Grazie a nome della categoria.

    2. Ha ragione Punzy, trasferisciti a Bologna ed entra nel club dei blogger felsinei (di origine o di importazione), che siamo in tanti e siamo belli!

  10. Concordo pienamente con quanto detto sopra, buon 2011

  11. Paperoga ha detto:

    ladylindy: ci sono anche le lodevoli eccezioni, eh..
    lorenZo: quando facevo il libero pensatore squattrinato ero molto meno sereno di adesso. la precarietà uccide ben più della routine.
    punzy e deianira: non infierite, ho cercato di spostare la stazione su radio24 ma non ha avuto successo.
    sunofyork: mi vergogno dei mii lautissimi buoni pasto, sono un furto e una sconcezza!
    mich: grazie per l’autorizzazione, al momento gigi d’alessio non ha scatenato il giorno di ordinaria follia.

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