Lo shopping coattivo del maschio medio

Il sogno della mia vita – sia chiaro in un ambito squisitamente e futilmente vestiario – è sempre stato quello di indossare gli stessi capi  in modo ossessivo-compulsivo, incurante delle mode e dei tempi. Come un personaggio dei fumetti, avere licenza di essere riconoscibile dagli stessi abiti, vita natural durante. Qualcuno critica a Tex la sua orribile camicia gialla? O a Dylan Dog la sua camicia rossa e la giacchetta da quattro soldi? E allora perchè mi si deve rompere le palle proprio a me? Perchè non ho la pistola a portata di mano? Magari perchè non sono un fumetto, in effetti, e questo spiace. E sì che avrei continuato a portare il giubbotto jeans dei miei 14 anni, o ancora meglio il bomber dei primi anni 90, comodissimo giubbotto ideale per gli inverni miti salentini. Ma le mode, supreme idiozie eteroimposte, mi hanno sempre remato contro.

Per quanto mi riguarda, datemi un jeans e un maglione, quest’ultimo sostituibile in base alla stagione da una polo, da una camicia o da una maglietta, e credetemi mi basterà. Non mi interessa la marca, il colore, il tessuto, e non parlatemi di abbinamento di colori, perchè vi avverto che non distinguo il nero dal blu, o il blu dall’azzurro, così come non conosco quel sottobosco di sfumature che voi femmine così abilmente masticate e mistificate, come il verde acqua, il turchese, il bianco panna o altre invenzioni che non esistono in natura e che mai riconoscerò come colori in carne ed ossa, ma solo come posticcie creazioni di fervide menti malate.

Quindi capirete, date le premesse, quanto io ami andarmi a comprare qualsivoglia capo di abbigliamento. A parte le scarpe da ginnastica, con le quali vivo, dormo, mangio e faccio anche sesso nei periodi di magra, a me va bene fondamentalmente qualsiasi cosa che non mi costringa a estenuanti vie crucis nei negozi, legato al guinzaglio della donna di turno. Davvero, fate voi, compratemi quel che vi pare. Sono un manichino, mi abituo a tutto, vesto qualsiasi cosa, se i pantaloni vanno larghi metto la cintura, se vanno stretti trattengo il fiato, se il cavallo è alto rinforzo i boxer, se il maglione è sformato o va stretto nulla quaestio, indosso e sto muto. Ma vi prego, niente shopping.

Mia madre però ieri non ha ascoltato la supplica, e di fronte alle mie magre riserve di vestiti, dopo un subliminale interrogatorio, mi ha cloroformizzato con un’abile mossa alle spalle, complice mio fratello, e mi sono ritrovato mezz’ora dopo, come per magia, in un grande magazzino della città. Non so com’è che mi succeda, e vi giuro che non lo faccio apposta, ma quando entro in un negozio di abbigliamento io comincio a sbadigliare in modo osceno. Dopo 10 minuti ho  male alla schiena e alle gambe, e ho bisogno di un caffè per non addormentarmi in piedi. Mia madre mi chiede del colore di quel maglione, della misura di quei pantaloni, mio fratello rincara la dose, io dico che va bene, va bene cosa dice lei, va bene tutto dico io, no devi provarlo dice lei, vabbene lo provo dico io, no prima si prende tutto e poi si prova dice lei, porcoziocane dico io, e continuo a ciondolare in questo negozio cercando solidarietà tra gli altri maschi che seguono le loro donne, mogli o madri, in questo stillicidio. Ne trovo a pacchi, stessa espressione triste e disperata, io certamente tra loro brillo particolarmente, anche perchè in assenza di sedie a volte mi accoscio alla turca, piegando le ginocchia, e ci rimango in posizione “ranatan e le rane dello stagno” finchè mia madre non mi fulmina con lo sguardo o mio fratello non mi dà un calcio nel culo.

Arriva però il momento di provare tutta la roba selezionata e da me approvata senza troppo interesse. Mi reco nel camerino moquettato del negozio, e mi ci chiudo dentro. Ma diosanto. Esiste un posto più lercio di un camerino di prova? Nella mia immaginazione, credevo che il massimo dello schifìo potesse essere il pavimento di un cinema porno, o i cessi degli autogrill, o le latrine di un campeggio. Invece entro dentro sta cabina, mi tolgo le scarpe e poggio i piedi su questa moquette unta e piena di peli e/o capelli, con la consistenza molliccia di un tappetino del bagno usato ed abusato, con enormi gattoni di polvere che seguono correnti ascensionali a piacimento. Mi tengo sulle punte come una ballerina, provo quel che c’è da provare con una espressione schifata, mia madre da fuori tampina, mio fratello ridacchia, scelgo quasi a caso, questo e quello, e adesso andiamo fuori di qui che mi manca l’aria.

Ma una volta finito con me (è durato tutto un agghiacciante quarto d’ora) è il turno di mio fratello, il quale invece sceglie i vestiti, li pondera, valuta, confronta, insomma passa un ulteriore e immemorabile tempo di rottura di minchia, con me ormai ridotto ad uno sguardo privo di espressioni vitali, appoggiato come un ubriaco ad un bancone pieno di maglioni, oppure alle tette di un manichino. Faccio un giro nel negozio, cercando qualcosa che possa interessarmi quanto meno per passarci il tempo, magari cappelli, a me piacciono molto, ecco quelli mi piace comprarli, ma niente cappelli, figuriamoci se l’inferno concede una tregua ai dannati. Alla fine mio fratello, detto il damerino, si decide e compra.

Siamo alfine fuori dal negozio, lontano da quel caldo soffocante, da quel labirinto di vestiti, prezzi, cartellini e donne con le vampate, e sopratutto lontano da quel letamaio di camerino di prova. La busta coi vestiti mi pesa come se dentro ci fosse un’incudine. Ma sono fuori, e come quando vai dal dentista o fai un esame all’università, esci e pensi di “aver tutto come possibilità”, ti capita di sentirti libero e lontano da quella atroce esperienza, e speri in cuor tuo di non tornarci mai più.

Vana speranza, comica presunzione. Crudelissimo miraggio.

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6 Responses to Lo shopping coattivo del maschio medio

  1. porzione ha detto:

    Uff e che sudate in quei camerini? Ti sono solidale, Papero. Comunque sappi che la Padrona con me raddoppia la rottura di coglioni chiamandomi quando io riesco a villacchiarmi dallo shopping. Chiama e chiede pareri su roba che non vedo e di cui non può fregarmene di meno. Io dò pareri a casaccio, pareri che vengono confutati ed usati contro di me. Che Iddìo punisca i commercianti.

  2. punzy ha detto:

    Solidarietà
    io odio lo shopping e per questo molti credono che io non sia una vera donna
    odio comprare cose per me e odio andare in giro con altri a comprare cose per altri

  3. CMT ha detto:

    Io i colori li distinguo, per quanto possibile li abbino, ma in genere il mio shopping si limita a:
    – entra nel negozio
    – vedi se c’è qualcosa di decente a un prezzo civile
    – se sì, vedi se c’è la taglia
    – se sì, compra ed esci
    Non provo mai nulla tranne i guanti.

  4. fed ha detto:

    Oddio… oddio… sono un maschio medio!!!
    ah no, però distinguo i colori! quindi posso tranquillamente rientrare nei ranghi del genere femminile, sì? anche se faccio shopping come un maschio medio?

  5. Sunofyork ha detto:

    riesuma la tua divisa da scout e metti quella tutto l’anno. vedrai le donne come faranno la fila…

    sunmaquantasimpatia

  6. paperogaedintorni ha detto:

    fed e punzy: benvenute nel club, che siete femmine non importa, anzi, sarete venerate come dee.
    cmt: è un compromesso accettabile
    sun: vestito in camicia e foulard ero un gran figaccione, altrochè…

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