Caravaggio e Francis Bacon for dummies

Post pseudo culturale lungo e palloso. Bollino nero.

Prima che qualche blogstar mi bruciasse sul tempo, avrei basato il post che avete tra le mani su una delle tante verità dylaniane lisergicamente incastonate in quello che io ritengo il suo capolavoro letterario-musicale, ovvero Visions Of Johanna. “Inside the museum infinity goes up on trial”, afferma il menestrello, e che dentro i musei l’infinito che traspira da quadri e sculture impilate in successione venga come bruscamente messo a giudizio, è stato sempre un mio  legittimo sospetto.

E poi c’è l’atavica questione della fruizione dell’arte, se essa cioè non possa che essere oggettiva, in quanto necessario frutto di una pregressa preparazione, studio, erudizione. E che senso abbia invece un approccio ignorante, impreparato, del tutto soggettivo, che ignori qualsiasi forma di mediazione e decodificazione e affronti la tela disarmato. Pippe mentali, ovviamente, ma che all’interno di un museo, a contatto ravvicinato con decine di opere che si succedono a mitraglia, ti portano sempre a dubitare del tuo sguardo o della tua percezione.

Infine, last but not least, ti si insinua dentro il tarlo più insistente, visto che una mostra temporanea costa sempre un sacco di soldi: quanta impostura c’è in quello che stai per andare a vedere? Quanto ti stanno prendendo per il culo, con la scusa che sei un ignorante e di arte moderna/contemporanea ne capisci una mazza? Insomma, per l’inferno, andare al museo è una bella fatica cerebrale che ti tempra ancor prima di entrarci.

Però io dentro i musei ci sto bene. Avrei fatto carte false per fare il guardiano di un museo, il sorvegliante, la maschera. Ho anche provato un concorso, ma è andata buca. Quelli che sono lì, seduti in ogni sala, a controllare che a nessuno venga in mente di staccare un alluce a martellate a qualche scultura o di aggiungere colore a qualche capolavoro inestimabile. Lavorare in mezzo a quanto di meglio l’uomo abbia saputo produrre, respirare la storia, intuire il genio. Dopo due mesi mi sarei suicidato dando testate sui seni di un Canova, però nel frattempo sarebbe stata una gran vita.

Nel week end scorso sono stato rapito, incappucciato e trascinato fino a Roma da due figuri diversamente emiliani che per brevità chiamerò i Due Bonzi, e sabato sera mi sono ritrovato, come per magia, all’entrata dell’elegante Galleria Borghese di Roma. Oggetto della mostra, opere di Caravaggio e Bacon. Ora, se Caravaggio lo conosciamo tutti, lo abbiamo studiato a scuola, e appena mettiamo piede al Prado o agli Uffizi ce lo ritroviamo in tutta la sua magnificenza, devo ammettere che di Francis Bacon avevo una conoscenza limitata, se per conoscenza limitata intendiamo che non sapevo assolutamente chi cazzo fosse, e tendevo mostruosamente a confonderlo con l’omonimo filosofo empirista di diversi secoli addietro. E questo svela che il vero motivo per cui ero a Roma era mangiare una amatriciana decente in qualche bettola.

Ad ogni modo, ignorare assolutamente cosa avesse prodotto il pittore in questione, era per me una nuova occasione per approcciarmi all’arte in modo totalmente libero, avulso da nozioni spesso fuorvianti, da giudizi forgiati da qualcun altro, da percorsi esegetici noiosi e posticci. Io di fronte ad un genio, dunque: forza, fammi vedere cosa sei riuscito a fare nella tua vita prima che qualcun altro mi risparmi la fatica e mi dica cosa devo pensare di te, come devo giudicarti, quale particolare delle tue tele deve essere tenuto a conto, chi o cosa ti ha influenzato, di cosa sei morto e se eri omosessuale.

Ecco dunque che il mio percorso museale è stato scandito, per tutte le due ore, da una serie di approcci ignoranti alle tele dei due artisti, di cui vi porgo solo un estratto per impedire che sfasciate il vostro portatile dalla noia.

Caravaggio. Il contrasto tra Verità e natura, tra presenza accecante del Divino e  l’umana carnalità degli sguardi, la caducità della condizione umana redenta a stento. Per tutto il percorso caravaggesco della mostra, percepisco fatica e peccato, orrore e sollevazione, miseria spirituale non sempre destinata ad essere salvata dalla luce di una Illuminazione.

Rimango in particolare 5 minuti a fissare il San Girolamo scrivente. Con una buona dose di angoscia, porca puttana. Ed ecco il primo approccio ignorante.

Percepisco  l’insensatezza di qualsiasi opera umana, definita e scolpita da un tempo che in qualsiasi modo scorre sordo a qualsiasi sforzo di renderlo degno. Lo sforzo dell’erudizione, dello studio, nel gesto stesso della trascrizione del sapere, è come accompagnato da una forma di angoscia, scansione di un tempo che sta per finire. Un vecchio che sta per morire, si sforza ancora di imparare, trasmettere il sapere, eternarlo nelle pagine di un libro. Uomo di smisurata cultura, è pur tuttavia un uomo che diverrà polvere, il tempo sta per scadere e quel sapere diverrà cenere, e non salverà dalla morte e dal nulla.


Il secondo quadro che mi colpisce è l’Autoritratto come Bacco. Secondo approccio ignorante.

Cazzo,  sembra Claudio Chiappucci paro paro…

Francis Bacon.

Mi ritrovo di fronte volti dai tratti indistinti, come se urlassero, incomprensibili espressioni del viso, fattezze corporee prive di materialità, quasi degli ectoplasmi. Volti orrorifici, inconsistenti, corporeità plastiche e deformi. A loro modo angoscianti. Ma non è l’angoscia per la condizione di peccato, per l’irredimibilità dallo stesso. Il profondo realismo di Caravaggio che scava scene ed espressioni lascia il posto ad una evidente metafisica del dolore, della solitudine, che da dentro operano come forze immani a restituiree fattezze distorte esterne.

In particolare è un quadro a colpire la mia attenzione, roba che ci ho passato non so quanto tempo avanti e indietro a farmi un’idea vaga di quanto dolore possa esservi in un solo quadro. E’ il Trittico ispirato all’Orestea di Eschilo.

Terzo approccio ignorante.

L’oggetto del quadro è una morte orrenda. E non per le modalità, che non sono percettibili. L’orrore non è nella scena, ma nello sguardo di chi la osserva. Il dolore non è di chi muore, ma di chi rimane a piangerla. Il corpo scarnificato, scomposto, violato, rivoltato, esprime l’intimo dolore di chi non è morto. La testa mozzata del Golia caravaggesco, non rappresentava altro che il dolore scomposto e mostruoso e patetico dello sconfitto. Qui il sangue che fiotta scuro da strane cavità, la colonna vertebrale esposta e spezzata, riflettono invece la violenza subita da chi rimane, privato, impoverito, con il fardello della scomparsa a fargli da eredità.

Esco dalla Galleria Borghese che fa freddo. I Due Bonzi hanno fame e hanno allucinazioni a forma di carciofi alla giudia. Io smaltisco l’angoscia di queste visioni (compresa quella dei carciofi alla giudia) e mi chiedo se davvero avesse un senso accostare i due pittori. Un quarantenne romano, dietro di me, ha la risposta che cerco. Lo avevo già sentito commentare (del tipo “Aò, ma Becon era pure frocio?” oppure “Sto quadro nun vor dì niente. O ar massimo vor dì che Becon pippava forte“). Commentando con sguardo dubbioso la mostra testè vista, il quarantenne mi solleva dal dubbio nel modo più brutale possibile: “Aò, Caravaggio è sempre ‘n drago, sto Becon c’ho capito poco ma arcuni quadri erano gajardi. Però na cosa nun me la spiego. Ma si se vede lontano un kilometro che sti due nun centrano un cazzo l’uno co l’artro, perchè i signori daa Galeria Borghese me devono pijà pe’ culo?”

Me ne vado sollevato in direzione Trastevere, pregustando l’amatriciana, fresco testimone di come a volte l’ignoranza ti apra sorprendenti squarci di verità, e metta a nudo l’impostura in cui scade, a volte senza volerlo, l’affanno dell’erudito. Il che, in soldoni, vuol dire che l’accostamento era un pretesto e l’idea della mostra era na mezza sola.

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11 Responses to Caravaggio e Francis Bacon for dummies

  1. Sunofyork ha detto:

    meno male va’, sono sollevata. allora è servito a qualcosa scrivere il post alle 2 di notte stravolta dalla fatica per soffiarti la citazione dylaniana.

    che prevedibilità. io penserei proprio a chiudere il blog…

    sunnina

  2. punzy ha detto:

    Sun sarebbe una blogstar e io no
    Interessante
    sei un papero morto

  3. paperogaedintorni ha detto:

    punzy: beh, direi che me la sono cavata bene. mi aspettavo strali ben più pesanti per il fatto che sono venuto ancora a Roma senza avvisarti…

  4. punzy ha detto:

    ho commentato senza leggere il post
    adesso ho letto
    e sei morto, morto stecchito
    ho gia le tue piume in bocca

  5. francesca ha detto:

    il post non era noioso…

  6. paperogaedintorni ha detto:

    punzy: lo sapevo, cacchio. la prossima volta ti avverto, giurin giuretta. stavolta però ero lontanissimo da san paolo fuori le mura, lo giuro sulle mie masticate piume.
    francesca: dici? io se lo rileggo mi addormento..

  7. mich ha detto:

    io ho letto solo le prime due righe. mi sono fermata a “bollino nero”.

  8. paperogaedintorni ha detto:

    mich: i bollini neri servono a questo

  9. punzy ha detto:

    morto
    defunto
    spiumato
    digerito

  10. francesca ha detto:

    non essere inutilmente negativo, magari non era così coinvolgente come quando racconti le tue esperienze da scout, però NON era noioso 😉

  11. LorenZo ha detto:

    Sei un genio. Domani ti rileggerò per conferma. Intanto beccati il complimento.
    Penso ti piacerà questa pièce teatrale, ironica, divertente, sull’arte, bollino blu:
    http://www.evene.fr/culture/agenda/musee-haut-musee-bas-6062.php
    http://www.theatredurondpoint.fr/pdf/dp_12912.pdf
    http://www.theatredurondpoint.fr/publications/carnet_fiche.cfm?id=16295&photo=4

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