La profezia di Paperoga (2)

Riassunto della lettera precedente: caro maturando, arrivi alla fine della scuola ignorante e deresponsabilizzato. In cinque anni hanno fatto di tutto per non farti crescere, maturare, diventare consapevole. Qualcuno tra i tuoi pari ce l’ha fatta, ma l’ha fatto controvento, e non tutti ne hanno la forza o la disperazione. L’università che ti aspetta ti scucirà via solo dei soldi, ti darà l’impressione che passare esami su esami sia una dimostrazione del fatto che ho torto, ma in realtà è tutta una giostra truccata, arriverai a discutere la tesi che ti sentirai ancora più disperso. Se la mia ti era sembrata una lettera sadica, sappi che invece era profondamente addolorata. Così come sarà quella che ti scrivo oggi, perchè oggi ti racconto chi troverai al limitare del tuo percorso di studi. Quando andrai a bussare alla porta del lavoro, troverai la mia generazione ad aprirti. E sarebbe meglio per te se ci trovassi Satana in persona. Ma è meglio cominciare dall’inizio, così ti spiego chi siamo noi.

La generazione dei trentenni di oggi, ed io per la mia dantesca età ci rientro a puntino, si è ritrovata tra i banchi delle superiori quando ancora la scuola era una cosa seria. Già in sofferenza, per carità, ma ci siamo evitati di un niente l’iniziale sfascio di fine anni ’90. Non ci piaceva la scuola, così come non è piaciuta a te. Ma riuscivamo a capirne il senso, di quella tortura mattutina, di quelle ore passate nei banchi, di quei pomeriggi sprecati a studiare. C’era un senso, odioso, ma rispettabile, in quello che facevamo. I nostri prof. erano figli di un’altra epoca, e sebbene in là con gli anni ci trasmettevano un senso di decenza e una dignità per cui non potevamo fare a meno di apprezzarli, anche in fondo ai 4 in greco che ci beccavamo. Vivevamo con l’angoscia delle interrogazioni, dei compiti, delle versioni da tradurre. Si rimandava di brutto a quei tempi, ti bastava un niente che perdevi l’estate a ripetere filosofia, perchè poi a settembre non era uno scherzo passarli. Non era facile arrivare alla fine dell’anno con una media decente, e però questo sforzo, per quanto detestabile, riuscivamo ad intuire a cosa servisse. Serviva fare fatica, affrontare prove, essere messi in difficoltà. Serviva perchè in quelle scuole malandate noi comunque stavamo crescendo.

Poi siamo andati all’università. E anche qui, non certo per nostro merito, ci siamo trovati a studiare prima di riforme bislacche che hanno trasformato la durissima prova universitaria in uno scivolo per bambini. Sapete, prima non c’era l’idea che chiunque dovesse iscriversi all’università. C’era chi era portato per studiare, e c’era chi no. Oggi l’università è offerta come esperienza giocosa a qualunque mulo. Campi sterminati, piantagioni intensive di idioti che popolano l’università, arrivando ad insipide lauree triennali ed inutili appendici magistrali, rimanendo identicamente dei sesquipedali idioti. Noi invece l’università ce la siamo dovuti sudare, e molti di noi manco ci sono riusciti a laurearsi. Io stavo per mollare, ad un certo punto, e sì che studiare è l’unica cosa che ho saputo fare nella mia vita. Siamo dunque usciti laureati convinti finalmente che il nostro percorso di studi, magari non eccellente ma degno, potesse pagare.

E invece cazzi. Ci siamo ritrovati, per la prima volta da generazioni, a capire che il nostro diritto al lavoro era solo sulla carta, e che a differenza della fortunata generazione dei nostri genitori che un posto di lavoro glielo tiravano addosso, non avevamo diritto ad un bel niente. Sono cominciate ad affiorare parole come “precarietà”, mascherate da “elasticità” e “nuova organizzazione della produzione”. Sono fioccate agenzie interinali ad affittare mensilità lavorative, esperienze umilianti per nulla diverse dallo sfruttamento schiavista chiamati sinuosamente “stages”, co.co.co, co.co.pro, formule astruse tese a non darci mai alcuna forma di stabilità, perchè all’improvviso la regola era questa, e tu che aspiravi ad un lavoro che avesse forma e contenuto quanto meno non centrifugabile, ti sei ritrovato a fare i conti con l’insostenibile pesantezza di non sapere cosa ti riservava il mese successivo. E questo è durato anni.

Beh, maturando, pensa un po’ quanto ci siamo rimasti di cazzo di fronte a questo nuovo orizzonte, a questo lavoro negato, con la nostra maturità e la nostra laurea quadriennale vecchio ordinamento in mano. Permetti che siamo diventati un po’ nervosi, frustrati, ingruniti? Che poi, anche quando il lavoro l’abbiamo trovato, abbiamo scoperto che i nostri capi ne sapevano meno di noi, erano meno formati e aggiornati di noi, insomma erano notevolmente meno adatti a ricoprire quel ruolo. Una generazione, quella dei nostri genitori, a cui il lavoro è stato dato in automatico indipendentemente dalle loro capacità, ed una generazione, la nostra, cui il lavoro è stato negato a priori.

Perchè ti racconto questa storia? A te cosa ti frega? Beh ti frega perchè quando busserai tra dieci anni a quella porta ci saremo noi, a fatica finalmente inquadrati nel sistema produttivo, anche perchè prima o poi la gente muore (è l’unico modo in Italia perchè ci sia un ricambio, il morire, dio benedica il morire, a volte). Bene, maturandi, vi troverete davanti noi, e a differenza della generazione precedente saremo  noi ad essere più formati, più colti, più consapevoli. Ma saremo anche incazzati sul modo incedente con il quale ci hanno fatto vivere i nostri trentanni, le umiliazioni, il lavoro gratis, uno straccio di contratto mai firmato. E lì ci toglieremo tutti i nostri sfizi con voi. Dimenticheremo in fretta quanto abbiamo patito, e non avremo nessuna empatia nei confronti del vostro precariato. Sconterete la nostra sofferenza, la nostra frustrazione, i nostri sassolini nelle scarpe. E cosa potrete opporre, dal basso dello schifo di scuola e di università che, a differenza nostra, vi hanno rifilato? Nulla. Sarete precari e sfruttati molto più di quanto lo siamo stati noi, e aspetterete il doppio del tempo per trovare una sistemazione decente. Perchè noi avremo tempo da recuperare, e non ci schioderemo dai nostri posti fino a che creperemo, con una tenacia ben maggiore dei nostri genitori. Dovrete letteralmente farci fuori.

Mi piange il cuore al solo predirlo, ma avrete di fronte dei mostri cattivi, quando busserete  a quella porta tra dieci anni. Tutto quello che posso sperare per voi è di sbagliarmi. Oppure una tempestiva emigrazione all’estero è l’unica soluzione. Guardatevi in giro già da adesso, va.

In bocca al lupo.

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6 Responses to La profezia di Paperoga (2)

  1. LadyLindy ha detto:

    colgo l’ultimo consiglio.

  2. enzo ha detto:

    A me, che sono un musicista da sempre, che a quattro anni ho messo le manine sul vecchio piano di famiglia e l’ho fatto SUONARE, mi hanno mandato al liceo, a farmi la maturità con tutte le materie di tutti i tre anni (era il 1964) a farmi 6 anni di medicina e 4 di specializzazione perchè dovevo fare il medico come mio padre e mio nonno, ma io ho fatto il musicista, invece, e lo faccio ancora, e ci campo, e non andrò mai in pensione perchè non voglio andarci. Ai ragazzi della maturità direi di seguire le loro passioni, talenti, vocazioni, di mettercela tutta e di non preoccuparsi del resto. Io non sono una star, ma sono contento lo stesso, e un lavoro diverso – ci ho provato, a fare il medico – non l’avrei proprio potuto fare.

  3. punzy ha detto:

    Ben detto, caro. Personalmente, sto mettendo salde e robuste radici li dove sono, circondo la mia scrivania di mine antiuomo, due fossati con coccodrilli e piranha e per gli impavidi che li superano la prova finale: il corpo a corpo sleale con me, che terrò un coltello nella manica per sgozzarli, in modo rapido e indolore, si capisce.
    Sempre cristiani sono

  4. prefe ha detto:

    dio mio
    non posso credere di essere stato passato alle lauree nuove dopo un anno di quella vecchia

    sarò nel limbo dei quasi trentenni

  5. LorenZo ha detto:

    Paperoga, perché non fai la libera professione?
    Sei hai studiato bene è l’investimento migliore.
    Da soddisfazione e si guadagna bene. Poi gestisci il tuo tempo in modo più libero. Insomma meno frustrazioni e più gratificazioni (e denaro).
    Chi non risica…

  6. paperogaedintorni ha detto:

    ladylindy: chi lo sa, forse cambierà (cit.)
    enzo: sottoscrivo il consiglio. ma a volte la precarietà non è meglio. e a volte del resto ci si deve preoccupare eccome.sarà che ho un principio di realtà troppo radicato nel fegato..
    punzy: per quel momento non avrò un posto di responsabilità da difendere, dunque, non opporrò resistenza. io.
    prefe: sei nel limbo dei menagrami, per quanto mi riguarda, e sai di che parlo.
    lorenZo: io non risico. la libera professione oggi regala nuovi poveri da mille euro al mese per 50 ore settimanali. no grazie.

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