Fenomenologia del concorsista (capitolo I, Geografia)

Nella mia vita precedente di cazzeggiatore professionista, laddove ogni mio sforzo era proteso fino allo spasmo nel cercare di rimandare il più possibile il giorno in cui avrei dovuto lavorare sul serio, ho provato mille strade per provare a temporeggiare, a menare il can per l’aia, insomma, a resistere disperatamente alla spada di damocle che stava per calare sul mio collo pennuto di aspirante fancazzista a vita.

La prima mossa è stata quella di laurearmi fuori corso, ma talmente fuori corso da farmi quasi dedicare un’ala della facoltà con tanto di busto in marmo e un epitaffio latino sotto accanto alle teste d’uovo che hanno reso famosa l’università di Parmaperopoli. Però succede che prima o poi ti laurei, anche se a 27 anni, ma ti laurei. Sei fuori dal mondo protetto dell’università, in cui il tuo lavoro era studiare, male e lentamente. Che fai? Ma ovviamente un’esperienza post-universitaria di 4 anni, che ti porta in tasca due lire due di elemosina, più altro tempo guadagnato facendo finta di fare il ricercatore impegnato in innovativi percorsi accademici. Poi però finisce anche quello, e a 32 anni ti ritrovi con l’ansia da lavoro. E’ forse arrivato il momento, ti chiedi? Certo che no, c’è un’ultima possibilità: i concorsi pubblici. Mettersi a studiare a tempo pieno per decine di concorsi, e rimandare ancora la ricerca dell’occupazione vera. E’ quello che ho fatto per due anni fino a pochi mesi fa (anche se nel frattempo il lavoro l’ho trovato) ed è stata un’esperienza interessante sulla quale è bene svolgere uno sforzo teorico di sistematizzazione. Cominciamo dalla mia materia preferita, la geografia.

Colui che si dedica anima corpo e culo ai concorsi proviene  9 volte su 10 dal sud. No, troppo generico, non va bene, chi prendo per il culo, tagliamola corta:  il concorsista medio proviene dalla Campania. Noi pugliesi, siciliani o calabresi siamo comparse non certo esigue, ma poche balle, l’idioma che regna sovrano nel marasma delle preselezioni nei palasport, i cognomi che vengono scolpiti nelle graduatorie pubblicate dai ministeri, i treni della speranza che partono in direzione Roma o Milano per affrontare megaselezioni nazionali, tutto ci dice che, se il lato oscuro della Forza  ha preso possesso di Darth Vader,  il lato concorsuale della Forza scorre invece vigoroso nel cittadino campano.

Ma volendo rimanere nel più vago orizzonte del meridione d’italia, è indubbio che noi zappaterra siamo i più abili compilatori di domande, i più solerti spedizionisti di raccomandate, le più voraci locuste che prendono possesso del garage dell’Ergife di Roma come della Fiera di Rho, riducendo la popolazione concorsuale di visi pallidi settentrionali a coraggiosi rappresentanti di una specie che non è in via di estinzione solo perchè lo è sempre stata.

Mentre noi figli della Magna Grecia prendiamo possesso fisico delle postazioni, facciamo amicizia con i vigilanti, ci snoccioliamo le decine di concorsi già fatti come se fossero figurine Panini da scambiare, e lamentarci con la sfiga o le raccomandazioni che ci hanno impedito di vincere, insomma organizziamo una piccola piazza coperta colorata come al nostro solito, i pochi settentrionali che hanno il coraggio di insinuarsi in quel girone dantesco si guardano straniti, pavidi, lievemente inquieti, come qualunque minoranza accerchiata da una ingorda e chiassosa maggioranza.

E c’è da capirli cazzo. Si trovano di fronte giovani generazioni affamate e destinate altrimenti alla disoccupazione, e ne percepiscono l’ostinazione e la voglia matta e disperatissima di vincere il fottuto posto fisso. Per quelli al di sopra del Rubicone che parlano suadentemente arrotato partecipare ad un concorso pubblico è molto più spesso una opzione, non l’unica e nemmeno la più desiderata, e dai loro banchi ordinati di codici e fogli bianchi percepiscono drammaticamente lo scarto tra la potenza della disperazione che li circonda e la flebile fiammella della scelta da cui sono animati.

I concorsisti meridionali, poi, io li amo perchè capisci che non basta la precarietà dell’esistenza, la mancanza di soldi, il tirare avanti senza vedere domani, per impedirsi di crescere e mettere su famiglia. Fuori dai cancelli dei luoghi concorsuali, infatti, ho visto mamme 25enni di Salerno, disoccupate croniche, portarsi in braccio il bimbo di 6 mesi fino all’entrata, per poi lasciarlo al papà, 27enne cassa integrato, al momento della chiamata, facendo ciao ciao con la mano finchè il bimbo stranito non ne ricambiasse il saluto. O madri foggiane di tre bimbi piccoli, col pancione in attesa del quarto, asciugare le lacrime dei loro disperati figli che non volevano separarsene e si attaccavano alle gambe, mentre il papà, districandosi tra i pargoli inquieti, baciava la moglie e le diceva “stavolta ce la facciamo”.

Minchia poi devi vedere quello che non ci portiamo da mangiare. In un concorso, dietro di me ad un certo punto sento un odore di salame, uova e pane e dio sa cos’altro. Io reggo cinque minuti, scrivo, consulto codici, poi cazzo non ce la faccio e mi volto. E c’è sto ragazzotto che si sta mangiando un casatiello delle dimensioni di un tronco di faggio. Io con me ho una banana e della frutta secca, maledetti consigli dei nutrizionisti. Lui al primo sguardo capisce i miei desideri più intimi, e mi allunga quel cartoccio oleoso senza dir nulla, ed io strappo un pezzo di quella bontà macchiando indelebilmente il mio Devoto-Oli nuovo di pacca.

Noi meridionali siamo poi i più esperti teorico/tecnici di materia concorsuale. Del posto che vogliamo vincere sappiamo vita morte e miracoli. Mansioni, inquadramenti, stipendi tabellari, indennità e buoni pasto. Conosciamo le carenze delle varie sedi, i meccanismi della mobilità interna o extra comparto, sappiamo calcolare a memoria le differenze retributive tra un livello ed un altro. Snoccioliamo differenze tra un B3 del comparto ministeri e un C1 del parastato, guardiamo con sprezzo chi non sa distinguere tra un ruolo ispettivo e un ruolo dirigenziale.

Ma perchè poi parlo al plurale non lo so mica. Io me ne sto sulle mie, leggendo un fumetto mentre attendo che entri la commissione, rispondendo stizzito a chi mi chiede da dove vengo e qual’è la modifica legislativa più importante da ricordare. Di fronte agli esperti concorsuali, io sto là ad ascoltarli e mi chiedo di che cazzo stanno parlando, sono il solito pigro e molle individuo che non so manco perchè sto là, e capisco sentendoli parlare che non ce la farò mai, che è tempo perso, che un concorso pubblico con 100mila iscritti e 400 posti in palio non è manco una lotteria, è una questione di eliminazione fisica, una ecatombe al termine della quale, (oltre ai soliti raccomandati, che dio ne faccia prolassare le emorroidi) chi la vince sono le teste dure ostinate, le bocche che devono sfamare altre bocche. E che tu, nonostante i tuoi sbiaditi geni ti spronino ad essere più cazzutamente sudista, ti senti invece debole e circondato, e ti rintani nel silenzio della tua riserva indiana assieme pochi altri impauriti emiliani, veneti o piemontesi che siano.

Cazzo mi riuscisse mai di fare il terrone come si deve per una volta nella vita che conviene.

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10 Responses to Fenomenologia del concorsista (capitolo I, Geografia)

  1. punzy ha detto:

    ah, il pane e salame ai concorsi, che bei ricordi..mia mamma mi comprava il pane fresco alle 5 di mattina, cosi’ alle 11 era ancora buono..

  2. Uovo di Basilisco ha detto:

    Il solito: rinnegato naturalizzato ma riluttante. Ti sei guadagnato un piatto di tortelli alle erbette.

  3. Uovo di Basilisco ha detto:

    E togli questo filtro da moderatore leghista ansioso ziocane…hai appena perso i tortelli.

  4. porzione ha detto:

    I tortelli li prendo io. Anche il casatiello.

  5. Sunofyork ha detto:

    C’è una certa schizofrenia nel tuo essere un meridionale rinnegato e il fatto di aver aspettato tanto, prima di immetterti nel circuito produttivo del grande nord.

    Sei terrone-inside, ammettilo, anche se cerchi di occluderti le arterie a suon di ciccioli e tortelli.

  6. paperogaedintorni ha detto:

    punzy: io ai concorsi portavo solo banane, frutta secca e cioccolato, dice che ci vogliono solo cibi energetici che non ti appesantiscano. come un casatiello appunto.
    uovo di basilisco: toh, chi si vede, Uno Dei Due Bonzi. Ci hai messo un anno a scrivere qualcosa su questo blog, sei timido però scrive sempre le tue brave stronzate. mi bidoni anche sui tortelli, sei indecente.
    porzione: in un concorso reggeresti 15 minuti, poi chiamerebbero per la lavanda gastrica
    sunofyork: terrone inside o rinnegato? facciamo che non ho un rapporto ancestrale con nessun luogo. però fa tanto new age, il che mi fa cacare

  7. confinidiversi ha detto:

    E’ talmente vera, stà cosa, che alla fine pensavo di averla scritta io. Comunque, io ci son stato all’Ergife, è proprio così.
    E gli esperti teorico/pratici concorsuali, se fossero così esperti, non sarebbero lì, ma avrebbero vinto un posto da un pezzo. Almeno questo è quello che gli dissi io, all’epoca, perchè non sapevo un cazzo ed ero vergine (concorsualmente parlando) e questi snocciolavano aneddoti e consigli manco fossero saltinbanchi alla fiera con tutta quella gente intorno..

  8. mich ha detto:

    ma è meraviglioso! perché diavolo non ho mai fatto un concorso pubblico e mi sono riciclata in borse di studio da 2 €, stage semi-retribuiti e tirocini volontari?

  9. […] Fenomenologia del concorsista (capitolo II, Antropologia) Continua da qui… […]

  10. porzione ha detto:

    Ma io ai concorsi ci vado per mangiare, mica per altro.

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