La lunga strada verso Parmaperopoli (Da BR Casale a BO Marconi)

Mi sono arreso al viaggio aereo non più di cinque-sei anni fa. Prima di allora l’avevo preso solo da bambino a dieci anni con il babbo, ma ho ricordi confusi. (Tipo che era  il 28 settembre 1985, giornata coperta ma senza pioggia e circa 18-20 gradi a Roma, coperto con piogge a tratti a Pisa e Montecatini nelle cui zone era in visita il presidente Pertini, me lo ricordo dagli strilloni fuori dalle edicole e dal giornale comprato da papà. Ricordo l’aeroporto di Fiumicino come una sorta di pianeta immenso ed illuminato in modo spropositato, dove mangiai patatine fritte e bistecca alla griglia guardando gli aerei atterrare nella sera inoltrata e poi comprammo il pupazzo del puffo golosone per mio fratello Copeland che compiva 6 anni quel giorno) Fu un gran bel viaggio, un pezzo d’Italia girato in 12 ore, eppure fino al 2003-2004 io sugli aerei non ci ho messo più piede.

Quando mi si faceva notare che ero un pirla a non prendere l’aereo, preferendo il lento stillicidio del treno (ricordo viaggi interminabili da Milano a Parigi con le cuccette notturne per andare a trovare mio fratello Pfaff, ostinato come un mulo), cercavo di porla sul razionale, anzichè evidenziare le mie fobie assurde e ingiustificabili. Dicevo che preferivo il treno perchè partiva dalla mia città ed arrivava nella città, senza spostamenti, attese, nuovi spostamenti e nuove attese. Dicevo a tutti che si illudevano che l’aereo facesse risparmiare così tanto tempo, perchè non calcolavano l’attesa di due ore precedente alla partenza, comprensivo di check-in, controllo al metal-detector, attesa al gate, spostamento in bus, lento imbarco, volo, atterraggio, spostamento in bus, attesa bagagli, bus o taxi magari per la stazione dei treni ove continuare il viaggio. Con eloquio degno di Demostene, dimostravo che l’aereo era un mezzo scomodo e stressante, e la scomodità e lo stress erano i prezzi che i comuni mortali accettavano di pagare in cambio di un paio d’ore di anticipo sul treno.

Ovviamente bluffavo, le ore di anticipo sul treno, in un tragitto di circa 900 km, sono circa quattro, e quando mi accorsi che stavo prendendo in giro anche me stesso, ingoiai l’amaro calice ed affrontai le mie paure. Sono 5 anni che non prendo un treno per scendere giù in Salento. Mi chiamano Coerenza di secondo nome.

Epperò ier sera, nel lungo e periglioso tragitto che mi ha restituito all’Emilia dopo un lungo weekend salentino, pensavo che in effetti il mio ragionamento di anni addietro tanto campato in aria non è. Ovvero, viva il viaggio aereo, ma se il vero arrivo non è situato nella città in cui ha sede l’aeroporto, e magari gli orari non sono proprio comodissimi, si finisce per compiere una piccola odissea tascabile molto caruccia da raccontare ma forse anche no. Nel mio caso, il mio aereo arriva a Bologna. Ma io non abito a Bologna, bensì a Paperopoli, anzi per la precisione Parmaperopoli, e come vedrete la questione tenderà a complicarsi.

Sono le 20,30. Ho consumato un lauto ma veloce pasto nella casa genitoriale, lavo i denti, chiudo il trolley e mi avvio verso Brindisi, sede dell’aeroporto del Salento. Siccome non abito a Brindisi, è mio padre che mi accompagna in macchina. Arrivato in aeroporto alle 21, saluto mio padre e mi avvio ai controlli. Ho un trolley da viaggio e basta, in quanto la nota compagnia aerea che mi scarrozza fa pagare poco, ma ti spenna al primo optional che scegli, tipo il superfluo gesto di imbarcare un bagaglio. Ai controlli i soliti scazzi tra personale di sorveglianza e passeggeri, io vengo cazziato perchè non ho tolto l’orologio, poi al momento di raccogliere tutto una zelante vigilante mi chiede: “Signore è suo il pc?” “No”, rispondo, “non ho un pc”. “E quello scusi?”, e indica quel gioiellino bianco con una mela mozzicata iscritta sopra. “Quello è un Mac”, dico io, meritandomi un silenzioso mavaffanculo dalla vigilante con gli occhi al cielo. “Può aprirlo per favore?” “Guardi che l’ho tolto dalla sua borsa, devo smontare anche i circuiti?” “Lo apra, per favore”. Scrollando le spalle apro la bocca del Mac come se fosse un mammifero coi suoi denti bianchissimi e il suo schermo immacolato. “Ok, può andare”. Le vie della vigilanza aeroportuale sono infinite e misteriose, e non le capirò mai. Ad ogni modo attendo al gate leggendo un giornale, poi arriva l’aereo: la gente educatamente, nè più nè meno come le scimmie banderlog del libro della giungla, si mette in doppia tripla fila per arrivare prima all’agognato posto, sebbene sia evidente che l’aereo è mezzo vuoto. Alle 22 si parte.

Il viaggio low-cost in aereo ci ha permesso di viaggiare per mete lontane a poco prezzo, fornendoci una libertà di cui noi poveracci eravamo privi. Il prezzo da pagare, se non è alto, è comunque alquanto fastidioso: per tutta la durata del viaggio vieni letteralmente preso d’assalto da hostess e steward che si trasformano in vanna marchi e cercano di venderti la qualunque: hot dog, succhi, caffè, profumi, sigarette magiche, modellini d’aereo. Fanno la vasca avantiendrè, cercando di prenderti per sfinimento. Poi dico, ci fosse qualcosa di utile, che ne so, io in aereo comprerei molto volentieri un paracadute, ad esempio, teso come sono sarei disposto a sborsare centinaia di euro. Che cazzo me ne faccio di un profumo di dior? Per coprire il sudore della tensione? Perchè le mie carni si dilanino all’impatto col mare emettendo un olezzo sensuale?

E poi i gratta e vinci, iddio maledica i gratta e vinci. Avantiendrè co sti tagliandi da grattare, in paio ricchi premi e cotillons. A parte che viaggio con questa compagnia da anni e mai, dico mai, ho visto qualcuno vincere qualcosa in più di un altro gratta e vinci (con il quale al massimo si rivinceva un ennesimo gratta e vinci). Ma vabbè, si dirà, la fortuna è cieca. Però i regali, cosa me ne frega mentre sono in piena crisi di ansia perchè mi trovo a diecimila metri sopra il mare e temo di esplodere in ogni momento del viaggio, cosa me ne può fregare dicevo di vincere un altro biglietto aereo? O una macchina? Che me ne faccio di una macchina a diecimila metri sopra il mare quando sto per disintegrarmi sulla pista di atterraggio? Se mettessero in palio regali più utili, forse tenterei la fortuna. Non so, una bella bara in noce io non me la potrei permettere, ecco, mettete in palio una bara in noce. Oppure una autopsia decente che certifichi che sono morto perchè sono stato così stupido da credere alla magia che una cosa così pesante possa veramente volare senza sfracellarsi. O una squadra di sub più svegli di altri che sottraggano le mie carni ai morsi dei barracuda che pasteggiano sul mio cadavere precipitato nell’adriatico. Datemi due, tre gratta e vinci.

Ad ogni modo, si fanno le 23, e si atterra. Nella nebbia totale, io siedo sempre dal lato corridoio perchè non voglio vedere nulla, però faccio capoccella ogni tanto al finestrino lontano e vedo solo fumo. Stiamo atterrando sul nulla. E’ finita. Dopo un attimo l’aereo tocca terra. Non è un atterraggio. E’ una sassata da un cavalcavia. Facciamo due tre sobbalzi sulla pista l’aereo sembra slittare è finita dov’è la macchina promessa dal gratta e vinci voglio uscire datemi da qui ma poi tutto si aggiusta, l’aereo frena e alla fine si ferma. Parte l’atroce musichetta trionfante della compagnia. La gente applaude un atterraggio pessimo quasi da colpo di frusta, anzichè andare a stanare questo Lindbergh da operetta e rendergli il conto dell’infarto che si è presa.

Sono le 23,10, esco dall’aeroporto. Sembra quasi fatta, per la via di casa. In realtà non siamo nemmeno a metà della strada. Parmaperopoli è ancora lontana.

(continua….)

Annunci

6 Responses to La lunga strada verso Parmaperopoli (Da BR Casale a BO Marconi)

  1. punzy ha detto:

    io prendo poco l’aereo e perfido si premura sempre di farmi ubriacare abbondandemente, non ricordo quasi niente dei nostri viaggi. Non c’è incidente paranoico che io non riesca ad immaginarmi, del resto sono una scrittrice, ho fantasia da vendere
    Detto questo, io odio trenitalia e pur di non prendere un treno me la faccio a piedi sull’appia per arrivare a napoli. E sbrigati a finre stò post

  2. porzione ha detto:

    Quello è un Mac! Crepa! Tiè! Come vorrei poterlo dire pure io. Ma portarmi l’iMac all’imbarco non è comodissimo.

  3. […] La lunga strada verso Parmaperopoli (Da BO Marconi fino alla casa di marzapane)) (continua da qui) […]

  4. dieghermaister ha detto:

    mi faccio obbligo di farti notare come tu, all’inizio del racconto, abbia usato la parola “babbo” riferita a tuo papà, correggendoti maldestramente poche righe dopo. si comincia così. poi dirai “cavare” invece di togliere. seguiranno inesorabili i diobono, mavalà, ostrega…redimiti.

  5. paperogaedintorni ha detto:

    punzy: io non sono uno scrittore, ma di fantasia tragico/catastrofica ne ho da vendere anche io
    porzione: è molto snob, lo ammetto.
    dieghermaister: aspetto te al varco, caro romagnolo. un paio d’anni e arroterai consonanti a garnanella..

  6. LorenZo ha detto:

    Comunque, hai talento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: