Benvenuto raggio di sole

Un giorno, tanti anni fa, io e tuo papà eravamo appoggiati ad un balcone di una casa di periferia. Devi sapere che quando io e tuo papà parliamo, in realtà parlo solo io. Tuo papà è uno che sa star zitto come pochi, che coltiva l’arte di centellinare le parole, di dosarle nello spazio di una serata. Parlavamo sempre di quando saremmo diventati grandi, su quel balcone. Su cosa ci sarebbe toccato in sorte, in quale luogo saremmo stati proiettati, cosa sarebbe stato di tutti quegli anni passati a tenerci stretti stretti per evitare di perderci. Ricordo che quella sera io parlai di quando saremmo diventati padri, che sapore avrebbe avuto, e di quanto lontano ancora fosse quel pensiero. Parlavo, progettavo, programmavo. La mia ansia di avere tutto sotto controllo mi ha sempre portato a pensare anche troppo. Tuo padre no, invece, tuo padre è uno che le cose le ha sempre pensate poco, ma nella sua testa ha avuto sempre tutto molto chiaro. Eri chiaro sin da allora, Pietro, ci posso scommettere quanto già chiaro fossi al tuo papà. A differenza mia, che nei pensieri mulinanti e circolari ho immaginato mio figlio innumerevoli volte, mille volte gli ho dato un nome e un volto eppure rimane un malinconico ologramma, tuo padre nel silenzio ti ha portato sin qua, ad affacciarti a questa finestra, coi soliti suoi pochi e impercettibili gesti da uomo qual’è. Due tre passi, e tuo padre ce l’ha sempre fatta.

Una volta devi sapere che io e tuo padre andavamo in giro con la vespa nelle campagne d’inverno, la domenica. Nei pomeriggi che morivano presto, ci addentravamo lungo sentieri improbabili e ci perdevamo nell’intricato di strade bianche coi muretti a secco a serpeggiare. C’erano centinaia di bivi, e poi ancora diramazioni a scomparsa. Tuo padre si metteva davanti a tutti, perchè io dietro con le scelte non sono mai stato troppo bravo. Lui si esaltava invece, deciso e silenzioso imboccava una strada, e seppure potesse portare ad un vicolo cieco stai sicuro che tuo papà trovava un modo per non tornare indietro. Scostava qualche pietra e ci invitava a continuare la corsa nelle zolle fresche di terra piene di sassi sfrantumati. Quando c’era da rischiare, tuo padre rischiava senza esitazioni, ed affidarsi a lui era un gesto naturale. Imparerai cosa vuol dire, e forse lo stai imparando già adesso.

Una volta io e tuo papà, assieme ad altri amici, una notte d’estate andammo in campagna, montammo una tenda, e ci entrammo dentro per fare a botte. Non per finta, eh, dico sul serio. Era un gioco inventato da qualcuno di noi, con tanto di regole precise. L’obiettivo della nottata era creparsi di mazzate nel buio della campagna salentina, salvo piccole e autorizzate pause. In sei, dentro quella tenda, eravamo tutti contro tutti, con l’obiettivo dichiarato di provocarci allegre lesioni. Tuo papà è sempre stato un lungo carnialone di un metro e 80 passati da quando lo conosco, secco e spigoloso, con lunghissime braccia. Il suo obiettivo della serata ero io, e per me era lo stesso. Dopo un po’ di botte a mani nude, passammo a procurarci qualche arma. Vedi, la differenza tra me e tuo papà sta in questo, che io sono un farraginoso calcolatore infido, tuo padre è un genio silenzioso. Io l’arma me l’ero portata già da casa, ed era uno spillo, con il quale cominciai nel buio a pungere alla cieca chiunque mi capitasse attorno. Tra urla disumane e bestemmie che squarciarono la notte silenziosa, tuo padre capi subito che quel piccolo figlio di puttana che si era portato uno spillo ero io. E dunque passò alla controffensiva. Afferrò una maglietta, fece due o tre nodi stretti e duri, trasformando una innocua t-shirt in una rotante frusta che marchiava lividi viola sulla mia povera schiena. Dopo una decina di minuti di dolore reciproco, qualcuno accese una torcia e ci vide l’uno di fronte all’altro, ansanti e sudati, io con uno spillo in mano frutto di un accurato piano di guerra studiato a casa, lui co sta maglietta annodata al momento. Tuo padre è capace di creare ciò che serve dal nulla, Pietro. Avrai da lui sempre ciò che ti occorre, e non saprai mai da dove è spuntato fuori.

Una volta io e tuo padre e altri amici giocavamo d’inverno in una località marina desolata a rincorrerci con le macchine. Si lo so, è una stronzata, e credo che se la farai a 18 anni tuo padre ti binchierà di mazzate. Il gioco consisteva nel disperderci per questa marina vicino Lecce, una macchina faceva la guardia e tutti gli altri i ladri. Se la guardia incontrava un ladro di fronte, basta che lo sfanalava e il ladro era eliminato. Non ti dico le ricorse in pieno stile Hazzard, a pensarci mi vengono i brividi per quanto eravamo coglioni. Beh, devi sapere cosa fece tuo padre una sera. Lui era la guardia, quindi doveva beccarci. Io scappavo, e lo vidi in lontananza che mi inseguiva. Accellerai, e dopo qualche secondo dallo specchietto retrovisore non lo vidi più. Percorrevo una stradina stretta e buia ed ero sicuro di essermene liberato. Quando all’improvviso fui accecato da un potente abbagliante di una macchina che praticamente mi stava incollata al culo, una macchina comparsa all’improvviso e dal nulla. Era tuo padre, che aveva proseguito a fari spenti, dandomi l’illusione di essere scomparso. Non dico che tuo padre abbia vinto sempre, nella vita, sopratutto a carte. Ma bastavano trovate come queste, arrischiate e d’istinto, per farti capire che avrebbe fatto sempre la sua porca figura, il tuo papà.

Potrei raccontarti un sacco di altre storie, Pietro, e forse un giorno te le racconterò, che io le racconto meglio di tuo padre. Per tuo padre io sono il diario di bordo, il narratore fuori campo. Mi ricordo i particolari, li deformo, li miglioro col tempo. Non ti annoierai, a sentire quante ne abbiamo combinate in quegli anni. Ma per il momento posso dirti che non potevi capitare in mani migliori delle sue. E posso dirti che sono contento che tu sia arrivato, e che era importante arrivassi ora. E che fossi maschio, visto che hai rischiato che da femmina ti chiamassero col nome di una pornostar. Ma al di là di tutto, sappi che sei un privilegiato, un eletto, un fortunato. Avrai un papà McGyver che ti creerà una culla con due legnetti e un elastico, e avrai il privilegio di affondare le manine nella mamma più contesa di Milano degli ultimi vent’anni.

E poi hai una distesa di cose da vivere. Tu non sai nemmeno quante cose ti troverai di fronte. Affrontale a tuo modo, ma se ti posso suggerire la mia, sin dai prossimi giorni comincia a guardare attentamente tuo papà. Lui era sempre davanti quando guidava la vespa, e non ci ha mai fatto sbagliare strada.

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11 Responses to Benvenuto raggio di sole

  1. uic ha detto:

    Post bellissimo, Pietro ha anche uno zio come si deve.
    Ora. Perché prima…
    Passi lo scoutismo, ma tu eri veramente un deficiente col cervello di un paguro bernardo da adolescente, lo sai, vero?
    Pestarsi in una tenda armati di uno spillone e giocare a nascondino con le macchine.
    Gesucristo.
    Ma non avevate le amphetamine che andavano di moda in Lombardia quando io ero una fanciulla – e che per inciso non ho mai provato -?
    madonnadelcarmine, oh.

  2. Punzy ha detto:

    uff..mi sono quasi commossa..cmq le cretinate che facevi da ragazzino, lasciatelo dire, sonommolto maschie ed italiche

  3. paperogaedintorni ha detto:

    uic e punzy: e meno male che non ho aperto tutto lo scrigno delle cazzate fatte tra i 17 e i 22 anni….vero Vlad? E comunque ciò testimonia che non sono sempre stato un ameboide. Ovvero, ho un bel passato da idiota anche io….
    ps. la lotta nelle tende la rivendico, e comunque lo spillo era una cosetta da cucito, e mi limitavo a punzecchiare gambe e braccia…

  4. fed ha detto:

    che bel post!!! comunque di caxxate ne hai fatte parecchie pure tu eh? sai quanto si divertirà fra qualche anno il piccolo Pietro a sentire zio Paperoga che racconta??

  5. LorenZo ha detto:

    Mah, chiudersi in sei dentro una tenda per fare a botte mi sembra proprio un triste delirio per sfigati repressi senza speranze. E anche il video di De Gregori, dai, stile nostalgico-popolare-scontato-sfitinzia-innamorata. Da te! Paperoga!

  6. LorenZo ha detto:

    Direi proprio in stile “trash” (il video). Cmq capisco i sentimenti. Gli amici, i loro pargoli, le cose vissute, il tempo che passa… e tutta la filosofia, la “cultura” ed il buon gusto vanno a farsi benedire. Ah, la natura! 🙂
    Alla prox!

  7. paperogaedintorni ha detto:

    fed: mi stupisce il vostro stupore: sono stato un adolescente anche io….e comunque non credo che racconterò proprio questi aneddoti al pargolo…
    LorenZo: chiudersi in una tenda a darsi botte è una delle folli stronzate che rivendico con orgoglio, come tante altre fatte con quella combriccola di persone speciali di cui mi sono circondato l’adolescenza. su de gregori, mi spiace deluderti nuovamente: è stata la colonna sonora della mia adolescenza, e il riferimento non è casuale. sul video, è il primo che ho trovato su youtube, anche se ci fosse stato dentro tette e culi l’avrei postato lo stesso….

  8. LorenZo ha detto:

    Si, no prob, eri un adolescente. Però era meglio una bella partita di pallone, stile “Mediterraneo”. E cmq De Gregori lo conosco a memoria anch’io. Raggio Di Sole la suonavo con la chitarra ai tempi della scuola. E anche “Due Zingari”… stavano appoggiati alla notte. Forse mano nella mano e si tenevano negli occhi, aspettavano il sole del giorno dopo… Eh?! 🙂

  9. Gemma ha detto:

    A me piacerebbe un sacco che qualcuno avesse tenuto un “diario di bordo” dei miei papà e mamma.
    E mi raccomando, racconta tutto al pargolo, non solo i momenti politically correct: ogni tanto fa bene far scendere dal piedistallo i propri vecchi.

  10. esther ha detto:

    grazie papero,
    mi sono commossa e non mi capitava da anni…
    bella la vostra amicizia, il tuo fabulare e il tuo racconto leggero per dire cose così profonde

  11. ma vedi che scrivi bene anche con lo zucchero!
    concordo con i commenti precedenti: da ragazzino eri quasi più scemo di me

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